Da ragazzo tifavo per la Juve

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Omar Sivori (Fonte: storiedicalcio.altervista.org)

Da ragazzino tifavo per la Juve. Il Napoli era una squadra di media classifica e nel 1961 finì addirittura in serie B. La Juve era invece quella di Charles e soprattutto di Sivori, connazionale di Maradona, da molti considerato l’unico competitor mondiale di Pelé. Insomma, era difficile sottrarsi al fascino di questi fuoriclasse. Poi il Napoli acquistò Omar Sivori (molti napoletani gli dedicarono l’incipit della canzone “Torna a Surriento”: “Vide Omar quant’è bello …”) risolvendo così il mio doloroso dissidio interno. Da allora ho tifato sempre per il Napoli e sempre meno per la Juventus fino a riconoscerne il titolo di avversaria storica dei tifosi napoletani.

Questo breve preambolo autobiografico si presta ad introdurre una riflessione più ampia: la propensione degli esseri umani a schierarsi per i più forti o per i più deboli. Agli occhi di chi sostiene i più deboli, quelli attestati sulla sponda opposta sembrano spesso soggetti psicolabili: che piacere può provare, tornando per un attimo alla metafora calcistica, il tifoso di una squadra che ha vinto tutto e continua a farlo? Sarebbe piuttosto il caso di chiedersi quanto quel tifoso soffra di fronte ad una sconfitta della sua adorata squadra. Del tutto opposta è la condizione di chi tifa per una squadra modesta: soffrirà poco quando la squadra perde l’ennesima partita, ma esulterà le poche volte che vince. Anche la logica suggerirebbe quindi di tifare per una squadra debole perché il bilancio emotivo piacere-dolore probabilmente premia questa scelta. In realtà al tifoso della Juve, come a quello del Real Madrid e di tante squadre supertitolate, piace non tanto vincere quanto “essere vincente”, cioè dominante.

Uscendo dal mondo calcistico, azzardiamo l’idea che chi va a collocarsi nella parte forte della società risolve una volta per tutte ogni dubbio, ove mai ce ne fossero, e si gode questa posizione di tranquillità esibendone tutti i vantaggi. Questo soggetto, come è facile immaginare, si omologa alla società in cui vive condividendone i valori, quando ci sono, ma anche i disvalori. Sarà politicamente un conservatore, eticamente un credente e non si porrà altro problema che il benessere suo e dei suoi familiari. Dimenticherà pian piano le sue origini, se erano modeste, ed entrerà in concorrenza con i suoi pari tentando di superarli. Sarà una corsa al possesso degli oggetti più costosi, più moderni di ogni altro status symbol capace di appagare i desideri che fatalmente crescono nella sua mente di consumista. Non si porrà troppi scrupoli né rispetto all’inquinamento e al cambiamento climatico, né tanto meno alle vistose diseguaglianze che lo circondano. Si adagerà sui gusti prevalenti della classe sociale cui appartiene o crede di appartenere. Naturalmente voterà per il partito che gli promette di mantenere o di migliorare la sua condizione e può darsi che in qualche fase storica recente abbia votato, o avrebbe votato, anche per il PD, ad esempio quello di Renzi.

Si identificano con la classe dei benestanti anche coloro che ne sono ben lontani: i modelli e i simboli proposti dalla mendace rappresentazione che la pubblicità offre di una realtà inesistente o riservata a pochi li spinge a dare il loro voto a personaggi politici che traboccano di ricchezza e che, vantando per lo più di essersela procurata col proprio lavoro o col proprio genio imprenditoriale, fanno loro intravvedere la possibilità di emularli e, al tempo stesso, la prospettiva che una volta al governo non avranno alcun bisogno personale da soddisfare (sono ricchissimi!) e si prenderanno cura di chi ricco non è. Messaggio totalmente falso, come dimostra il caso di Berlusconi che, pur promettendo fantasmagorici vantaggi per i poco abbienti (un milione di posti di lavoro vent’anni fa e pensioni minime elevate a 1.000 euro alle ultime elezioni), ha costantemente favorito la classe agiata a cui lui stesso apparteneva.

Sul fronte opposto troviamo quelli che, indipendentemente dalla condizione economica in cui vivono, antepongono al desiderio di ricchezza o anche del solo benessere, il senso di giustizia, impulso innato o scaturito da letture, relazioni sociali, familiari, dalla scuola quando è degna di questo nome. Tra loro troveremo chi finanzia, se può, istituzioni benefiche, o partecipa al volontariato, convinto che la pacifica convivenza può essere assicurata solo da un minimo di equità o almeno dalla speranza di un minimo di equità. Gli appartenenti a questa classe culturale, in via di lenta estinzione, voteranno per i partiti riformisti o per quelli che intendono abbattere il sistema capitalistico, obiettivo in sé apprezzabile ma purtroppo irrealizzabile, come la storia ci ha ormai insegnato. Tornando per un attimo al tifo calcistico, sai che piacere proverebbero gli elettori di sinistra ove mai un giorno dovesse vincere la loro modesta squadra?

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