La necessità di una sinistra

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Scorcio dell’emiciclo della Camera dei deputati

Draghi ormai si confronta nel merito solo con i sui tecnici di fiducia e affida a una società di consulenza privata, la McKinsey, la verifica comparata del piano italiano con quello degli altri Paesi per accedere ai fondi europei. Ergo, i partiti e il Parlamento sembrano esclusi dalle vere decisioni.

Nel frattempo il Movimento 5 stelle (M5S) cerca un nuovo capo politico e il Partito democratico (PD) si ritrova con un vertice dimezzato dopo le dimissioni del suo segretario. Ci si guarda l’ombelico mentre intorno infuria la battaglia, anche perché pare che tutti condividano l’indice del “libro programmatico”, ma si fermano ad enunciarne i titoli, talmente generali che perdono di significato: lavoro, sviluppo, svolta green.

I due promessi sposi, M5S e PD, non hanno mai avviato una vera discussione programmatica, il primo perché non è strutturato per un simile percorso, l’altro perché è sempre più un indefinito gruppo di parlamentari, presidenti di regione, sindaci e consiglieri vari, dove ognuno va per la sua strada. Ci piacerebbe capire se tutti costoro si chiedano se queste vicende interne ai gruppi politici possano riguardare i cittadini ed elettori. La sostanza è che ormai è manifesta la crisi della rappresentanza e della società rappresentata.

Ad essere ben rappresentati sono solo gruppi ristretti che, avendo interessi chiari e limitati, sono più facilmente difendibili e tutelabili. Contrariamente a quanto pensa Bersani, la destra italiana, quella strutturata e operante, è moderna, molto moderna, e non ha bisogno di tutori. In 70 anni di vita repubblicana gli interessi del capitalismo avanzato, industriale ed innovativo sono stati ampiamente tutelati. È cresciuta una destra politica, culturale ed economica che si è dimostrata tanto forte da riuscire a gestire il rapporto con le frange golpiste, il rapporto con la delinquenza organizzata, ma anche con i processi di modernizzazione sociale e culturale, certo incalzata dai movimenti di massa.

Il grande merito che va riconosciuto alla grande stagione delle lotte operaie e studentesche (che scompaginarono storiche divisioni tra mondo cattolico e quello socialista e comunista), così come al movimento per i diritti civili (divorzio, aborto, diritto di famiglia), anch’esso trasversale agli schieramenti politici, è stato quello di aver puntato al raggiungimento di obiettivi di interesse generale e non di parte, ridefinendo così le basi del sistema democratico. Quella particolare forma di socialdemocrazia, prima tutta italiana ma poi condivisa in tutta l’Unione Europea (UE), di cui beneficiamo tutti, è il risultato della straordinaria attenzione che si pose alle vicende istituzionali, al processo legislativo, alla definizione di modelli normativi e contrattuali che riuscirono a bloccare derive autoritarie.

Nel “dopo” si sono commessi tanti errori, i gruppi politici, che avevano svolto un ruolo di mediazione istituzionale per garantire la sopravvivenza di un sistema democratico, hanno dato troppo presto per scontato che si fosse giunti ad una situazione consolidata in grado di assorbire modificazioni anche importanti nel sistema delle tutele e della redistribuzione del reddito. Così la sinistra, nella sua rappresentanza politica, si è progressivamente dissolta, anzi ha ribaltato la sua connotazione. Gli interessi di parte si riorganizzano velocemente e gruppi potenti hanno provato, a volte con successo, a recuperare margini di potere: dalla scuola all’università, dallo stato sociale (previdenza assistenza e sanità), spazi pubblici tutti progressivamente colonizzati da grandi imprese e gruppi finanziari con processi di privatizzazione massicci. Il capitalismo, anche quello italiano, si rinnova e si riproduce, forte del suo pragmatismo, della necessità di adattarsi ai contesti pur di garantirsi profitti e rendite di posizione attraverso processi complessi, ma processi appunto che, in quanto tali, sono soggetti ad oscillazioni. Così la ridefinizione dei confini sociali, l’allargamento a dismisura della fascia della popolazione definita ceto medio si è alternata, nel tempo, a meccanismi che hanno aumentato il divario tra ricchezza e povertà, sia all’interno dei paesi ricchi, sia tra paesi ricchi e paesi poveri. In questo altalenarsi dello sviluppo economico sociale, i movimenti sociali hanno perso forza nella capacità di condizionare le scelte politiche. Negli ultimi decenni i partiti che si richiamavano a una idea socialdemocratica sono diventati i fautori di forme di “restaurazione” di vecchi paradigmi e con atti successivi, in perfetta continuità tra loro, si è puntato ad una maggiore flessibilità nei rapporti di lavoro, che altro non è che l’estensione del precariato, alla privatizzazione della previdenza e del sistema sanitario, e il flusso di denaro ormai si muove in una sola direzione.

Il risultato è stato che vecchi interessi hanno trovato una nuova e rinnovata rappresentanza, altri hanno perso riferimenti politici e i movimenti, prima di tutto quelli sindacali, stentano a svolgere un ruolo perché sempre meno rappresentativi del mondo del lavoro sempre più frammentato e diviso, che comprende persone con livelli di alta specializzazione fino a giungere a chi svolge seppur funzioni essenziali ma, se non del tutto, dequalificate.

Questo nell’Europa dei più forti dove comunque si sono riusciti a garantire livelli democratici importanti. In altri paesi, quelli di recente appartenenza alla UE, in Cina, in Russia, in tanti paesi asiatici e sud americani, questi processi si sono accompagnati a forti limitazioni delle libertà personali e politiche.

Cosi la crisi della rappresentanza ha indotto una crisi dei rappresentati, dei cittadini elettori, giovani e meno giovani, che si rifugiano nel ribellismo, espresso soprattutto nella oscillazione dei flussi elettorali, resi incapaci di partecipare alla vita politica e associativa in modo costante e, anche quando vivono in contesti lavorativi stabili e consolidati, si mostrano ormai disinteressati al valore della propria attività lavorativa e professionale, preoccupati per lo più a garantirsi un livello di reddito soddisfacente e/o il raggiungimento di migliori posizioni gerarchiche che li mettano al riparo da licenziamenti e perdita improvvisa di reddito, in un clima da “uno contro tutti”.

Sinistra e destra sono categorie politiche che si vorrebbero ormai morte e defunte. Ma proprio nelle fasi di cambiamento invece ritrovano pienamente senso. Una differenza che non è più nei simboli o nella collocazione nell’emiciclo dei parlamenti, ma passa dalla discriminante tra interessi particolari e interessi generali nel considerare la partecipazione e la democrazia come un difetto necessario da aggirare appena si può o come obiettivo da perseguire. Economia e scelte politiche sono più che mai connesse in tempi di crisi. Quanto sta avvenendo in Italia, la rinuncia dei partiti politici ad entrare nel merito delle scelte che si stanno operando sul piano economico, è segnale preoccupante a cui bisogna prestare molta attenzione. L’errore è credere che le contraddizioni saranno risolte in automatico dato il tanto denaro disponibile, in fondo ce n’è per tutti, ma non è così.

Chi deciderà quanto spazio sarà dedicato alla revisione dei parametri liberisti che hanno messo al primo posto la diminuzione del costo del lavoro, la sfrenata tendenza a rendere precaria ogni posizione lavorativa anche se il termine precario è stato addolcito trascrivendolo come flessibilità? La svolta green che significa? Produrre e consumare le stesse cose e nelle stesse quantità consumando meno energia e producendo meno CO2, di per sé cosa necessaria ma non sufficiente, o è possibile rivedere il nesso produzione/consumo, crescita e sviluppo? Una problematizzazione che non appartiene al linguaggio condiviso dagli apparati politici italiani, europei, internazionali.

Su questo dovremmo discutere e litigare, sperimentare e verificare e, infine, essere chiamati a decidere da che parte vogliamo stare esprimendo il nostro voto.

Si discuta di questo, si ricominci da questo. Poi ognuno sarà libero di scegliere la sua strada senza però essere annoiato da vicende estranee alla propria quotidiana fatica di vivere.

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