I veri colpevoli

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Imperversa sulla stampa, nei dibattiti e nell’opinione pubblica dell’Occidente la ricerca del colpevole o dei colpevoli dell’ennesimo, sanguinoso conflitto israelo-palestinese. Tra quelli che attribuiscono la responsabilità ad Hamas e quelli che ne fanno carico a Netanyahu non c’è possibilità di dialogo. Se dai due protagonisti dei massacri iniziati il 7 ottobre si passa però ai popoli che ciascuno di essi sostiene di difendere e di rappresentare, il conflitto perde la connotazione manichea e apre qualche spiraglio all’analisi e al dialogo. D’altra parte non può essere diversamente: Hamas non rappresenta tutti i palestinesi così come Netanyahu è ben lontano dal rappresentare tutti gli israeliti.

Chi ha ragione dunque? Quale dei due popoli può vantare il titolo di essere stato scacciato per primo dal territorio che occupava? Se si risale indietro di tre millenni forse hanno ragione gli ebrei o i loro antenati. Ma all’epoca i rapporti tra etnie diverse e di diversa professione religiosa erano molto più ruvidi di quanto non lo siano diventati nel XX secolo, quello dell’Olocausto, evento che si pone come uno spartiacque tra il passato remoto e il passato prossimo. Tremila anni di progressiva civilizzazione hanno appena smussato gli spigoli tra i nazionalismi, i razzismi e i fondamentalismi religiosi e ci si ritrova oggi a dover sbrogliare una matassa ormai inestricabile. A meno che non si consideri che il nazionalismo, il razzismo e il fondamentalismo sono stati e sono tuttora agitati da chi detiene il potere, allo scopo di acquistare o mantenere il consenso necessario a gestirlo nella massima libertà.

Nulla di nuovo quindi perché questa dinamica attraversa da sempre la storia ed investe il mondo intero. Gli esempi sono tanti e non vale la pena neppure citarli. Ciò che invece merita una riflessione non banale è rintracciare quali sono state, storicamente, le forze che hanno fomentato da una parte e dall’altra il clima di eterno scontro che si registra tra israeliani e palestinesi. Dalla parte di questi ultimi il potere è stato di fatto nelle mani di organizzazioni terroristiche che, a conti fatti, hanno creato solo danni, e gravissimi, al popolo che dichiarano di difendere. Che ciò sia avvenuto in buona fede è anche possibile, ma non c’è dubbio che oggi i vertici di Hamas risiedano, come ci raccontano autorevoli analisti e commentatori, in alberghi di lusso degli Emirati Arabi. Sul fronte israeliano la storia recente, dalla proclamazione dello Stato di Israele in poi, ci dice che la spinta allo scontro con i palestinesi e col mondo arabo in generale è stata sempre appannaggio dei governi israeliani di destra.

Non è necessario richiamare in dettaglio i settant’anni trascorsi da allora per verificare quanto detto. Basta ricordare che timidi accordi di pace (rivelatisi poi inefficaci) furono promossi da presidenti statunitensi democratici come Jimmy Carter a Camp David nel settembre 1978 e Bill Clinton per i due di Oslo dell’agosto 1993 e del luglio 2000. Non risulta che Johnson, Nixon, Reagan, i due Bush abbiano mai intrapreso percorsi che non fossero quelli di sostegno incondizionato alle “aggressioni difensive” di Israele. Anzi sotto la presidenza di Bush figlio si registrò l’inizio del progressivo indebolimento dell’autorità delle Nazioni Unite, oggi purtroppo ridotta ai minimi storici: la cosa avvenne con la guerra contro Saddam, dichiarata senza la copertura dell’O.N.U, con la complicità, guarda caso, dei governi di destra guidati da Berlusconi e da Aznar, nonché da Blair, il più “a destra” dei laburisti britannici.

La destra, almeno a partire dal secolo scorso, è intrinsecamente guerrafondaia. Lo furono il fascismo ed il nazismo e lo fu anche Stalin, ormai ben lontano dalla realizzazione delle istanze rivoluzionarie. La destra, come peraltro tutti gli assolutismi, ha un rapporto naturale con gli armamenti e con le armi in generale: si pensi alle resistenze che i presidenti democratici americani incontrano nel partito repubblicano sul tema della limitazione alla libera circolazione di armi. Qualcuno ha calcolato che le stragi della popolazione civile statunitense hanno fatto più vittime della guerra del Vietnam. Riusciamo ad immaginare quale sarebbe stata la posizione statunitense se il conflitto israelo-palestinese in atto avesse incrociato la presidenza Trump? Non è superfluo ricordare i che personaggi moderati che si spesero, da una parte e dall’altra, come Begin, Rabin e Arafat furono insigniti del premio Nobel per la pace. La pace potrà essere tentata, con qualche possibilità di successo, solo con la trattativa tra contendenti democratici, condizione che oggi appare molto lontana.

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