Renato Guttuso: l’arte e la determinazione

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Renato Guttuso, Crocifissione, Roma (Galleria Nazionale d’Arte Moderna)

Un vento gelido soffia da est portando con sé la tempesta generata dalla guerra. Una bufera di emergenze umanitarie ed economiche si abbattono sul suolo europeo. In questo quadro inquietante si aprono scenari foschi anche per il nostro Paese, pochi anni prima colpito duramente da una tremenda epidemia polmonare che ha causato 650.000 vittime. Inoltre, la crisi energetica e l’insicurezza dei mercati fanno impennare la disoccupazione, il governo sembra incapace di porre un argine a questi tremendi cambiamenti. Le destre totalitarie avanzano inneggiando al loro leader. Sotto il vessillo tricolore ornato dallo slogan “Dio, Patria e Famiglia” marciano facendo ruotare il manganello, nella quasi totale indifferenza delle istituzioni e delle élite intellettuali. Non stiamo descrivendo la situazione attuale (anche se le similitudini sono inquietanti), siamo sempre negli anni Venti ma del Novecento, durante l’ascesa del Partito Nazionale Fascista.

Un giovanissimo artista siciliano muove i primi passi nel mondo dell’arte. Renato Guttuso è animato da due profonde passioni: la pittura e l’impegno sociale. Figlio di genitori liberali e nipote di un garibaldino, Renato cresce nutrendosi di quei valori repubblicani che gli faranno sviluppare precocemente una coscienza politica. Finito il liceo, comincia a frequentare gli ambienti artistici e bohemiens palermitani, qui conosce il socialista Ettore Gervasi e il sindacalista Franco Grasso e inizia a formarsi la sua coscienza antifascista. Negli anni ‘30 del Novecento Guttuso si trasferisce prima a Milano e poi a Roma. La capitale sarà la sua città di adozione. Solo nel 1940 ufficializza il suo impegno politico iscrivendosi al Partito Comunista allora clandestino. (Una curiosità: Renato Guttuso disegnerà il simbolo politico usato del Partito Comunista Italiano dal 1943 fino al 1991).

A causa della sua partecipazione ad attività contro il regime, Guttuso è costretto a scappare a Genova per sfuggire agli agenti del OVRA (organizzazione volontaria di repressione antifascista). Qui dipinge una delle sue opere, forse la più famosa, da cui si evince tutto il suo impegno civile. La Crocifissione” diviene simbolo dei soprusi e della violenza che l’uomo è costretto a subire. Rappresentare la crudeltà e la barbarie in piena azione, poco importa se sia perpetrata nella Gerusalemme del I secolo o nell’Europa nazi-fascista. Il linguaggio scelto dal pittore pertestimoniare la condizione di impotenza dell’uomo nel momento doloroso della guerra, nel periodo in cui si affermano le avanguardie e l’astrattismo, rimane aderente alla realtà, alla pittura figurativa.

Superando gli intellettualismi delle avanguardie, il realismo permette agli spettatori, di ogni ceto o cultura, di comprendere il messaggio che vuole veicolare l’artista: la realtà, costretta a confrontarsi col dolore, può solamente fermarsi e lasciare spazio al lamento della sofferenza. Facile corre l’idea alla poesia “Alle fronde dei salici” di Salvatore Quasimodo:

“E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?”

Studio preparatorio per “Crocifissione”, particolare

Nelle stesse intenzioni del pittore ricaviamo il suo proposito: «Voglio dipingere questo supplizio del Cristo come una scena di oggi … come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, tortura, per le loro idee politiche diverse, per il loro essere diversi».

L’impianto figurativo atipico della sacra rappresentazione, i tanti nudi suscitarono lo scandalo delle sfere ecclesiastiche, che proposero la messa all’indice dell’opera ritenendola blasfema e indecente. Lo stesso regime fascista bollò l’opera come “degenerata” perché, nella figura dell’aguzzino che in una mano regge la lancia e nell’altra i dadi, ravvisarono una spiccata somiglianza con il duce Benito Mussolini. Intuizione esatta, infatti in un disegno preparatorio per l’opera, il ruolo dell’aguzzino era affidato a Hitler.

Del resto Guttuso nelle sue opere non vuole assolutamente edulcorare la realtà, ma mostrarla nella sua crudezza, quasi con violenza. Lui stesso afferma che “… è necessario che un artista agisca, nel dipingere, come agisce chi fa una guerra o una rivoluzione”.

Una vita intera dedicata all’arte e alla politica, Guttuso fu senatore del Partito Comunista Italiano per due legislature, durante la segreteria di Enrico Berlinguer. Un vero esempio per chi si rifugia nella sua comoda torre d’avorio e lascia che siano altri a decidere per il futuro del proprio paese. Come diceva il rimpianto David Foster Wallace: “Avete tutto il diritto di stare a casa, se volete, ma non prendetevi in giro pensando di non votare. In realtà, non votare è impossibile: si può votare votando, oppure votare rimanendo a casa e raddoppiando tacitamente il valore del voto di un irriducibile”.

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