Immersi nel mistero

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Labirinto, disegno di Paolo Massaro

Norberto Bobbio, riflettendo sulle modalità con cui ci si può ritenere credenti e sui diversi tipi di ateismo, una volta scrisse: «Penso che la vera differenza sia tra chi, per dare un senso alla propria vita, si pone con serietà e impegno queste domande, e cerca la risposta, anche se non la trova, e colui cui non importa nulla, a cui basta ripetere ciò che gli è stato detto fin da bambino». La continua ricerca è ciò che distingue gli uomini. Il bisogno di capire, che spinge una parte dell’umanità alla ricerca di un senso, può essere generato da vari motivi. Alcuni sentono, pur non avendo ancora trovato una propria dimensione, che la realtà debba necessariamente avere un significato più profondo ma che ancora gli sfugge. Altri, pur avendo creduto di trovare una propria strada, intuiscono che il sentiero che hanno intrapreso non può essere definitivo, per cui avvertono un senso di incompletezza tra le conoscenze che hanno acquisito e sentono che dev’esserci necessariamente dell’altro. Alcuni decidono di riprendere la propria ricerca perché delusi dai punti di riferimento ai quali si erano affidati. Avvertono di perdere, col tempo, pezzo per pezzo le loro certezze e comprendono che le loro “verità” non reggono più il confronto con la realtà.

Il dogmatismo, da parte sua, contraddistingue invece tutti coloro, credenti o non-credenti identitari, che pensano di aver già compreso tutto sul senso della vita. Questa categoria di persone è convinta di non avere più alcun bisogno di cercare, per cui la finalità che li muove sarà unicamente orientata a valorizzare, e quindi affermare, la propria visione ideologica. Il loro obiettivo sarà principalmente interessato a selezionare esclusivamente le idee utili a suffragare le loro conclusioni e, di conseguenza, a scartare, demolire, ridicolizzare tutto ciò che non coincide con il proprio pensiero. La fede dogmatica può generare questo tipo di disposizione mentale sia in coloro che credono, e che perciò tendono ad assumere un atteggiamento aggressivo, agonistico e polemico, riscontrabile, ad esempio, negli aderenti ai sistemi settari, sia in coloro che non credono, e che generano una dogmatica razionalistica e negatrice che solitamente si identifica con il termine scientismo. La visione del mondo assunta da questi ultimi pone le proprie fondamenta esclusivamente sulla logica matematica e sui dati scientifici, ritenendo che non ci sia nulla oltre ciò che i nostri sensi sono in grado di percepire che l’inspiegabile, un giorno o l’altro, sarà senz’altro spiegato in maniera oggettiva, e che tendono a selezionare ogni fenomeno in elementi costitutivi misurabili. È la visione di chi ritiene che unicamente l’analisi e la sperimentazione siano gli strumenti adatti alla conoscenza, e che non riconosce alcuna legittimità all’intuizione, al sentimento, al pensiero e a tutte le discipline che ne derivano, come l’arte, la filosofia, la musica, la teologia, la letteratura, la religione, vale a dire tutto ciò che Blaise Pascal chiamava le «ragioni del cuore» e che a tale proposito scriveva: «Il primo atto della ragione è di riconoscere che un’infinità di cose sono al di là di essa; sarebbe ben debole, se non riconoscesse questo» (Blaise Pascal, Pensieri, Milano 1997, p. 91).

Pascal dedica, sia al pensiero intuitivo che a quello scientista, le seguenti parole: «Tutti gli spiriti matematici sarebbero dunque intuitivi se avessero la vista buona, perché essi non ragionano falsamente sui principi che conoscono; e lo spirito d’intuizione sarebbe spirito matematico, se potesse volgere lo sguardo verso i principi insoliti della matematica. Ciò che dunque impedisce che determinati spiriti intuitivi siano matematici, è che sono del tutto incapaci a volgersi verso i principi della matematica; ma ciò che rende non intuitivi taluni spiriti matematici è che essi non vedono ciò che sta davanti a loro, e che, essendo abituati ai principi puri e tangibili della matematica, e non a ragionare che dopo aver ben visti e maneggiati questi principi, si perdono entro le cose dell’intuizione, dove i principi non si lasciano trattare allo stesso modo. Infatti esse si vedono a mala pena, si sentono piuttosto che non si vedano; ed è molto difficile farle sentire a chi non le sente da sé; sono cose talmente tenui e tanto numerose, che occorre una sensibilità molto delicata e precisa per sentirle, e per giudicare giustamente e proprio secondo tale sensibilità, senza poterle, per la maggior parte dei casi, dimostrare con ordine come in matematica, perché non se ne possiedono nello stesso modo i principi; e volerlo fare sarebbe un’impresa senza fine» (Blaise Pascal, cit. pp. 11 e 12).

La conoscenza intuitiva, di tipo religioso, non è oggi, generalmente, tenuta in grande considerazione. Si privilegia la conoscenza razionale, scientifica, ricavata dall’esperienza che abbiamo degli oggetti e degli eventi del nostro ambiente quotidiano. È una conoscenza che appartiene al campo dell’intelletto, la cui funzione è quella di discriminare, dividere, confrontare, misurare e incasellare ogni cosa in categorie. La caratteristica tipica prodotta da questo tipo di approccio conoscitivo è necessariamente l’astrazione, perché per poter confrontare e classificare l’immensa varietà di elementi, strutture e fenomeni di cui è composta la realtà che ci circonda bisogna per forza di cose fare una selezione, scegliendone solo alcuni aspetti significativi. Inevitabilmente si costruisce una mappa intellettuale della realtà nella quale le cose sono ridotte ai loro contorni, un sistema di concetti astratti e di simboli caratterizzato dalla struttura lineare e sequenziale tipico del nostro modo di pensare e di parlare dal quale possiamo solo attenderci una rappresentazione approssimata della realtà e, di conseguenza, una conoscenza necessariamente limitata.

D’altronde bisogna anche considerare che i dati sperimentali non sono, per loro stessa natura, definitivi. Le stesse conclusioni scientifiche possono dare luogo a visioni diametralmente opposte sul senso dell’universo, l’origine della vita, la specificità umana, perché «la risposta sul principio dell’Universo dipende non solo dalla ragione ma anche e soprattutto dal sentimento, dal modo in cui ognuno sente la vita, dall’emozione vitale che ognuno si porta dentro, dalla disposizione di fondo rispetto all’esistenza e dalla pratica di vita che ne consegue» (Vito Mancuso, Il principio passione, Milano 2013, p. 39).

Qualcuno ritiene, ad esempio, come l’astrofisico premio Nobel per la fisica Steven Weinberg, che i risultati raccolti nel corso della sua vita di ricercatore non siano di nessun conforto per chi sperava di trovare in essi un senso alla propria vita. Scrive, infatti: «Negli esseri umani c’è un’esigenza quasi irresistibile di credere che noi abbiamo un qualche rapporto speciale con l’universo, che la vita umana non sia solo il risultato più o meno curioso di una catena di eventi accidentali risalente fino ai primi tre minuti, che la nostra esistenza fosse già in qualche modo preordinata fin dal principio… Ancora più difficile è rendersi conto che l’universo attuale si è sviluppato a partire da condizioni indicibilmente estranee e che sul suo futuro incombe un’estinzione caratterizzata da un gelo infinito o da un calore intollerabile. Quanto più l’universo ci appare comprensibile, tanto più ci appare senza scopo» (Steven Weinberg, I primi tre minuti. L’affascinante storia dell’origine dell’universo, Novara 1994, p. 170). Dello stesso parere è Jacques Monod, Nobel per la medicina, che in un suo saggio ci mostra quanto il nostro universo sia assolutamente inospitale per la vita e descrive l’essere umano come “uno zingaro” che vive ai suoi margini, e scrive: «L’antica alleanza è infranta; l’uomo finalmente sa di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo da cui è emerso per caso» (Jacques Monod, Il caso e la necessità, Milano 1997, pp. 157,163,164).

Dal canto suo, Christian de Duve, Nobel per la medicina, replica: «Alla famosa frase di Monod: “L’universo non era gravido di vita, né la biosfera era gravida dell’uomo”, io rispondo: “Lei sbaglia: erano gravidi”», e continua, «io considero questo universo non come uno scherzo cosmico, bensì come un’entità dotata di significato, fatta in modo tale da generare la vita e la mente, destinata a dare origine a esseri pensanti in grado di discernere la verità, di apprendere la bellezza, di sentire amore, di desiderare il bene, definire il male, sperimentare il mistero» (Christian de Duve, Polvere vitale, Milano 1998, pp. 15,490). A differenza di Monod, de Duve coglie, quindi, un preciso senso inscritto nella materia, finalizzata di per sé a generare la vita, e in un altro suo saggio scrive: «Per me, l’Universo, sia esso unico o sia nato da un multiverso, rimane significativo grazie alla natura del suo contenuto. Da qui la mia nozione di “Ultima Realtà” … Appresso l’intelligibile, l’Ultima Realtà possiede un aspetto sensibile, al quale può accedere l’emozione artistica… Dopo il vero e il bello, c’è il bene – questa sfaccettatura dell’Ultima Realtà che distingue ciò che è bene da ciò che è male, ma non lo fa sotto forma di comandamenti o di proibizioni, bensì nella sua essenza: il semplice fatto cioè che una simile distinzione esiste e fa parte di questa Realtà» (Christian de Duve, Da Gesù a Gesù passando per Darwin. Un itinerario personale, Milano 2013, pp. 73,76,79,80). E, a proposito dei metodi utilizzati dal procedimento scientifico, continua esprimendo le seguenti perplessità: «Noi non possiamo pretendere di avere accesso a tutto il sapere del nostro tempo. Ognuno di noi conosce pochissime cose, e, in molti casi, non abbiamo la preparazione necessaria per capire gli argomenti che sostengono una tesi o che la confutano. In molti settori piuttosto specializzati o specifici ci vediamo tutti quanti più o meno costretti, per foggiare la nostra opinione, a dare “fiducia” (la parola viene da fides, che vuol dire “fede”) agli esperti. La scienza poggia su questa affidabilità (sempre la stessa radice) degli esperti, la quale dipende dal loro rigore e dalla loro onestà intellettuale, dal loro sottostare a quello che Jacques Monod chiamava l’“etica della conoscenza”. Nell’insieme, il sistema funziona abbastanza bene; ma ha le sue falle. Gli scienziati non sono esenti dalle debolezze umane, quali l’amor proprio, la vanità, l’ambizione, la sete di gloria o l’allettamento del lucro, che intaccano, a volte, l’integrità di alcuni di loro. Di più: essi non sono infallibili, né sempre particolarmente intelligenti o correttamente informati… Tuttavia ci si deve rassegnare. Nonostante la nostra sete di certezze, siamo costretti a convivere con i nostri dubbi e a tentare di cavarcela al meglio cercando di rimanere oggettivi, onesti e razionali. Tutto questo conta più di tutte le false certezze dei dogmatismi. Non penso soltanto alle dichiarazioni di alcuni magisteri religiosi. Ci sono scienziati che non esitano ad affermare certe convinzioni, o la loro mancanza, e che vanno al di là di quello che è scientificamente dimostrato o dimostrabile. Esempio: l’ateismo militante di un Richard Dawkins o di uno Steven Weinberg. La scienza non può dimostrare che Dio non esiste, e neanche, d’altronde, può dimostrare la sua esistenza».

Allo stesso modo, in astrofisica, il non senso e l’assurdità del tutto, prospettata da Steven Weinberg, non viene invece colta da Freeman Dyson, docente presso l’Institute for Advanced Study di Princeton, che sulla base degli stessi risultati scientifici invece conclude: «Quanto più lo esamino e studio i particolari della sua architettura, tanto più numerose sono le prove che l’universo, in un certo senso, doveva già sapere che saremmo arrivati. Nelle leggi della fisica nucleare vi sono alcuni esempi molto singolari di coincidenze numeriche che paiono essere accordate tra loro per rendere l’universo abitabile» (Freeman Dyson, Turbare l’universo, Torino 1981, p. 289). Anche Einstein vedeva un senso di religiosità «nell’ammirazione estasiata delle leggi della natura», e diceva che in esse «si rivela una mente così superiore che tutta l’intelligenza messa dagli uomini nei loro pensieri non è al cospetto di essa che un riflesso assolutamente nullo» (Albert Einstein, Come io vedo il mondo. La teoria della relatività, Roma 2004, p. 22).

L’evidenza mostra che nella mente di alcuni scienziati possono entrare fattori che vanno al di là dei dati oggettivi a loro disponibili, che le nette divisioni tra loro possono essere generate, ad esempio, dai metodi con i quali si lavora, dall’interpretazione dei dati da essi forniti, da una diversa prospettiva dalla quale si guarda il senso complessivo della realtà, oppure dalla vita concreta da loro svolta. La capacità di accettare una tesi scientifica non dipende solo dalle prove razionali che la sostengono, ma anche dalla posta in gioco emotiva legata alle sue conclusioni. «La pretesa di risolvere il discorso sulla vita e il suo senso in chiave scientista, e quindi di dichiarare chiuso il discorso su Dio e sul mondo spirituale perché non materialmente sperimentabile, appare come un’opzione a sua volta dettata dalla fede, da una particolare fede filosofica improntata al materialismo e al riduzionismo, a visioni del mondo per le quali ciò che non rientra sotto il dominio dei sensi e dei ragionamenti umani semplicemente non esiste», una «opzione filosofica impoverente della complessa e stratificata realtà umana», per cui «negare la presenza nell’essere umano di una dimensione ontologica che rimanda al di là dell’attestazione dei sensi significa negarne proprio la specificità» (Vito Mancuso, Io e Dio. Una guida dei perplessi, Milano 2011, pp. 128,129).

Al cospetto della vita possiamo riconoscerci tra coloro che cercano, apprezzando e mostrando un senso di gratitudine nei confronti delle ricerche compiute da altri o tra chi, non provando alcun interesse per questo tipo di argomentazioni, non prova alcun interesse a ricercare, e guarda con disprezzo o supponenza le ricerche altrui. Rinnovare in noi il desiderio di antiche riflessioni, intraprendere una strada per risalire alle radici profonde della nostra coscienza, ricostruire il senso e la direzione della nostra vita sulla Terra, consapevoli di trovarci al cospetto di qualcosa più importante di noi stessi, dipende dalla percezione del mistero che avvertiamo, indipendentemente dalle idee personali che abbiamo adottato. La sensazione di essere immersi nel mistero, quel sentimento che Norberto Bobbio chiama «senso di religiosità», è ciò che alimenta una ricerca onesta, rispettosa e sofferta sul significato fondamentale della vita.

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