Cuba: carota o bastone con Joe Biden?

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Ricordiamo tutti la storica immagine della bandiera a stelle e strisce che sventolava sull’ambasciata statunitense a L’Avana. Era il lontano 2015 e con il mandato presidenziale di Barack Obama ci fu la cosiddetta distensione o normalizzazione tra i due Paesi: Cuba e Stati Uniti.

Il disgelo iniziato dal presidente Obama è stato spesso tacciato di ipocrisia, un esempio di metodo carota-bastone, che in modo molto sottile ha cercato di avviare nell’isola un processo di “democratizzazione”, bruscamente interrotto dalla presidenza Trump che, prima di abbandonare la Casa Bianca, ha deciso di inserire Cuba nella lista dei Paesi sponsor del terrorismo, lista in cui il Paese è stato inserito dal 1982 al 2015, per esserne poi cancellata proprio dal presidente Obama.

Oggi, con l’insediamento a Capitol Hill del nuovo presidente Joe Biden, ci si chiede dunque quale sarà l’agenda politica della Casa Bianca nei confronti dell’isola caraibica. Biden ha nominato come consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, ex consigliere politico di Hillary Clinton, la mente dietro gli accordi sul nucleare iraniano. È stato proprio lui, con un tweet, a sottolineare l’attenzione che la politica estera del mandato di Biden ha verso Cuba: “Sosteniamo il popolo cubano nella sua lotta per la libertà e facciamo eco alle richieste al governo cubano di rilasciare i manifestanti pacifici. Al popolo cubano deve essere consentito di esercitare il diritto universale alla libertà di espressione”. Gli interrogativi sono molteplici: Biden aumenterà lo staff dell’ambasciata statunitense all’Avana? Ripristinerà i viaggi da e verso Cuba? Continuerà la normalizzazione iniziata con Barack Obama?

Dopo che il presidente Donald Trump ha interrotto le rimesse estere dall’Isola e rafforzato le sanzioni per le transazioni economiche tra i due Paesi, molti sperano che il cambio politico possa ammorbidire le relazioni tra gli Stati Uniti e l’isola guidata da Dìaz-Canel. Con la pandemia di Covid-19, infatti, Cuba si trova in una stretta economica preoccupante, che ha aggravato la già difficile condizione dovuta all’embargo.

Secondo un report delle ong WOLA (Washington Office on Latin America) e CDA (Center for Democracy in the Americas), gli Stati Uniti dovrebbero aumentare la collaborazione con Cuba proprio in materia di salute internazionale, come la prevenzione e ricerca su altre epidemie (dopo il significativo contributo dato dai medici cubani durante l’emergenza sanitaria), ma anche in ambito di protezione ambientale, artistica e scientifica. E da lì spianare la strada per affrontare la questione dei “diritti umani” sull’Isola.

“Molti dei problemi più critici che viviamo in Occidente sono transnazionali: gli effetti del cambiamento climatico, malattie infettive, inquinamento ambientale, narcotraffico e migrazioni. Il progresso dipende dalla cooperazione con i Paesi vicini, specialmente Cuba”. (Report WOLA e CDA)

Un approccio dunque di soft power, che cela in realtà una linea dura. Non illudiamoci infatti di assistere ad un interesse reale al miglioramento delle relazioni verso Cuba da parte dell’Amministrazione statunitense.

Intanto, il senatore repubblicano della Florida, Marco Rubio, famoso per le sue posizioni anti-castriste, ha dichiarato che Biden dovrebbe seguire le orme del presidente Trump piuttosto che “ritornare alla fallimentare politica di Obama di gratificare Raúl Castro e Miguel Díaz-Canel”. Ma, d’altro canto, c’è un’ombra che aleggia sempre più su Cuba, che gli Stati Uniti non possono più ignorare: la Cina. Il gigante asiatico domina il settore delle telecomunicazioni sull’Isola e rappresenta un rivale per le aziende satunitensi del settore, questo è quanto dichiarato lo scorso anno in un report della Task Force “Cuba Internet” del Dipartimento di Stato degli USA. L’asse Cina, Russia, Venezuela e Cuba preoccupa non poco l’Amministrazione statunitense.

Il presidente Biden dovrà dunque prendere posizione nei confronti dell’Isola caraibica: vista l’esperienza come vice di Obama durante il processo di disgelo USA-Cuba, è plausibile che continui su quella strada e dunque che normalizzi nuovamente le relazioni con l’Isola, ammorbidendo le sanzioni economiche vigenti e costruendo un dialogo improntato alla civiltà e all’apertura. Per quanto non improntato ad un reale desiderio di normalizzazione, il disgelo con Cuba diventa sempre più una necessità per gli Stati Uniti, se vogliono competere con Russia e Cina e non lasciare che la loro ingerenza arrivi a pochi passi dalle proprie coste. Del resto, la famosa dottrina Monroe del 1823, per cui l’America Latina era considerata in politica estera come un “cortile” degli USA, vacilla sempre di più e risulta ormai anacronistica. I nuovi sviluppi nel continente latino-americano, dal Cile al Venezuela, alla Bolivia, lasciano intendere che l’approccio precedente adottato dagli Stati Uniti non ha più la tenuta e la stabilità di un tempo.

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