La legge è legge

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La legge è legge e quindi Simone Isaia è stato condannato a quattro anni di reclusione per aver dato fuoco alla “Venere degli stracci”, allestita in Piazza del Plebiscito da Michelangelo Pistoletto. La sentenza si presta a qualche commento ironico. Il condannato è un clochard trentaduenne senza fissa dimora e quindi bisogna apprezzare che sia stato condannato alla reclusione, cui è tuttora soggetto, e non alla misura alternativa della detenzione domiciliare: sarebbe stata un’autentica beffa, a meno che il Comune di Napoli non gli avesse trovato un domicilio, magari confortevole.

Avverso la sentenza di primo grado il legale di Isaia proporrà appello argomentando che l’installazione distrutta non rientra nella categoria dei beni artistici tutelabili e non perché non lo sia (ci mancherebbe altro!) ma perché l’autore è vivente e l’opera è stata realizzata da poco tempo.

Queste le motivazioni difensive che sosterranno l’appello oltre a quella, di palmare evidenza, che il reato è stato commesso da un soggetto disadattato, circostanza che la sentenza non ha voluto considerare. Ci si chiede come sarebbe stata la condanna se la difesa di Isaia non avesse richiesto il rito abbreviato e se si fossero costituiti parte civile il Comune di Napoli, che aveva commissionato l’opera, e l’autore della stessa: omissione saggia e prudente, quest’ultima, perché i materiali di costruzione dell’opera non erano ignifughi, come dovevano essere, e la sua collocazione all’aperto la esponeva comunque al rischio di danneggiamento.

D’altra parte, proprio l’omissione delle numerose attenuanti richiamate aveva indotto alcune associazioni a muovere una petizione per chiedere la scarcerazione di Isaia raccogliendo cinquemila firme. Né la comunità cittadina può lamentare di essere stata privata di un suo elemento di interesse artistico perché Pistoletto si è già offerto di replicare il suo lavoro gratuitamente (magari con materiali realmente ignifughi) con la medesima collocazione pubblica per quattro mesi e definitivo trasferimento in uno spazio da definire. I maligni, e ce ne sono tanti, così come quelli che non comprendono, con sommo dolore, le installazioni e le “performances” in cui si concretizza, ormai da oltre trent’anni, l’arte contemporanea, possono legittimamente suggerire di aggiungere ai motivi dell’appello anche la circostanza non trascurabile che si trattava di un’opera riproducibile: Pistoletto potrebbe produrre un quantitativo infinito di “originali” da sistemare dove più piacesse ai committenti (non certo a Resina, patria nostrana delle pezze). E qualcuna di esse potrebbe tornare utile a barboni non più giovani e malmessi che ambissero a quattro anni e forse più di vitto, alloggio e cure mediche a carico dello Stato. Oltre, ovviamente, alla gratitudine di chi detesta l’arte contemporanea.

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