Diario dell’inquietudine: 30 agosto 2022

tempo di lettura: 3 minuti
pagina di diario

Ha suscitato qualche discussione in famiglia la mia tesi sul “Male”, rispolverata a seguito di recenti fatti di cronaca. A mio avviso il “Male” come entità più o meno astratta, come fluido che pervade, in via permanente o occasionale, tanti esseri umani facendoli diventare malvagi per sempre o nel momento in cui compiono una cattiveria, è un’invenzione religiosa, il demonio in forma gassosa. Esistono tuttavia, eccome, comportamenti o singole azioni umane che arrecano danni, lutti e sciagure. Se vogliamo guardarle soltanto dal punto di vista del danno procurato, dovremmo ammettere che molti di quanti ne sono responsabili non incorrono in alcuna sanzione perché non hanno commesso nessuno dei reati contemplati dal codice penale. Qualche esempio non guasta. Pensiamo agli avvocati: quanti di loro, occultando o minimizzando la realtà dei fatti in una causa civile creano un ingiusto danno alla parte avversa? E ai politici: quante leggi, quanti atti amministrativi danneggiano, col suffragio di una legge ad hoc, questa o quell’altra categoria di cittadini? E quanti governi decidono di aggredire un popolo accampando motivi ideologici come paravento ai veri interessi che sono di regola economici o strategici?

Se è dunque possibile danneggiare gli altri senza commettere alcun reato, dovremmo almeno astenerci dall’assolvere post mortem gli autori di danni e di disagi gravi o di sventure non sanzionabili e smettere di pensare che la morte purificatrice ci rende tutti innocenti e degni di compianto. Solo chi ha una visione religiosa della vicenda umana può bonificare tutti gli errori commessi in vita perché rimette il giudizio nelle mani di Dio: gettando al rogo le leggi degli uomini sarà Lui a stabilire la pena da scontare nell’aldilà. Che la condanna sia poi ad un breve periodo di purgatorio, questo sì rieducativo, o alle fiamme eterne dell’inferno (leggi: ergastolo) che poi tanto eterne non sono perché sopravverrà per tutti l’amnistia sotto forma di resurrezione universale non c’è modo di saperlo ma comunque tutto sarà livellato dalla clemenza divina.

Questi ragionamenti sono stati accolti dai miei parenti con qualche riserva. Fatto sta che in questo scorcio di anno ci hanno lasciato personaggi di indubbia grandezza come Eugenio Scalfari e, ultimamente, Piero Angela ai quali dobbiamo essere grati perché hanno arricchito, in tanti anni di attività, la nostra coscienza civica e la nostra conoscenza. E non sono i soli che meritano la nostra stima: qualche giorno fa è finita anche la giurista Lorenza Carlassare, prima donna in Italia a ricoprire la cattedra di diritto costituzionale, e qualche settimana fa Leonardo Del Vecchio illuminato fondatore di Luxottica. tanto per fare altri nomi degni del massimo rispetto.

Nello stesso periodo abbiamo appreso della morte prematura di Niccolò Ghedini che ha sollevato il compianto di tutti i suoi colleghi di partito, dei parenti, degli amici, dei suoi estimatori ed anche la pietà di chi, come noi, non la nega a nessuno. E tuttavia l’umana compassione non può cancellare le differenze tra Scalfari, Angela, Carlassare e Del Vecchio da un lato e chi, dall’altro, nell’esercizio delle sue funzioni professionale e politiche, ci lascia ricordi non proprio edificanti. Come dimenticare la pluriennale difesa di Silvio Berlusconi nelle sue tante beghe giudiziarie, difesa in cui non sono mancate le assenze dalle udienze per motivi di salute dell’imputato, pilotate, è lecito sospettare, per allungare i processi fino alla prescrizione del reato contestato? Come dimenticare il sostegno di Ghedini alle iniziative ed alla manifestazione contro la Procura di Milano indetta dal suo partito per delegittimare l’azione dei magistrati nei confronti del Leader Maximo? Ho chiesto ai miei familiari perplessi di considerare l’uscita di scena di Ghedini, già militante nel Fronte della Gioventù, appendice giovanile del MSI, come un fatto positivo: se l’aver concorso ad infliggere agli italiani trent’anni di Berlusconi fosse un reato, una ventina d’anni di reclusione, tenendo conto sia delle attenuanti a sfondo psicosociologico che dell’aggravante della premeditazione sarebbe stata una giusta sanzione. Non li ho convinti! E men che mai ci sono riuscito quando ho detto che sentimenti non molto diversi ha suscitato in me la tragica morte della Dugina. La sua dipartita, malgrado l’enorme dolore dei suoi congiunti e la famosa pietà che tutti meritano, non può non essere vista come la fine di una drammatica complicità nelle migliaia di lutti causati sia ai russi, suoi compatrioti, sia agli ucraini che lei definiva “subumani” sulla scia di quel “cattivo maestro” e “pessimo padre”, Aleksandr Dugin. E mi dispiace trovarmi, per la prima volta, in dissenso con Papa Bergoglio che ne ha parlato come di una giovane vittima “innocente”. Come si sarebbe espressa Sua Santità se lo sciagurato padre della vittima non avesse deciso all’ultimo momento di salire su una vettura diversa?

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Torna su