Verità o invenzione?

tempo di lettura: 7 minuti

Richard Dawkins, uno dei più noti biologi evoluzionisti contemporanei e autore di testi imperdibili, in uno dei suoi libri più noti, Diventare più grandi di Dio, fa la seguente affermazione: “Siamo portati a credere che gli Stati Uniti siano un paese progredito e istruito, e in parte è così, eppure la metà dei suoi abitanti crede alla lettera alla storia di Adamo ed Eva, e questo è inaudito. Per fortuna c’è anche l’altra metà della popolazione, che ha reso gli Stati Uniti la più grande potenza scientifica della storia dell’umanità. Viene da chiedersi quanto più avanzati sarebbero stati gli americani se non fossero stati frenati dalla metà scientificamente ignorante della popolazione, che prende per oro colato ogni parola della Bibbia”.

Il recente articolo di Alfonso Coppola che prende in esame, brillantemente vorrei aggiungere, la storia di uno dei grandi eroi del Vecchio Testamento, Mosè, mi ha stimolato ad approfondire l’argomento che ritengo di un certo interesse per molti dei nostri lettori. Pertanto, mi è sembrato appropriato dedicare un breve excursus alla storia di un personaggio certamente più importante di Mosè – almeno per chi professa la fede cristiana – cioè Gesù di Nazaret.

Personaggio controverso, ai confini fra storia e mito, su Gesù di Nazaret è stata scritta una colluvie di testi, addirittura migliaia, e in alcuni di essi si è addirittura posta in dubbio persino la sua esistenza storica. Al punto che uno degli autori contemporanei più noti nel campo della storia biblica, Bart Ehrman, vi ha dedicato un intero volume dal titolo Gesù è davvero esistito? E la sua risposta, alla quale attribuisco un peso e una valenza notevoli è, in chiusura del libro: “Da una prospettiva imparziale, una sola affermazione è possibile: un Gesù di Nazaret è esistito”. Al lapidario commento di Ehrman mi sembra pertinente aggiungere quello di Paolo Flores d’Arcais che nel suo Gesù, in conclusione afferma: “Gesù non è mai stato cristiano. Non si è mai proclamato Messia. Gesù era un profeta ebreo apocalittico itinerante, che annunciava nei villaggi della Galilea la prossima fine del mondo e l’incombente trionfo del Regno, dove gli ultimi saranno i primi” (Paolo Flores d’Arcais, Gesù. L’invenzione del Dio cristiano, Add Editore, 2011).

Ma questo è il solo dato certo, tutto il resto, la sua divinizzazione, la sua morte e resurrezione, i suoi miracoli, la sua predicazione, sono tutti argomenti sui quali è estremamente difficile separare la verità storica dalla mitologia che si è costruita intorno ad essa. Ed è il tentativo che, succintamente, ora faremo.

Approfittando del fatto che abbiamo appena alle spalle il periodo delle celebrazioni pasquali, che dovrebbero ricordarci l’evento più importante della narrazione, ovvero la sua resurrezione, non possiamo fare a meno di notare delle vistose contraddizioni nel relativo racconto che troviamo nei Vangeli. Per esempio, nel vangelo di Marco, che è il più antico dei quattro, il racconto dice che tre donne, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome: «Entrando nel sepolcro videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui”.» (Marco 16:1-6). Lo stesso episodio è narrato dall’evangelista Luca, che è anche il redattore degli Atti degli apostoli, ma in esso gli angeli sono due e non uno come in Marco: «Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti» (Luca 24:1-4).

Alle donne viene poi impartito un comando dall’angelo di Marco: «Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto. Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura» (16:7, 8).

Tutt’altro comportamento rispetto a quello descritto in Luca, che scrive: «E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri». In un vangelo esse fuggono lontano dagli apostoli, in un altro, invece, ubbidientemente fanno quanto ordinato loro dall’angelo; c’è anche da aggiungere che mentre nel vangelo di Marco le donne sono Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome, in quello di Luca la composizione cambia: «Erano Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo». Sparisce Salome e fa il suo ingresso Giovanna. Altre divergenze emergono dal racconto, se si esamina il vangelo di Matteo, nel quale le donne sono due: «Maria di Magdala e l’altra Maria», ed esse vedono un solo angelo, come nel racconto di Marco, e in sintonia con il racconto di Luca: «Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli». 

Quanto sopra è solo un modesto saggio della cautela con la quale si dovrebbe leggere la Bibbia, tenendo nel dovuto conto che le narrazioni degli eventi furono messe per iscritto parecchi decenni dopo i fatti riferiti. Ed in questo concordiamo con quanto asserito da alcuni dei più noti commentatori del testo biblico, come per esempio Rudolf Bultmann che nel suo Storia dei vangeli sinottici (1996) scrive: “La storia narrata nel Vangelo è troppo fantasiosa e piena di errori per essere presa sul serio a livello storico”. Della stessa opinione è Reza Aslan che nel suo Gesù il ribelle (Rizzoli 2013) afferma: “Il fondamento del cristianesimo evangelico … era l’incondizionata fiducia che ogni parola della Bibbia fosse vera e ispirata da Dio; vera alla lettera e fino in fondo. Compresi improvvisamente che un’idea simile era evidentemente e irrefutabilmente falsa; che la Bibbia è piena degli errori più macroscopici e delle contraddizioni più scoperte (com’è inevitabile in un’opera scritta da centinaia di mani durante migliaia di anni)”.

Fortunatamente viviamo in occidente, dove la religione non è un affare di Stato, e al riguardo la si può pensare come si vuole. Ma se in un paese di fede islamica qualcuno si azzardasse anche solo a mettere in dubbio una parola del Corano, cadrebbe sotto la scure degli ayatollah. La morte inflitta ai miscredenti, nelle sue varie forme, era comunque la norma anche in occidente, prima della cosiddetta era dei lumi, quando la Chiesa spadroneggiava su chiunque, e quando non si conosceva la separazione fra Chiesa e Stato, e solo menzionare Il Santo Uffizio faceva rabbrividire.

A questo punto, per dare senso alla nostra esposizione è necessario, anzi indispensabile, scoprire la realtà che si cela dietro il nome pomposo di “Sacre Scritture”, che solo per un caso fortuito sono diventate patrimonio di mezza umanità, e per le quali molti sono stati disposti a cedere persino la loro vita. Passando sopra alle vistose e plateali affermazioni dei cosiddetti “creazionisti”, andremo al vero nòcciolo della questione, perché, come si diceva all’inizio citando Dawkins, milioni e milioni di persone, negli Stati Uniti e in Europa, sono costrette a ignorare del tutto ciò che il paziente e certosino lavoro di scienziati, archeologi, paleontologi, biologi e fisici ha portato alla luce in quanto alle origini della specie umana e alla storia degli ultimi quattro miliardi di anni del nostro pianeta: non esiste Cro-Magnon, Neanderthal, Florensis, e tutte le varie specie che hanno fatto da culla al sorgere di quella umana; che un asteroide abbia causato l’estinzione dei dinosauri milioni di anni fa è un’invenzione dei soliti “complottisti”, perché il primo uomo, Adamo, è stato creato all’improvviso seimila anni fa, sapeva di zoologia, botanica, tassonomia, tanto è vero che diede il nome a tutte le creature viventi, dal verme all’elefante, esseri viventi che un certo tempo dopo furono nuovamente radunati per entrare nell’arca insieme a Noè. Secondo il racconto di Genesi, Adamo diede il nome sia agli animali domestici sia a quelli selvaggi; ma, ci si chiede: poiché la domesticazione è un lavoro lungo e complesso, è evidente che l’autore del mito noetico scriveva da uomo del suo tempo, tempo nel quale si poteva parlare di animali selvaggi e animali domestici, ma certamente non al tempo di Adamo!

Andiamo quindi al punto centrale: le Scritture non sono “sacre”, non lo sono mai state, né mai lo saranno; basta leggerle per intero per rendersene conto. Di recente Bart Ehrman, profondo conoscitore del testo biblico, ha dedicato il suo lavoro all’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, e in una delle sue pagine afferma: “Molti di coloro che leggono l’Apocalisse per la prima volta trovano inquietante il suo contenuto. È impossibile leggere il testo senza essere colpiti dalla violenza del suo racconto: d’altronde, descrive gli effetti apocalittici dell’ira di Dio che si scaglia contro il mondo e tutto ciò che gli si oppone, causando miseria e dolore in abbondanza. L’opera racconta una catastrofe dopo l’altra: carestie, epidemie, guerre e, alla fine, un lago di fuoco in cui perisce la maggior parte della razza umana. Perché inserire nelle Sacre Scritture una descrizione così dura della violenza e della vendetta di Dio? Si tratta di un’immagine di Dio cui i cristiani sono chiamati ad aderire? In che modo essa si pone, poi, rispetto all’insegnamento di Gesù?” (Bart Ehrman, Armageddon, Carocci editore 2023). Lo stesso potrebbe dirsi del libro di Daniele e di molti altri del canone ebraico della Bibbia, nei quali Dio è un Dio di vendetta, di sterminio di una violenza inaudita. Come mai? Possiamo cercare di fornire una risposta tenendo presente innanzitutto che la Bibbia è divisa in due parti che sono state definite in vari modi: Antico e Nuovo Testamento, Scritture Ebraiche e Greche, ecc. Fra le due parti vi è uno iato notevolissimo ed entrambe corrispondono coerentemente al periodo di tempo in cui furono redatte. La Bibbia ebraica non è più ispirata da Dio di quanto possano esserlo l’Iliade e l’Odissea, in quanto si tratta di una saga, che nei libri di Omero aveva come protagonisti alcuni eroi, mentre la Bibbia ebraica ha un solo protagonista: il popolo d’Israele, gli ebrei. La Bibbia, dai suoi vari estensori, non fu scritta pensando che fosse Dio a guidare la loro mano mentre ne vergavano il contenuto; essa fu messa per iscritto, dopo secoli di tradizione orale, con le inevitabili conseguenze di corruzione del testo, durante il periodo dell’esilio babilonese, da sacerdoti versati nello studio degli antichi rotoli che pensavano così di lasciare al popolo e ai posteri una storia del rapporto di quel popolo con Dio. Nelle Scritture Ebraiche Jahveh non è un dio universale, è un dio tribale, è il dio d’Israele e di nessun altro popolo; e questo avrebbe dato a questo popolo l’autorità di predare le terre e i beni degli altri popoli, nel contempo sterminandoli, perché agivano per ordine diretto di dio. Dal libro di Giosuè in poi non si assiste ad altro che a guerre di conquista, di sterminio, di predazione; il tutto sotto l’ala protettrice di Jahveh che, addirittura, ferma il corso del sole per consentire al condottiero ebreo di avere più tempo per vincere e scannare.

La stessa cosa è accaduta con il Nuovo Testamento, redatto decenni dopo gli avvenimenti in esso descritti, arricchiti di leggende, tradizioni, miti, e che alla fine chiude il cerchio con il libro della Rivelazione (Apocalypsis in greco) che si ricongiunge alle altre scritture “apocalittiche” del Vecchio Testamento, e cioè con un bagno di sangue senza precedenti e con la quasi totale scomparsa della razza umana. Il dio ebreo è un sovrano spietato, che non perdona, che distrugge da sé l’opera delle sue mani, a cominciare da Adamo, condannato a morte pochissimo tempo dopo la sua creazione, e poi con l’annegamento di tutte le forme di vita da lui create, in un diluvio che coinvolse creature innocenti e ignare.

Al termine di quest’esposizione, carente sotto molti aspetti, ci poniamo un’ultima domanda: come mai una piccola setta ebraica, il cui capo era stato perfino messo a morte con le accuse più infamanti, con il trascorrere del tempo, crebbe tanto da riuscire a sopprimere tutti gli altri culti, i culti cosiddetti “pagani”, e imporsi come sola religione di tutto il mondo antico? Le motivazioni sono molteplici, ma certamente una spinta fondamentale gliela diede la “conversione” di Costantino che ne fece la religione ufficiale dell’impero più grande del mondo antico: l’impero romano. L’argomento merita certamente un approfondimento e, chi volesse, potrà trovare risposte pienamente soddisfacenti in un altro lavoro del già citato Bart Ehrman dal titolo Il trionfo del Cristianesimo (Carocci Editore, 2018). Come chiosa finale ci sembra pertinente un commento di Reza Aslan in Dio, una storia umana (Rizzoli, 2017): “Un viaggio nel rapporto tra l’uomo e il divino, per capire che siamo noi ad aver plasmato Dio a nostra immagine. Non viceversa”.

Per il momento ci fermiamo qui, sperando di avere suscitato alcuni interrogativi, ai quali sarà un piacere rispondere in un successivo articolo.

1 commento su “Verità o invenzione?”

  1. elio mottola

    Difronte all’interessantissimo, circostanziato e documentato lavoro dell’amico Sergio, magistralmente esposto come sempre, non è facile formulare credibili contributi. Qualche dubbio può nutrire chi, come me, non riesce ad abbandonare il congeniale territorio del paradosso. E quindi mi chiedo: è possibile che i dinosauri siano stati deliberatamente soppressi perché sarebbe stato complicato, molto complicato, farli entrare in coppia nell’Arca del pur volenteroso Noè?

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Torna in alto