Aniello Falcone: arte, vita e leggenda

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Aniello Falcone, Scena di Battaglia, Museo del Prado – Madrid (Fonte: wikipedia commons)

Il XVII secolo a Napoli fu un periodo storico straordinariamente complesso. Sotto la dominazione spagnola il vicereame visse un assoluto splendore culturale: il Seicento viene definito dalla storiografia ufficiale anche come “secolo d’oro dell’arte Barocca napoletana”. Ma fu anche il secolo delle tre grandi sciagure che si abbatterono sulla capitale partenopea: l’eruzione violentissima del Vesuvio nel 1631, la rivoluzione di Masaniello nel 1647 e la peste del 1656. Alle figure celebri di artisti come José de Ribera, Massimo Stanzione, Battistello Caracciolo, Luca Giordano e Mattia Preti (solo per citarne alcuni) si affiancano maestri di minore fama che seppero però fotografare al meglio lo spirito dei tempi. Figli della città non si rintanarono nei loro atelier ma vissero “con il popolo tra il popolo” condividendone le sorti.

Uno di questi fu certamente Aniello Falcone, specialista delle scene di battaglia pittoriche ma anche abile spadaccino nella vita quotidiana. Lo storico settecentesco Bernardo De Dominici, nella sua opera Vite de pittori, scultori ed architetti napoletani, ce ne restituisce il ritratto sia fisico che caratteriale: “alto e robusto, dalla chioma folta e dal carattere irruento, non usciva mai di casa senza armarsi di spada e pugnale“. Aniello nacque a Napoli nel 1606, il padre era un mercante con bottega a Piazza della Selleria (attuale piazza Nicola Amore). Versato nell’arte del disegno compì il suo apprendistato nella bottega del già famoso e rinomato pittore spagnolo José de Ribera. Le prime opere pubbliche a lui ascrivibili, secondo il De Dominici, sarebbero i medaglioni dipinti nella sagrestia del Gesù Nuovo. Grazie al discreto successo ottenuto, nel 1627 aprì una sua bottega in uno dei vicoli nei pressi della chiesa di Santa Maria alla Carità. Lì iniziò a esporre le sue tele raffiguranti tumultuose battaglie, ispirate dalla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Il ricco mercante d’arte fiammingo Gaspar Romer, folgorato dalla sua bravura, comprò infatti gran parte della sua produzione e gli commissionò altre tele aventi lo stesso soggetto guerresco. Il giovane pittore, già maestro di fatto grazie al munifico e influente committente, dovette assumere apprendisti per onorare le commesse. Tra tanti, scelse quelli con carattere più affine al suo: Salvator Rosa e Micco Spadaro, entrambi artisti ricchi di talento ed entrambe attaccabrighe.

Sono gli anni drammatici dell’amministrazione vicereale: il popolo è esasperato dalle gabelle e dai balzelli raddoppiati per finanziare la guerra spagnola contro le Fiandre e per la militarizzazione forzata subita dai napoletani, le truppe acquartierate tra il forte di Sant’Elmo e la pianura del “Mercatello” sono pronte a reprimere ogni possibile protesta. In questo clima esplosivo un tragico avvenimento cambierà per sempre la vita di Aniello Falcone. Sempre come raccontato dal De Dominici, un amico del pittore venne ucciso a bastonate da due soldati spagnoli, davanti ai suoi occhi increduli per la barbarie. Aniello reagì aggredendo gli assassini, altri militari però intervennero nello scontro, infierendo violentemente contro il solo Falcone lasciandolo a terra credendolo morto. Rimessosi dal pestaggio Falcone giurò vendetta contro i soldati spagnoli. Insieme ai suoi apprendisti Salvator Rosa e Micco Spadaro fondò la Compagnia della Morte con lo scopo di vendicare l’onore ferito dei napoletani dalla tracotante soldataglia. Quasi ogni notte i tre battevano i vicoli dei quartieri, vestiti di nero e armati di tutto punto, in cerca di spagnoli da ammazzare. Queste azioni di guerriglia, ben viste dalla popolazione, non solo ebbero il vantaggio di attirare diversi adepti alla setta ma diedero il là alle prime insurrezioni contro il malgoverno del viceré Rodrigo Ponche de Lèon. Lo stesso Masaniello, capo-popolo della rivolta del 1647, in gioventù partecipò alle azioni punitive della Compagnia della Morte.

Tornando alla vicenda artistica di Falcone, negli anni Quaranta del Seicento il suo linguaggio pittorico mutò evolvendosi, mitigando la lezione caravaggesca con il classicismo di Guido Reni e Nicolas Poussin. La sua strabiliante fama di pittore di battaglie arrivò fino a Parigi tanto che il re di Francia, Luigi XIV, mandò suoi emissari a Napoli per acquistare diverse tele che serviranno poi per adornare gli splendidi saloni della reggia di Versailles. Sempre secondo il De Dominici, Falcone partecipò attivamente alla fallita rivolta del 1647 e dovette scappare in Francia per non subire l’ira del viceré.  La vicenda umana di questo maestro del barocco napoletano si concluse, prematuramente, con la morte per peste nel 1656 e la fossa comune.

La storiografia contemporanea, soprattutto dopo gli studi effettuati dal filosofo Benedetto Croce sull’attendibilità dei racconti del De Dominici, tende a smentire o quanto meno diminuire la veridicità di tali accadimenti. Tuttavia, alla luce dei ritrovati atti giudiziari a carico di alcuni partecipanti alla nominata Compagnia della Morte, delle numerose testimonianze dei vari contemporanei (gli unici ritratti di Masaniello esistenti hanno la firma di Falcone e di Micco Spadaro), non sembra tanto irreale la realtà storica di questa confraternita di “giustizieri”.

1 commento su “Aniello Falcone: arte, vita e leggenda”

  1. Il tuo articolo su Aniello Falcone è molto interessante e ben documentato. Hai saputo intrecciare la storia dell’arte con la complessa realtà del XVII secolo napoletano, rendendo giustizia a una figura affascinante e spesso trascurata. Complimenti

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