La vita no-social

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Tastiera di smartphone con le sue applicazioni (Foto di www.unspalsh.com)

Da oramai tre settimane ho accettato una bizzarra proposta della mia compagna: “ti va se ci togliamo dai social per un po’”? Beh, non ho esitato un attimo nonostante le difficoltà del caso perché oggi i social non sono solo un mezzo di intrattenimento ma anche sostentamento per chi, come nel mio caso, si occupa di comunicazione e scrive come giornalista freelance. Ho così fatto una lunga programmazione lavorativa e rinuncio attualmente a vedere le reazioni agli articoli che condivido, che piacciano o meno, che siano popolari o impopolari non lo so, e forse in parte non mi dispiace neanche. Non sono un millennial ma non sono neanche un ottantenne, ricordo però di com’era la vita prima dell’avvento della tirannia degli smartphone.

Ricordo chi veniva a citofonarmi direttamente a casa, le lunghe passeggiate senza selfie, le ginocchia sbucciate giocando in strada a pallone. Poi però dal 2000 in poi c’è stato un grosso cambiamento nel mondo, forse quello che più ha sconvolto l’uomo dopo l’11 settembre 2001: l’avvento dei social network. Facebook nel 2004, Twitter nel 2006, WhatsApp nel 2009, infine Instagram il 6 ottobre 2010. Gradualmente, come succede per ogni evento di portata globale, gli esseri umani si sono abituati a far entrare nella loro vita i social e un nuovo utilizzo degli smartphone. Ad oggi parliamo di due realtà: la vita che viviamo e la vita virtuale. I social oggi riempiono la nostra esistenza, sono il nostro diario “personale”, il nostro album fotografico della vita, il nostro promemoria, la bacheca degli eventi, e il nostro “giornale d’informazione”.

Prima di sembrare un guru della vita lontana dagli schermi voglio chiarire che questi strumenti sono più che utili e semplificativi: grazie a WhatsApp ho la possibilità di vedere gli occhi di mio fratello (seppur in videochiamata), apprezzo la bellezza di organizzarmi con gli amici con un semplice messaggio, sono aggiornato in tempo reale su quello che accade nel mondo e tanto altro. Purtroppo però la pandemia, chiudendoci in casa, ha triplicato l’utilizzo che noi facciamo di questi strumenti. Giusto due cifre: soltanto nel mese di marzo 2020, quando abbiamo conosciuto il lockdown e il coprifuoco, 37 milioni di italiani hanno utilizzato i social. Se contiamo che siamo una popolazione vecchia e che siamo 60 milioni di abitanti, il dato di utilizzo dei social è impressionante per non dire preoccupante. YouTube è la piattaforma più utilizzata seguita da Facebook, Instagram, WhatsApp e infine la new entry Tik Tok, che ha raggiunto 7 milioni di utenti soltanto nel mese di marzo 2020. Agli albori di Facebook il giovane proprietario Mark Zuckerberg spiegò: “è la missione di Facebook domare la folla urlante e trasformare il mondo solitario e antisociale in un mondo amichevole”. Apprezziamo le buone intenzioni ma purtroppo la faccia sporca di questa piattaforma come il resto delle altre (WhatsApp e Instagram sempre di sua proprietà) emerge in maniera tagliente. Ovviamente non è la piattaforma in sé ad essere sbagliata, ma noi utenti che ne facciamo parte.

Ho accettato la sfida perché vedevo scorrere il mio tempo libero davanti a uno schermo, in un mondo virtuale in cui la maggior parte della gente (me compreso) sbraitava cose, in cui le notizie che emergono sono sempre più catastrofiche e il mio stato di ansia e angoscia cresceva sempre più. Vivere una vita falsa mi sembrava un paradosso, e in un momento così delicato quale quello che stiamo vivendo, ho ritenuto che disattivare i profili giusto per un po’ potesse rappresentare una novità, un cambiamento; e i cambiamenti fanno quasi sempre bene. Molte di queste applicazioni che utilizziamo, analizzando i nostri interessi, non fanno altro che riproporci cose di cui siamo già informati, ed è paradossale capire che un algoritmo mi ripropone esattamente qualcosa sapendo già che io sono interessato; la vita virtuale così assumeva le sembianze di un Truman Show, una grande beffa di cui io ero e sono il prodotto. Come riporta un articolo di ilsole24ore: “In Italia si trascorrono online 6 ore al giorno, più del doppio del tempo speso guardando la televisione”. Ciò significa che in una giornata composta da 24h, se ne sottraiamo 8 per dormire, 2 per mangiare, 6 connessi ad internet, ci restano sole 8 ore per interagire realmente con gli altri.

“Domenica saremo insieme, cinque, sei ore, troppo poche per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi”. (Franz Kafka, Lettere a Milena).

2 commenti su “La vita no-social”

  1. Tina Russo

    Bravo Francesco.
    Interpreto la tua decisione come una voglia di prendersi una pausa dallo stress che provoca l’essere sempre connessi alla ricerca di condivisione e conferma delle proprie riflessioni o semplici battute. Pensare in modo sistematico richiede, talvolta, spazi e tempi privati di meditazione dedicati, e il continuo e fugace confronto che questi mezzi spesso impongono non sempre garantiscono. Non è un ostracismo che proponi nei confronti di questi strumenti di comunicazione ma non vorrei che fosse interpretato come un distanziamento che va ad aggiungersi a tanti altri. Io comunico con WhatsApp da appena un mese e ti assicuro che se usato con ironia e garbo (un connubio difficile da sostenere) tiene vive le relazioni a cui teniamo, e per persone pigre su questo fronte, come me, è tanto. Penso che il mestiere di giornalista – e di qualsiasi altro lavoro intellettuale – impone l’obbligo di esporsi alla critica, essere presenti nell’arena dei dibattiti e portare un contributo alla chiarificazione o formulazione di idee, lo scontro è scontato, ma l’incontro, quando avviene, è un epifania di menti. La tua non è una fuga di cervelli non credo che tu voglia abbandonare questi spazi di libera espressione, e sono convinta che non lascerai queste piccole e grandi Agorà contemporanee, nelle mani (dita), di urlatori e propagandisti . Grazie per i tuoi spunti di riflessione e buona vacanza …..dai social.
    Tina Russo

  2. Grazie Francesco!
    Forse questa potrebbe essere l’unica e vera rivoluzione di questa era..ritornare a guardarsi negli occhi

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