La rumba degli scugnizzi: il contesto, i luoghi, la semantica

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Vincenzo Migliaro, Mercato di Piazza della Selleria, Museo di San Martino – Napoli

Il pittore e poeta Adrian Wolfgang Martin nel 1969 scrisse un libro intitolato “Giano di Napoli, realtà e mito”. Il culto del dio bifronte come paradigma per comprendere il carattere dei partenopei, sospesi ma in equilibrio tra bestemmia e preghiera, tra male e bene, tra paradiso e abisso. La divinità dalle due facce contrapposte guarda contemporaneamente in direzioni opposte per incarnare la contraddittorietà di una realtà cittadina che spesso sfugge o è di difficile comprensione.

Chesta è a rumba d’e scugnizzi, ca s’abballa a tutte pizze eccetera, inizia così il ritornello di una delle canzoni napoletane più conosciute. Ad un ascolto affrettato le immagini evocate si potrebbero paragonare ad un patinato acquerello di Migliaro, a un decadente racconto borghese di Matilde Serao, ma l’autore è quel Raffaele Viviani che meglio di altri ha saputo raccontare il popolo napoletano, il suo spirito doppio sempre in bilico tra allegrezza e tragedia.

Antonio Nacarlo, testa di scugnizzo da Vincenzo Gemito – carboncino su carta, collezione De Falco

Questo celebre brano è tratto dall’opera teatrale “L’ultimo scugnizzo” del 1932 dove Viviani ci racconta le vicende di Ntonio, giovane di strada che ha voglia di cambiare il suo destino. Abbandonate le cattive compagnie, trova lavoro presso un avvocato ed è pronto a sposare la sua compagna Maria in attesa di un bambino, facendo di essa una donna onesta e scongiurando il pericolo che nasca un altro figlio di N.N. col destino già “segnato nelle carte”. Tutto sembra orientato verso un meritato lieto fine ed invece, come diceva Honoré de Balzac “alle volte anche una provetta attrice può sbagliare una battuta. Questo succede nella finzione del teatro, figuriamoci nella realtà, dove il destino abbatte il tuo castello di carte, le rimescola e ti serve una mano perdente“. Ntonio porta la sua esperienza di strada nel mondo dell’avvocato, gli risolve casi intricati e complicazioni familiari e, mentre sembra andare tutto per il meglio nella vita dell’ex scugnizzo ormai praticante legale, il figlio atteso muore prematuramente. La dura batosta riporta il protagonista verso la sua vecchia vita fatta di espedienti, fino a finire ingiustamente incarcerato. Il messaggio che arriva è questo: non esiste redenzione, non v’è mutamento sociale possibile per gli umili, condannati a vivere eternamente negli stenti.

La rumba degli scugnizzi è incastonata, come una gemma, nel finale del secondo atto, quando la vita sembra ancora poter essere cambiata. La scena è ambientata a Vico lepri ai Ventaglieri (1), nei pressi della casa dell’avvocato Razzulli presso cui l’ex scugnizzo è impiegato. Nello slargo sotto il costone tufaceo di corso Vittorio Emanuele, dove attualmente insiste il Parco urbano dei Ventaglieri. Gli amici d’infanzia e Ntonio improvvisano questo scatenato ballo per rievocare la loro infanzia vissuta in strada. La rumba, prima danza latino-americana, nasce nell’isola di Cuba dalle fusioni delle musicalità tribali degli ex schiavi africani con le sonorità andaluse del flamenco. Il ritmo sincopato è dato dagli strumenti di facile reperibilità come tamburi di latta, claves (bastoncini di legno) e maracas (in origine zucche svuotate riempite di semi e pietrisco). Le nuove sonorità arrivano a Napoli grazie ai marinai dei bastimenti intercontinentali e si impongono nelle classi meno abbienti della città grazie alla similitudine con le musiche popolari nostrane. Viviani, attento osservatore del mondo degli ultimi, adotta la rumba e la ripropone in una magnifica opera di sincretismo con la canzone napoletana, sottolineando la forte valenza erotica del ballo facendo citare al protagonista Sergej Voronoff (2), sessuologo e chirurgo famoso negli anni Venti per il suo controverso metodo di ringiovanimento maschile, consistente nell’innesto di testicoli di scimmia.

Ottanta versi liberatori come le urla dei venditori ambulanti, che magnificano la loro merce attraverso richiami antichi, una miniera d’oro per gli studiosi del lessico napoletano d’inizio Novecento. La rumba scugnizza è un grande esempio del virtuosismo metrico e verbale dell’Autore stabiese. La composizione libera dei versi (senari, settenari, ottonari, trisillabi) serve a riprodurre l’innumerevole pluralità di presenze e voci nel mercato. La rima è senza schema fisso (sono presenti sia rime baciate o consonanze all’interno di un verso). Numerose sono anche le figure retoriche: anafore, epifore, allitterazioni, paronomasie. Espediente usato per aumentare e la musicalità e lo studiato caos del mercato cittadino.

Viviani rappresenta una eccezione non solo per la letteratura italiana del suo tempo ma anche per quella europea. Infatti mentre altrove ci si scongiura a “non chiederci la parola” (Eugenio Montale) e si grida all’autoisolamento per incomprensione (Samuel Beckett), Viviani non solo recupera il significato nominalistico della parola ma ne crea altre, attraverso l’onomatopea, per riuscire a farsi comprendere anche da chi, non conoscendo la lingua, ne capisce tuttavia il senso. A questo proposito Peppe Barra parla di “parola sanguigna, parola vissuta, atta alla comunicazione”. Secondo il drammaturgo la parola è il grimaldello per scardinare le incomprensioni, allentare i conflitti, combattere le contrapposizioni tra le classi sociali, far sì “ca ‘o sazio crede ‘o riuno”.

Note

1) Secondo Gino Doria (le strade di Napoli- Grimaldi editori- 1974) il toponimo Ventaglieri non deriverebbe da l’attività artigiana di creatori di ventagli svolta in loco, bensì dalla proprietà dei terreni, appartenuti appunto ad un certo fiammingo di Anversa, Antonio Ventaglieri (atto canonico secentesco reperibile presso la Chiesa di San Liborio).

2) Finita la rumba, proseguendo nell’azione scenica, l’autore inserisce il personaggio di un vecchio signore che dal balcone di casa sua richiama gli amici festanti appellandoli dispregiativamente “scugnizzi”. Sicura metafora della società borghese pronta a redarguire il popolo felice. Il protagonista Ntonio gli risponde per le rime, citando l’allora bizzarro sessuologo.

1 commento su “La rumba degli scugnizzi: il contesto, i luoghi, la semantica”

  1. Mi è piaciuta molto questa sua disamina sulla rumba di Viviani. Ho letto per caso il suo articolo sui social e credo si possa ricollegare anche alle recenti discussioni sulla cancell culture, ultima improvvida uscita della Tamaro che vorrebbe eliminare l’insegnamento di Verga dalle scuole per un suo mancato messaggio di speranza nelle opere. Da diversamente giovane posso permettermi di dire che ogni opera, ogni libro va studiato e soprattutto rispettato, non si può valutare il passato con il metro dell’oggi, non esiste, per fortuna, un VAR nel mondo della letteratura.

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