José Ribera, un uomo del suo tempo

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Ribera, Il Sileno ebbro, Museo di Capodimonte, Napoli (fonte: Wikisource)

Jusepe Ribera (Xativa, Valenzia 1591 – Napoli 1652) è riconosciuto a livello internazionale come uno dei principali interpreti della pittura barocca. La storia di un uomo del suo tempo, tra genialità e contraddizioni, nel periodo d’oro dell’Arte napoletana. Figlio di un calzolaio e di una lavandaia, José mostra grande predisposizione per il disegno sin da piccolo. Viene messo a bottega dal pittore Francisco Ribalta, aderente alla corrente pittorica tardo-manierista iberica. L’artista valenziano, ammirato della maestria innata del giovane Ribera, dopo breve tempo lo promuove primo apprendista. Cliente di prestigio di Ribalta è il terzo Conte di Osuna, quel Pedro Tellez Giron che diverrà futuro viceré di Napoli nel 1616 e che sarà protettore e committente del Ribera durante il suo soggiorno  napoletano. All’età di 20 anni José si sente pronto per perfezionarsi nel mestiere di pittore.

Avido di conoscenza, parte per l’Italia, Paese dove operavano i migliori artisti del tempo. La prima tappa la fa a Milano, dove ammira il cenacolo di Leonardo e scopre la pittura fiamminga di Rubens e Hals. Da lì approda in Romagna dove stringe amicizia con i maestri della pittura classicista Carracci e Reni. Successiva tappa è Roma, culla della cristianità e patria delle antichità classiche, riportate all’attenzione degli artisti nei due secoli precedenti. Lì studia non solo la statuaria classica e le pitture grottesche della Domus Aurea, ma soprattutto rimane folgorato dai lavori del Caravaggio, disseminati per le chiese della capitale.

Forse proprio sulle tracce del Merisi sbarca a Napoli nel 1616. Nella capitale vicereale vivrà per il resto della sua vita, divenendo partenopeo d’adozione. Ribera, enfant prodige della pittura secentesca, ha maturato uno stile tutto suo. Una variazione del caravaggismo, spinto verso una accentuazione chiaroscurale, contraddistinto da un disegno classicheggiante molto attento all’anatomia dei soggetti rappresentati. Gli storici definiranno questo suo modo di dipingere “Tenebrismo”, per distinguerlo dai tanti semplici seguaci del Caravaggio.

A Napoli trova dimora presso il pittore Giovan Bernardino Azzolino, molto stimato dalla copiosa comunità di artisti che vive ed opera nella strada della Carità, a ridosso dei Quartieri Spagnoli. La stessa strada, definita la “Montmartre napoletana del Seicento”, ospita case e botteghe non solo di pittori ma anche di argentieri, ebanisti, “marmorari”, stuccatori e tante altre figure, anche minori, trasferitesi in città da tutto il regno per la copiosa domanda di “manodopera specializzata”. Sono questi gli anni post conciliari che, attraverso la costruzione ed il restauro degli edifici di culto, daranno un nuovo volto barocco alla città.

Il giovane Ribera sposa la figlia sedicenne di Azzolino ed apre una sua bottega. Sicuramente aiutato dal suo illustre committente, Duca di Osuna, che gli commissiona 12 grandi tele, raffiguranti gli Apostoli, da inviare in Spagna. Della colonia di artisti napoletani suoi vicini conosce e stringe amicizia con Battistello Caracciolo, Carlo Sellitto e Filippo Vitale, tutti ammiratori del Caravaggio. Forse proprio loro gli affibbieranno il soprannome di “Spagnoletto” per la sua bassa statura. “Curto ‘e male ‘ncavato” (basso e furbo) all’età di 30 anni lo Spagnoletto è già considerato un pittore maturo con una fama di maestro che travalica i confini nazionali, guardato come “metro di paragone” dai suoi contemporanei e come “artista da imitare” dalle nuove leve come Aniello Falcone, Bernardo Cavallino, Salvator Rosa (solo per citarne alcuni). Anche il modo di firmare i suoi lavori cambia: aggiunge il suffisso “de” al cognome Ribera, ostentando una presunta origine da Hidalgo in realtà mai posseduta. La tela del Sileno ebbro è considerata dalla critica il grande capolavoro dell’acquisita maturità pittorica di Ribera. La scena rappresenta un episodio mutuato dalla letteratura classica latina. Siamo ormai anni luce lontani dalla pittura rinascimentale, che tendeva a idealizzare i personaggi mitologici, magari inserendoli anche in un contesto luminoso ed edificante. I personaggi di Ribera vibrano, sono carne e sangue. Le luci enfatizzate poi esasperano i tratti dei protagonisti facendoli assomigliare a qualcosa di molto terreno. Certamente più simili a beoni di un’infima taverna dell’Imberciata, che semidei in idillio campestre. Nel 1629 il nuovo viceré, duca d’Alcalà, si insedia a Palazzo Reale. Collezionista d’arte, commissiona a Ribera diverse opere. Una serie di “filosofi”, ritratti di mendicanti e vecchi picari del regno rappresentati con superbo realismo dallo Spagnoletto.

Ribera, Mujer Barbuda – Museo del Prado (fonte: Wikisource)

La tela “donna barbuta con la famiglia” rappresenta un unicum della pittura del Seicento europeo. Ribera ritrae la celebre Maddalena Ventura, affetta da ipertricosi, con il suo figlioletto ed il marito. Un’opera che, invece di rivelarsi grottesca, regala tanta umanità e dignità alla insolita famiglia.

Negli anni trenta del Secolo la pittura del maestro inizia a cambiare, la tavolozza si schiarisce ed i fondi neri lasciano spazio alle luci dorate che perfondono le scene di un alone misticheggiante. Nei due decenni successivi Ribera produrra una sterminata serie di opere per religiosi e laici che non perderanno mai la freschezza né scadranno di qualità. Anzi, il frenetico dipingere invoglia l’artista a sperimentare, ad accentuare l’attenzione psicologica dei personaggi raffigurati, lontano da quella “pietas” imposta dai dettami tridentini.

Il successo artistico ed economico dell’artista spagnolo trapiantato a Napoli suscitò certamente l’invidia di molti suoi colleghi. Una vasta letteratura di racconti poco edificanti, riguardanti la vita privata di Ribera, fiorì quando il pittore era ancora in vita. Tante piccole calunnie raccontate anche dagli storici sette-ottocenteschi. Ne citeremo solo alcune. Per De Dominici fu affiliato e poi capo della Cabala Napoletana, una presunta consorteria composta da artisti malavitosi che gestiva le commissioni pittoriche, punendo anche con la morte chi non sottostava alle sue regole. La sua amicizia con i vari viceré succedutisi in un trentennio sarebbe da attribuire prima alle grazie della giovane moglie e successivamente all’avvenenza della giovane figlia. Addirittura con Giovanni d’Austria avrebbe operato da lenone per ricevere le commesse della decorazione di Palazzo Reale e dell’erigenda Certosa di San Martino. Calunnie certamente, come falsi sono i racconti sulla sua presunta tirchieria spinta agli eccessi, tanto da non aver mai assunto un servo per consegnare i suoi lavori. O quella che racconta che, ormai vecchio, si consumasse i tacchi dei già logori stivali, ogni giorno, sulla pedamentina del Petraio, per sollecitare i pagamenti delle opere al priore della Certosa di San Martino. Tante calunnie originate forse dalla fortuna artistica di Ribera.

Sicuramente perse la stima della comunità di artisti della Carità per essersi rifugiato a corte durante i moti di Masaniello del 1647, mentre molti suoi ammiratori (Falcone, Spadaro, Rosa) vi parteciparono attivamente nelle file anti-spagnole. All’età di 61 anni il maestro Ribera si spense nella sua casa-studio allo Spirito Santo. Volle essere sepolto a Napoli e, secondo i registri parrocchiali, la sua salma fu inumata nella chiesa di Santa Maria del Parto a Margellina. Purtroppo la sua eterna dimora è stata oggetto di rimaneggiamenti. Secondo gli archivi canonici dei padri Serviti, cui è affidato il tempio che, tra l’altro, conserva la tomba del poeta Sannazzaro, nel 1836 tutti i resti delle sepolture precedenti vennero traslati in una fossa comune, per far spazio alle vittime del colera. Come diceva Petrarca nel “trionfo della morte”:

O ciechi, il tanto affaticar che giova?

Tutti tornate a la gran madre antica,

e ‘l vostro nome a pena si ritrova.

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