La Grande Sorella

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I talk show con i quali tutte le emittenti televisive bombardano da decenni i telespettatori ci danno ormai la prova inconfutabile che George Orwell ci aveva azzeccato quando nel suo romanzo profetico “1984” faceva pronunciare da uno dei suoi personaggi la seguente frase: “Se tutti quanti accettavano la menzogna imposta dal Partito, se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera”. L’esempio più ricorrente di questa triste verità è la trita e ritrita (quindi ormai “vera”) accusa che gli incalliti propagandisti della stampa di destra, regolarmente iscritti all’Ordine dei Giornalisti, rivolgono ai malcapitati esponenti della sinistra con i quali si confrontano nei talk show: “Siete stati sempre al governo negli ultimi dieci anni.” Questi distratti accusatori dimenticano, tanto per cominciare, di escludere i quindici mesi del governo Conte 1 che basterebbero da soli a smentire la loro approssimativa affermazione. Ma, a prescindere da questa omissione, le cose sono andate realmente così? Una verifica si rende dunque opportuna, anche se è arduo individuare con esattezza il decennio “macchiato” dalla presunta “egemonia rossa” perché l’accusa viene ripetuta da un bel po’. Può essere corretto farlo iniziare dall’insediamento del Governo Monti che il 16 novembre 2011 subentrò al Berlusconi 4. Da allora si sono susseguiti i governi guidati da Letta, Renzi, Gentiloni, Conte (1 e 2) e Draghi. Nel corso di questi 11 anni il PD ha guidato governi di centro-sinistra per 5 anni (Letta, Renzi, Gentiloni). Per il resto, al netto del Conte 1, il PD ha partecipato insieme ai più svariati partiti, da Forza Italia alla Lega e al M5s a maggioranze che hanno sostenuto governi tecnici, come quelli di Monti e di Draghi o emergenziali, come il Conte 2. Ci vuole molta fantasia o molto pressapochismo per attribuire al solo PD la responsabilità di questi undici anni. Un arbitro imparziale non esiterebbe a sottolineare un ulteriore e non piccolo particolare: il più durevole dei governi a guida PD fu presieduto da Renzi, corpo estraneo alla linea del partito. Come abbia potuto Renzi scalare il vertice del PD è, questa sì, responsabilità del partito, in stato confusionale dopo la partecipazione al governo Monti. L’estraneità di Renzi alla sinistra è dimostrata, oltre che dalle politiche messe in campo (jobs act e tutto il resto), dall’affossamento del Conte 2.

Tanto precisato, ben si comprende perché i tirapiedi di destra si ostinano ad isolare il decennio più funzionale alle loro forzature mendaci e demagogiche. Un giudizio più sereno e storicamente più sensato dovrebbe invece riguardare grossomodo l’ultimo trentennio, quello che parte dall’insediamento del primo governo Berlusconi, avvenuto il 10 maggio 1994. Se tiriamo un po’ le somme, ci accorgiamo che chi ha governato più di tutti gli altri in questo periodo è stato proprio lui, premier di ben quattro governi per complessivi 8 anni e 9 mesi: i due governi Prodi totalizzarono esattamente la metà di questa durata, 4 anni e 4 mesi: se vi aggiungiamo i due governi D’Alema (1 anno e 6 mesi) e gli ultimi tre, guidati da Letta, Renzi e Gentiloni, di cui si è detto, negli ultimi trent’anni i governi di centro sinistra sono stati dunque di una durata complessiva di poco superiore a quella dei governi di centro-destra.

La scelta di questo trentennio ha però una ragione ben precisa perché la vittoria elettorale di Berlusconi nel 1994 ha impresso alla politica italiana una svolta storica. È da allora che la destra ha cominciato a non fare prigionieri quando vince le elezioni. È da allora che la maggioranza uscita dalle elezioni non cede la presidenza della Camera dei Deputati alla minoranza sconfitta. È da quel momento che, sintetizzando, abbiamo visto di tutto, decreti bulgari per epurare la Rai da personaggi scomodi, delegittimazione sistematica della magistratura e degli altri organi di garanzia, insofferenza ai vincoli dell’UE, misure restrittive contro gli immigrati, istigazione all’autodifesa inculcando artatamente nei cittadini la paura dei diversi, assurde opposizioni alla parità e alla libertà di genere e di fine vita.

Il tutto reso possibile dal potere mediatico di Berlusconi, proprietario di quotidiani, concessionario di tre reti televisive e con uno o due piedi nella Rai anche quando perdeva le elezioni. Piano piano, tra semplificazioni, stravolgimenti della verità, denigrazioni gratuite, silenzi ed omissioni complici, le falangi berlusconiane hanno ridotto l’opinione pubblica nella condizione acritica, confusa e cloroformizzata in cui oggi si trova. La conseguenza di questo trattamento è che gli italiani sono molto più razzisti omofobi e qualunquisti di quanto non lo fossero trent’anni fa. Perché la chiave di volta su cui poggiano il populismo, il sovranismo, il razzismo e il suprematismo è la propaganda alimentata dalla deliberata ed insistente ripetizione di menzogne che vengono prima o poi percepite come verità.

Non che la sinistra non abbia le sue colpe: l’essersi fatta coinvolgere in logiche spartitorie, non avere avuto al suo interno mai idee chiare su una legge elettorale decente né sul conflitto di interessi o sulla riforma della Rai e tanti altri errori ed omissioni che non è qui il caso di elencare. Esecrabili rimangono le sue croniche divisioni interne, spesso dovute ad egoismi personali camuffati da coerenza ideologica: come dimenticare la narcisistica e salottiera estraneità di Bertinotti a tutti i governi di sinistra o di centro-sinistra. Tra gli errori di valutazione della sinistra c’è quello di non essersi accorta che la gran parte dei talk show televisivi si traducono in autentici tranelli perché i suoi esponenti non si oppongono con la dovuta determinazione alle aggressioni verbali, alle menzogne.

Oggi come non mai occorre che gli esponenti dell’opposizione, così come chi esercita ancora con onestà il mestiere del giornalista, pretendano da chi li attacca le prove a sostegno di quando vanno costruendo intorno a qualsivoglia minuscola particella di verità presa a pretesto per imbastire la solita azione denigratoria: la presenza della TV nelle case italiane è ancora dominante (nel 2022 il 66,4% della fascia di età 25-34 anni e l’86% della fascia 60-64 anni – Lisa Di Giuseppe su Domani del 27 maggio 2023) e non la si può lasciare nelle mani di manipolatori di professione che agiscono spesso con la compiacenza di conduttori e conduttrici la cui unica preoccupazione è tenere alto il livello dello “share”.

Da qualche tempo, è vero, si va diffondendo una certa reazione da parte degli aggrediti, come ha fatto Massimo Giannini, ospite della Gruber, segnalando che Sallusti stava dicendo falsità, ma gli aggressori/mistificatori hanno una faccia tosta innata o forse acquistata nel corso di decenni di pratica e quindi riescono ad assorbire le critiche come se niente fosse. Al momento sembra difficile che la sinistra e i media che le sono vicini possano dotarsi di “picchiatori” all’altezza della situazione e quindi speriamo che l’abitudine ad una pronta reazione si diffonda ora che la sostituzione delle verità vere con vecchie e nuove pseudo-verità minaccia di intensificarsi a seguito della scandalosa occupazione della TV pubblica targata Meloni: l’alternativa, cioè abbandonare la trasmissione quando la pressione intimidatoria diventa insopportabile, non ci sembra infatti un buon rimedio perché sa tanto di Aventino e l’Aventino non ha portato bene.

Bisognerebbe, come premessa ad ogni ulteriore passo, chiedere con quale criterio i conduttori invitano i partecipanti ai talk show in numerosi dei quali sembra di intravedere addirittura una scuderia di ospiti fissi. Fondamentale sarebbe inoltre conoscere l’ammontare degli eventuali gettoni a loro riconosciuti. In un paese civile ciascun ospite dovrebbe essere presentato ai telespettatori con un profilo un tantino più esteso della semplice qualifica: Alessandro Giuli, ad esempio, viene oggi presentato come direttore del museo Maxxi, incarico affidatogli recentemente da Sangiuliano dopo anni nei quali la sua qualifica era quella di giornalista al servizio di testate di destra. Sarebbe oltremodo interessante sapere se gli invitati abbiano posto condizioni alla loro partecipazione o concordato le domande. E, infine, non guasterebbe un qualche strumento di fact-checking che riuscisse a monitorare le notizie e le affermazioni false e a darne conto efficacemente, visto che molti conduttori e conduttrici si guardano bene dal farlo. Il tutto da riferire ovviamente alla TV pubblica per estenderlo poi all’emittenza privata.

Ma forse è già tardi per ottenere anche una minima parte di queste sacrosante garanzie. Attendiamoci dunque almeno quattro anni e mezzo di orwelliano occultamento della verità e di esaltazione della Grande Sorella. In caso di nausea spegnere il televisore.

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