Alieni in fuga

tempo di lettura: 5 minuti
Immagine da www.pexels.com

Che la specie umana riesca a sopravvivere a se stessa è una credenza più che un’ipotesi scientifica. Propagandare questa considerazione non è un incitamento alla deresponsabilizzazione, ma un invito a prender coscienza che “ciò che è in ballo non è la sopravvivenza del Pianeta Terra ma di una delle specie che lo abita, l’uomo”, come sapientemente ci ricorda Odifreddi.

In questa prospettiva l’ipotesi che in un altro tempo, tanto lontano da noi da non poterne avere cognizione, altri esseri pensanti, con livelli di coscienza, conoscenze e capacità per noi impensabili, si trovino a passeggiare sul pianeta Terra è un interessante esercizio mentale.

Cosa troverebbero? Quasi certamente una natura rigogliosa, che è riuscita ad assorbire i danni provocati dal suo antico e più intelligente(?) abitante. Un po’ quello che, in dimensioni ridotte, sta già avvenendo a Černobyl’ che, dopo il disastro della centrale nucleare nel 1986, diventata zona interdetta agli esseri umani, è stata colonizzata da una vegetazione rigogliosa, o a Bagnoli, a Napoli, nell’area occupata fino al 1990 da uno dei più grandi stabilimenti siderurgici, dove, come affermano alcuni studiosi, un ormai ipotetico intervento di bonifica sarebbe inutile: dopo più di trent’anni a ripulire la zona ci hanno pensato le piante.

Quale sarà la traccia più vistosa della presenza di una specie “intelligente” che attrarrà la loro attenzione? Non è impossibile immaginare che i sedimenti di materiali di natura eterogenea, vistosi e consistenti in alcune zone più che in altre, prodotti dai rifiuti riversati dal genere umano nel corso della sua esistenza, diventino per questi avveniristici e avventurosi alieni un interessante oggetto di studio, il che ci induce a una considerazione triste e inquietante: la storia degli uomini è inscritta nei suoi rifiuti.

Lo sanno bene gli archeologi, i paleontologi, i biologi, i geologi che, quando trovano residui estesi e profondi di vecchie e antiche discariche, si illuminano di speranza come i cercati d’oro quando scoprono un nuovo filone aurifero.

Ipotizziamo che tra le tante discariche di cui è disseminato il pianeta, questi esseri capitino sul territorio dove un tempo sorgeva la città di Napoli. La scelta non sarà per loro casuale. Saranno sicuramente stati attratti da una vegetazione particolarmente rigogliosa e profumata, ricca di varietà botaniche e faunistiche, circondata da grandi bacini di acqua salata con una profondità variabile, con fondali anch’essi pieni di una gran varietà di forme di vita sia vegetale che animale. Acqua salata in alcuni tratti addolcita dalla presenza di estuari di corsi d’acqua poderosi ma mai impetuosi, che scorrono dolcemente dalle colline limitrofe o che sgorgano da sotto le rocce dopo aver percorso un lungo e nascosto cammino da montagne lontane. Un bacino d’acqua salata a volte calda e caldissima, altre volte fredda o freddissima e questo indipendentemente dalla sua profondità grazie alla presenza di vere e proprie calderole alimentate da fuochi lavici nascosti sotto le rocce dei suoi fondali.

In questo paradiso ai nostri particolari visitatori sembrerà impossibile scovare tracce di abitanti intelligenti, almeno apparentemente. Poi, per caso come in tutte le scoperte, un visitatore particolarmente fortunato inciamperà su qualcosa che non può essere di origine naturale ma frutto di una manipolazione intelligente.

Sicuramente la loro visita non avrà il carattere limitato di quelli che noi terrestri considerammo un tempo grandi viaggiatori. La loro è una visione letteralmente a “tutto tondo”, il tondo del pianeta Terra, e avranno mezzi e modi di scambiarsi rapidamente informazioni su quanto ritrovato in altri punti di questa Pallina Blu, che continua a girare indisturbata intorno alla stella che l’ha catturata.

Di accumuli di rifiuti ne troveranno tanti e diversi, per dimensioni e per caratteristiche. Per loro il più grande enigma rimarrà il capire se questi esseri, che hanno popolato questo piccolo pianeta, avessero la capacità di comunicare tra loro e in quali modi. Le differenze che hanno riscontrato tra i diversi cumuli di rifiuti sono troppe, da apparire quasi il frutto di forme di vita diverse.

Allora incominciano gli scavi. Scava e riscava. Faranno trivellazioni, carotaggi, analisi con i più straordinari mezzi che certamente avranno a disposizione che nemmeno riusciamo ad immaginare. Cosa troveranno? Oggetti in plastica e in metalli vari, agglomerati di origine legnosa, vetri, ceramiche, residui alimentari di varia natura. Questi ultimi saranno i più difficili da catalogare, almeno da un certo punto in poi, visto che molti ricordano nelle forme e nei colori quelli trovati nei livelli più profondi della discarica, ma poi all’analisi chimica e biologica risultano molto simili alle plastiche ai minerali e ad altri agglomerati chimici. Ciò che attrarrà l’attenzione degli studiosi sarà certamente la discontinuità nei livelli di accrescimento dei cumuli di rifiuti. Carestie? Alluvioni? Eruzioni vulcaniche? Nessuna di queste ipotesi apparirà, da sola, in grado di spiegare la discontinuità rilevata nell’accumulo dei rifiuti.

Se riusciranno ad arrivare ad un livello di dettaglio tale da giungere a definire decenni, anni e mesi di riferimento, scopriranno che nel territorio un tempo abitato da bipedi a forma di umani, che prendeva il nome di Napoli, la discontinuità è stagionale. Ogni anno d’estate la monnezza nella discarica diminuiva. Il dato contradditorio è che in siti limitrofi aumentava a dismisura. Migrazioni? Perché poi? Altra scoperta è che i livelli di accumulazione si fermano periodicamente ogni cinque anni e poi improvvisamente ricominciano ad aumentare. Un fenomeno anch’esso legato alle variazioni stagionali non più misurate in mesi ma in anni: un cambio di stagione ogni cinque anni? Ma la monnezza non parla da sola, ha bisogno di essere associata ad altri eventi. Fortuna vorrà che nello studio della stratificazione verranno alla luce altri strani reperti: tracce di enormi facce di uomini e donne riprodotte su pezzi di carta, plastica e altri oggetti di materiali tra loro diversi. Queste immagini sono caratterizzate dal fatto che sono segnate nello stesso modo. Due sono le iscrizioni che compaiono per lo più associate: un segno che sembra indicare una direzione V, un altro un cerchio O e poi due segmenti che si incontrano al vertice T e, in fine, un’altra indicazione di direzione ma questa volta rovesciata, attraversata da una linea A. L’iscrizione, che per i nostri visitatori non ha alcun senso, si presenta così: V O T A. Un enigma che rimarrà insoluto. Dalle ricerche emergerà un’altra anomalia. Iscrizioni ripetute più volte: 2 0 2 0, C E L A F A R E M O. Queste iscrizioni si trovano mescolate a un livello di rifiuti che per la prima volta appare continuo e regolare. In volume non diverso da quello registrato in altri periodi, prima e dopo, ma il cumulo è meno disordinato, più compatto, più regolare.

I gruppi di analisi dispersi sul pianeta confrontano i dati. Nei rifiuti ritrovati che dovrebbero riferirsi allo stesso periodo, nelle zone a nord del sito N di riferimento, si registra il ritrovamento di molti resti umani, più di quelli ritrovati prima e dopo nella scala temporale ricostruita. Questi resti hanno caratteristiche simili: i crani sono senza denti, le ossa del tronco presentano chiari segni di deformazioni, così quelli posti nella zona centrale e in basso verso le estremità. Per il resto sono reperti integri, molto ben conservati, e da ulteriori analisi scopriranno che hanno elevate concentrazioni di elementi chimici estranei all’organismo un tempo vivente. A sud del punto N, sia verso est che verso ovest, i resti di esseri viventi simili presentano caratteristiche assai diverse. Sono più piccoli, fragili con segni di accrescimento irregolari. La maggior parte dei crani possiede ancora i denti. In molti casi ritrovano cumuli molto vasti nei quali i crani sono separati dal resto dai corpi e questi presentano rotture, separazioni nette o frantumazioni. Molti portano chiari i segni di esposizioni a fuochi e fiamme. Contati meticolosamente i resti ritrovati ad est e ad ovest ma sempre a sud del punto N sono tre, quattro volte più numerosi di quei resti privi di denti con corpi deformati ma integri. Un altro tra i tanti enigmi.   

Alla fine questi esseri, per la prima volta nella loro storia sono preoccupati e quel pianeta, quel punto N da dove è iniziata la loro ricerca, da posto incantato, accogliente e meraviglioso inizia ad inquietarli. È ormai chiaro alle loro menti che quella Palla Blu che osservavano da tempo, ma da lontanissimo, nasconde degli orribili segreti. E se quella strana forma di vita che l’ha popolata, una volta che i suoi resti ritrovano luce e ossigeno, ricominciasse a riprodursi? Prendono l’unica decisione possibile: richiudere le discariche e andar via nel più breve tempo possibile. Decidono di avvolgere la Terra in una capsula energetica isolante e di segnalare il grande pericolo che racchiude a tutti gli altri abitanti dell’universo.

1 commento su “Alieni in fuga”

  1. Articolo come sempre scritto in maniera chiara e comprensibile, metterei solo un po’ di ottimismo nel finale, anziché chiudere la Terra in una bolla isolante, farei in modo che da questo punto N la Terra ricominciasse a vivere in maniera sana e rispettosa, riportandola al suo grande splendore ambientale.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Torna su