Contrastare il negazionismo con l’istruzione

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Sopravvissuti dell’Olocausto (Fonte: Wikipedia)

Ha suscitato vivo disappunto il rapporto Eurispes 2020 che quantifica nel 15,6% la percentuale di cittadini italiani che nega l’Olocausto. Non è un dato insignificante e merita quindi qualche attenzione anche da parte di chi non possiede gli strumenti idonei ad una indagine di tipo socio-psicologico ma, assistito dal semplice buon senso, è tuttavia preoccupato dalla dimensione del fenomeno anche perché in crescita allarmante (nel 2004 era al 2,7%).

L’incredulità di quelli che negano la Shoah suscita innanzitutto compassione perché li colloca decisamente nella famiglia dei disadattati: il solo mettere in dubbio la verità palmare di un fatto storico ampiamente documentato e condiviso dalla stragrande maggioranza degli esseri umani denota un atteggiamento oppositivo e ossessionato dal desiderio di distinguersi ad ogni costo.

Ma ciò che colpisce di più è la mancanza di quel senso comune che dovrebbe indurre una persona normale a chiedersi innanzitutto a chi poteva giovare una bufala di dimensioni bibliche. Con un po’ di ironia, che non guasta mai, potremmo riconoscere che ne abbiano poi beneficiato la produzione letteraria di tutto l’occidente e l’industria cinematografica mondiale, alle quali è stato fornito materiale a iosa. Per i più malevoli la bufala sarebbe servita ai non pochi ebrei sopravvissuti, tutti ricchissimi nell’immaginario negazionista, per ottenere il riconoscimento di un torto gravissimo e incancellabile sul quale innestare il risarcimento da parte dell’Occidente. Questa ipotesi risulta suffragata, all’occhio sospettoso del negazionista, dalle ricchezze accumulate da ebrei quali Zuckemberg, Bloomberg ed il “famigerato” Soros, solo per fare qualche nome senza scomodare i banchieri storici alla Rothschild. Ed infatti il rapporto Eurispes ci conferma che la percentuale di chi pensa che gli ebrei controllino il potere economico e i mezzi di informazione è superiore a quella di chi nega la Shoah.

Ma soprattutto i negazionisti non brillano per senso della realtà. Diversamente, dovrebbero chiedersi se e come sia stato possibile imbastire una falsificazione che comportava la costruzione di campi di sterminio, di migliaia di filmati e di immagini fotografiche con schiere di “comparse” fatte dimagrire fino all’osso per inscenare l’indigenza e lo sfruttamento patiti, con cataste di lugubri “manichini” ammucchiati per simulare l’eccidio, di migliaia di documenti, di libri, di convegni, commemorazioni ed altro ancora: un impegno che avrebbe dovuto necessariamente contemplare anche la complicità di centinaia di capi di stato disposti ad esecrare pubblicamente in migliaia di circostanze una catastrofe mai avvenuta. Un’intelligenza media dovrebbe capire che una simile montatura è impossibile. Quelli che negano lo sbarco dell’uomo sulla luna hanno almeno l’attenuante che la “falsificazione” richiedeva un impegno tutto sommato ragionevole: un’astronave, qualche scafandro ed un filmato notturno nel deserto dell’Arizona (i più fantasiosi ne attribuirono la paternità a Stanley Kubrick che qualche anno prima aveva girato “2001, Odissea nello spazio”).

Tirando le somme la negazione dell’Olocausto è imputabile, a dir poco, alla dabbenaggine. E considerazioni identiche possono essere formulate in relazione a chi nega altri genocidi epocali come, solo per fare qualche esempio, la decimazione del popolo armeno all’inizio dello scorso secolo (1.700.000 vittime) o quelle di Pol Pot in Cambogia (tra 1,5 e 3 milioni di vittime).

Sono sicuramente peggiori e più intollerabili gli atteggiamenti di chi non nega l’Olocausto ma lo giustifica. E tuttavia nessuno pensa di punire questi “giustificazionisti” i quali, quanto a disturbi della psiche e a coefficiente intellettuale, non sono da meno dei negazionisti. Il problema è che, malgrado la palese infondatezza e la volgarità irridente di entrambe queste posizioni, si tratta pur sempre di opinioni che, come tali, non possono essere vietate a cuor leggero. Quello dei reati di opinione è un campo minato nel quale è rischioso muoversi specialmente per le democrazie più avanzate. Lo prova la difficoltà che incontra qui da noi l’applicazione del divieto di apologia del fascismo. Che poi la virulenza raggiunta negli ultimi anni abbia superato i limiti del semplice reato d’opinione è sotto gli occhi di tutti. E non c’è da meravigliarsi di questo 15,6% in un Paese dove Salvini e la Meloni raccolgono oltre il 40% dei consensi elettorali seminando odio e rancore contro i diversi e anche verso gli avversari politici. Sorprende piuttosto il fatto che secondo il rapporto dell’Eurispes il fenomeno del negazionismo è trasversale, come lo è anche quello di chi riconosce l’Olocausto ma ne contesta la dimensione, cioè il numero delle vittime, ritenendolo artatamente amplificato. E allora è indispensabile che le pur doverose commemorazioni, come il Giorno della memoria, siano vivificate dalla partecipazione delle nuove generazioni. Diventa quindi essenziale che l’insegnamento della Storia nelle scuole secondarie si protragga effettivamente, nel rispetto dei programmi, almeno fino al termine del secondo conflitto mondiale: non si può ricordare ciò che non si conosce.

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