Gemito, il “mal di vivere”

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Vincenzo Gemito, autoritratto, 1886 (Fonte: Wikimedia Commons)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Nel panorama artistico della cultura post unitaria di fine Ottocento spicca la figura dello scultore partenopeo Vincenzo Gemito. Genio precoce e longevo con una vita da personaggio da romanzo bohemien. Abbandonato alla nascita, nel 1852, presso l’orfanotrofio della Real Casa dell’Annunziata a Napoli, gli viene imposto il cognome di Genito (nato), ma un errore di trascrizione all’anagrafe, diremmo freudiano, lo trasforma in Gemito (urlo, dolore). Lo stesso “urlo” che, “riecheggiando nella sua testa”, lo accompagnerà fino alla morte nel 1929.

Affidato alla famiglia Bes (donna Peppa e mastu Ciccio), vivrà la sua infanzia in povertà ma coccolato dall’amore della nuova famiglia. Mostra un talento precoce per la coroplastica e viene mandato a bottega dallo scultore Emanuele Caggiano. Nel laboratorio incontra un altro futuro maestro indiscusso della pittura come Antonio Mancini, “Totonno”, suo coetaneo che gli diventa subito amico. Con Mancini non condivide solo il talento, ma sono entrambi affetti da quel “mal di vivere” che li accompagnerà per gran parte delle loro vite, condizionandone le esistenze.

A dodici anni, nel 1864, viene ammesso al regio Istituto di belle arti di Napoli ma, sentendosi oppresso dall’ambiente accademico, lascia gli studi per potersi dedicare ai suoi soggetti preferiti: i “lazzari e gli scugnizzi” che sciamano per la capitale dell’ex regno borbonico. Sono questi gli anni drammatici della transazione dei poteri e delle scellerate scelte socio economiche promulgate da casa Savoia: la chiusura degli istituti assistenziali ecclesiastici (decreto regio n°3848 del 15 agosto 1867), il disarmo degli arsenali e degli opifici (ferrovie, cartiere, seterie, impianti siderurgici), l’abolizione dello sfruttamento agricolo intensivo della Terra di lavoro, la coscrizione obbligatoria di cinque anni, il brigantaggio (legge Pica, DR n°1409 del 15 agosto 1863). La mancanza oggettiva di lavoro, l’inurbamento massiccio, l’assenza di enti assistenziali, contribuiscono a creare questi “meninos de rúa” ante litteram. Questa digressione storica è essenziale per contestualizzare il periodo in cui muove i primi passi l’Artista.

Con infinita tristezza lo storico Abele De Blasio ci racconta come Napoli, una delle tappe obbligate per chi compisse il gran tour europeo si fosse ridotta, per indigenza ed in pochi anni, da capitale di cultura e bellezza a meta di molti ricchi predatori sessuali senza scrupoli a caccia di avventure forti. Mentre D’Azeglio “pensava a fare gli italiani”, una gran parte dei sudditi dell’ex regno borbonico non riusciva a mettere insieme il pranzo con la cena e si dava alla vita di strada, nella disgregazione del concetto di famiglia, cullandosi in quello che lo studioso Keynes definirà “economia del vicolo”. In questa feroce realtà Gemito inizia la sua carriera artistica ed arrivano i primi successi: vince con “il giocatore di carte” il premio dell’Accademia nel 1872, che gli garantisce un pensionato di studi a Roma. Inizia a studiare i classici della statuaria latina al Museo Nazionale e si attira la simpatia del maestro Domenico Morelli e della casa reale Savoia. Arrivano le prime grandi commissioni pubbliche (il Carlo V della facciata di palazzo Reale di Napoli). Ma i veri soldi li guadagna con la committenza privata, in gran parte europea, che ama soprattutto i suoi soggetti scelti tra gli scugnizzi e i “ragazzi di vita”, per dirla con Pasolini. Con i soldi guadagnati parte alla volta di Parigi con la compagna Mathilde Duffaud e con l’amico di sempre Antonio Mancini. Il suo “gran pescatore” riscuote un successo straordinario all’esposizione al mitico Salon. Nella Ville Lumière fin de siecle vive da bohémien e conosce i principali artisti di quella meravigliosa stagione artistica. L’alcol, l’oppio e la sregolatezza causano la morte della sua amata Mathilde che, come nella Bohème pucciniana, muore tra le sue braccia. Quei prodromi d’irrequietezza che lo accompagnano da sempre si manifestano ora, palesemente, con la scomparsa della persona amata. Gli viene diagnosticato da Jean Martin Charcot, uno stato di “esaurimento nervoso”. Si trasferisce quindi a Capri per allontanare i suoi demoni e ritrovare la serenità. Ritorna a lavorare ai suoi soggetti preferiti: gli scugnizzi. L’inquietudine, lo spleen si riflette ora nello sguardo delle opere: non più sorridente o ammiccante, ma triste o perso nel vuoto.

Molto si è discusso sulla presunta omosessualità dell’Artista, sulle frequentazioni, sulla ricca committenza gay, sui presunti incontri omoerotici con i suoi modelli. Lo stesso Salvatore Di Giacomo, cantore della “Napoli bene”, nel 1905, parlando delle opere di Gemito, affermava scandalizzato: “i suoi ragazzi, ritratti in pose sfacciate e ammiccanti, trasmettono una irrequietezza erotica lontana dall’idea che si ha della gioventù”(sic!). Secondo lo storico Giovanni Dell’Orto, il suo ricovero in manicomio del 1887 fu causato “dal fatto di non volere accettare la sua natura, di rifugiarsi nel rapporto etero con la nuova moglie Anna Cutolo per costruirsi una parvenza di “normalità, di famiglia, di stabilità”. La diagnosi ufficiale del dottor Sciuti è “schizofrenia ebefrenica”. Dissociazione, isolamento. Isolamento autoimpostosi nella sua casa studio di via Tasso, dal 1909 al 1929 anno della sua dipartita.

Insomma la storia di questo orfanello che si forgia artista, si afferma nel mondo dell’arte internazionale, vive una vita spericolata e si ritira nella solitudine della sua mente, nel labirinto della sua follia, commuove ed entusiasma ancora dopo un secolo. La riscoperta critica dell’opera, del pensiero artistico, della visione mitigata tra classico e moderno nelle “urgenze figurative” di respiro europeo a cavallo delle correnti dell’Impressionismo e dell’Art Nouveau, dopo anni di damnatio memoriae imposti dal fascismo e da quell’etica pruriginosa post bellica, spogliata finalmente dai cliché “dell’artista folle nella Napoli degli scugnizzi”, ha finalmente restituito la caratura internazionale all’artista nella dimensione, non marginale, di protagonista. Possiamo affermare che al pari di un suo amico, e forse amante, Raffaele Viviani, Gemito anticipa la grande stagione del neorealismo che farà grande l’Italia, specie nella settima Arte, nel dopoguerra. Sì, perché i suoi soggetti saranno anche politicamente scorretti, come riteneva il buon Di Giacomo, ma sono assolutamente veri, reali, per niente fittizi, alterati e nemmeno “sublimati”; sono Arte e in quanto tali capaci di commuovere ed educare, insomma, per dirla con Aristotele, assolutamente catartici.

Antonio Nacarlo

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