La favola dello “Zingaro” Antonio Solario

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Antonio Solario, Scene della vita di San Benedetto, 1502. Affreschi nei chiostri dei Santi Severino e Sossio a Napoli

Il poeta Rainer Maria Rilke scriveva: “Nel tempio della Fama alcuni nomi sono incisi nella pietra altri nel ghiaccio”, per indicare forse l’incostanza della celebrità. Infatti, molti artisti che furono famosi in vita, non hanno retto il confronto con l’oblio portato dai secoli. Un caso emblematico è quello del pittore Antonio Solario, detto “lo Zingaro”, che visse e operò nella Napoli di inizio Cinquecento.

Di questo artista sono incerti la data e il luogo di nascita. Secondo l’ipotesi dello storico Ravizza, nacque a Civita d’Antino, in provincia dell’Aquila, nel 1465, da una famiglia di artigiani. Dalle sue opere si evince che si formò artisticamente in Veneto presso la bottega di un artista tardo-gotico. Soggiornò certamente in Inghilterra, secondo le testimonianze del poeta John Leland suo contemporaneo. Al Museo di Bristol è conservata una sua opera, la pala d’altare Withypool, datata e firmata nel 1514. Da altre sue tele, conservate a Recanati e Fermo, possiamo dedurre che ebbe rapporti con i maestri della corrente artistica detta Umbro-Marchigiana, forse il Perugino o il Pinturicchio, apprendendo gli stilemi del gusto rinascimentale. La sua arte lo portò a Napoli, dove rimase fino alla morte, avvenuta intorno al 1530.

Nel 1515 affrescò, con “le storie della vita di San Benedetto” il chiostro della chiesa napoletana dei Santi Severino e Sossio. Questo ciclo pittorico (recentemente restaurato con i fondi UNESCO) ci restituisce una istantanea della Napoli di allora. Il lavoro di restauro esalta la maestria artistica del Solario: le bellissime architetture tipicamente rinascimentali (simili alla facciata della chiesa di Santa Caterina a formiello a Porta Capuana); la preziosa e ricercata cura nell’abbigliare i personaggi ritratti (i cappelli a “mazzucco”, prodotti nelle botteghe del “Rione dei fiorentini”, e le sete e i damaschi aragonesi, famosi per le fantasie e la fattura, tessuti in Via arte della lana o in Vico tessitori); la figura affacciata alla finestra così tipicamente partenopea. L’opera era talmente famosa ancora nel Settecento che lo storico Bernardo de Dominicis inserì Antonio Solario nella sua monumentale opera “Vita dei pittori, scultori e architetti napoletani”. Visto però che le informazioni riguardanti la vita e l’attività artistica dello “Zingaro” erano (e sono tutt’ora) scarse, inventò di sana

pianta una storia che ne spiegasse i continui viaggi giovanili e i cambi di stile pittorico. Vale la pena accennarla perché, più che a una biografia, somiglia a una delle favole di Gian Battista Basile.

Lo storico fa nascere Solario nel 1332 e ci informa che il soprannome di “Zingaro” gli fu appioppato dai napoletani in quanto il suo primo mestiere fu quello di calderaio (attività tipica dei nomadi di allora). Racconta ancora che aveva tale maestria e fantasia nel forgiare tegami che fu assunto alla corte di re Ladislao di Durazzo. Poiché era fine e gentile nei modi, ma soprattutto perché era abile nel disegno, il re lo affidò al pittore di corte Colantonio per farlo diventare suo apprendista. De Dominicis prosegue narrando dell’amore che nacque tra il Solario e la giovane figlia del suo maestro e di come quest’ultimo, saputo della tresca, lo scacciasse dalla bottega. Il giovane apprendista tornò, triste e sconsolato, a corte. La sorella di re Ladislao, Giovanna d’Angiò-Durazzo, vedendo il ragazzo così amareggiato e conosciuto il motivo della sua mestizia, gli promise d’intercedere presso il padre della sua amata. Colantonio, interpellato dalla principessa, acconsentì all’unione ponendo però una condizione: lo “Zingaro” sarebbe dovuto divenire, nei successivi dieci anni, un valente pittore, altrimenti non avrebbe potuto impalmare la sua amata. Il furbo genitore prendeva così tempo, sperando che l’infatuazione della figlia passasse. Il Solario non si perse d’animo e partì subito per apprendere i segreti dell’arte e divenire famoso. Studio prima a Firenze, poi partì per l’Umbria dove divenne allievo del Perugino. Dopo poco tempo approdò a Venezia con la fama di essere già un bravo artista. Ebbe prestigiose commissioni dalla nobiltà lagunare e operò in diverse chiese della Repubblica. La sua bravura divenne tale che fu chiamato a Roma, dove lavorò per il papa ricavandone ricchezze e fortuna. Pieno di benemerenze e ricco di certificazioni di stima decise che era il momento di ritornare a casa. Dopo dieci anni molte cose erano cambiate, adesso sedeva sul trono di Napoli la “terribile” regina Giovanna II. Il Solario, per rientrare a corte, s’ingraziò l’amante della regina, il potente siniscalco Sergianni Caracciolo, dipingendone il ritratto (forse De Dominici si riferisce alla tela ora al MAN, intitola “Madonna con bambino e un devoto”).

Antonio Solario, Madonna col bambino e un devoto, 1500-10 ca. Napoli, Museo di Capodimonte

Il Siniscalco del regno ne fu talmente entusiasta che voleva ricoprire il pittore d’oro, ma egli rifiutò il compenso e chiese che la valenza artistica della sua opera fosse giudicata dall’anziano pittore di corte, alla presenza della regina. Sergianni accettò invitandolo a presenziare. Colantonio, interpellato per esprimersi sul quadro, rimase estasiato ad ammirare la bellezza della tela e lodò il maestro che l’aveva eseguita definendolo grande. Solo allora Solario rivelò a tutti i presenti la sua identità e ricordò al vecchio la promessa fatta anni prima. Colantonio lo abbracciò e gli concesse di sposare sua figlia. Da quel giorno “lo Zingaro” smise di girovagare e rimase per sempre a Napoli. Manca nel testo originale “e vissero felici e contenti”, ma lo aggiungiamo noi con la speranza che sia andata veramente così.

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