Pace in Medio Oriente, un’illusione?

tempo di lettura: 6 minuti

“Israele ha occupato territori altrui. Ora questo io vorrei dire al popolo d’Israele: siamo sempre stati al suo fianco, al fianco degli ebrei quando erano perseguitati. Ma gli ebrei non sono stati perseguitati prima di avere uno Stato, nell’oriente, dagli arabi. Sono stati perseguitati in Europa, dagli europei. E finalmente, poi, dopo la Prima Guerra Mondiale, ebbero un territorio e una patria. E quindi anche un territorio e una patria devono avere i palestinesi, altrimenti non vi sarà mai pace nel Medio Oriente”.

Queste parole profetiche furono pronunciate dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini nella lontana sera del 31 dicembre 1981, nel corso del suo discorso di fine anno. Sono passati quaranta e più anni da allora e la situazione non solo non è migliorata, ma è peggiorata a livello esponenziale, mettendo nuovamente in pericolo la pace in tutta quell’area che è sempre pronta a esplodere. Sin dal 1948, anno di fondazione dell’Israele odierno, il trascorrere del tempo è stato scandito da una guerra dietro l’altra. Non vi è mai stato un periodo che possa essere definito di vera pace. Non è difficile trarne una triste conclusione: nessuna delle due parti in conflitto vuole veramente la pace, o meglio, la vuole alle sue condizioni, inaccettabili per la controparte.

La voce della ragione grida da decenni la formula più idonea per risolvere questa interminabile tragedia: due popoli, due Stati, ma sia Netanyahu che le sue controparti arabe non vogliono assolutamente che questo accada; il loro obiettivo è uno solo: l’annientamento totale del nemico.

È triste a dirsi, ma è la realtà, e cioè che il trascorrere del tempo – e dal 7 ottobre 2023 è passato quasi un anno – sta creando, in noi europei e in generale in Occidente, quella che può definirsi “assuefazione”, e la dimostrazione ne è il fatto che dalle prime pagine dei grandi quotidiani sono pressoché scomparsi gli articoli che nei giorni successivi al 7 ottobre, giornalmente, e in prima pagina, ci informavano degli avvenimenti in quel teatro di guerra. Non è difficile distogliere l’attenzione dei lettori o dei telespettatori, basta dedicarsi ad argomenti più “pruriginosi”, come l’arresto per corruzione del governatore della Regione Liguria, o del prossimo “match” fra Meloni e Schlein, arbitrato dall’intramontabile Bruno Vespa: basta con le stragi e il sangue.

Purtroppo, però, se l’attenzione diminuisce, la strage continua quotidianamente e ha superato il limite dell’umana sopportazione. Basti pensare che, secondo il quotidiano francese Le Monde, assistiamo da sette mesi a bombardamenti israeliani su civili disarmati e affamati che non sanno dove rifugiarsi, e che hanno causato la morte di 32.000 persone, di cui il 40% sono bambini. Migliaia di bambini morti sul colpo o per le ferite riportate, perché non ci sono medicine, non c’è cibo, niente. Si sta creando un’intera generazione di palestinesi orfani, feriti o mutilati, che vorranno vendicare i loro morti, alimentando una spirale di violenza senza fine. La guerra, questa guerra in particolare, non costruisce la pace, alla fine dei conti. In qualunque modo finisca, avrà conseguenze a lungo termine. È difficile anche solo pensare a un futuro pacificato in quella regione.

Niente che possiamo escogitare potrà mai giustificare l’orrore che quelle persone stanno vivendo, né sminuire la portata di ciò che è accaduto il 7 ottobre 2023, dove abbiamo visto all’opera persone che più niente avevano di umano. Bisogna, però, per non fare violenza anche alla realtà dei fatti, riconoscere la responsabilità d’Israele in tutto questo. In primis quella dell’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu che, secondo alcuni, sta portando il paese al suicidio con il suo ostinato rifiuto dell’opzione che prevede due Stati, perché per lui la pace coincide con l’eliminazione dei palestinesi. Netanyahu, uomo di estrema destra, è coinvolto in un procedimento legale che lo vede accusato di corruzione, frode e abuso di potere. Ha dimostrato di essere disposto e capace di fare tutto ciò che è in suo potere per sovvertire l’intero sistema giudiziario ed evitare di finire in prigione. A tal fine si è alleato con gli elementi più messianici, prepotenti, e in alcuni casi scellerati, della società israeliana, affidando ai loro rappresentanti portafogli governativi cruciali e altamente sensibili. Quest’uomo non conosce limiti.

E poi c’è l’altra grave colpa d’Israele, che David Grossman nel suo ultimo libro definisce “il più grande disastro dello stato d’Israele: gli insediamenti, ovvero l’acquisizione illegale, in quanto viola la risoluzione dell’ONU, di quelli definiti «territori occupati» da parte di migliaia di coloni”. Questo comportamento provocatorio ha portato a una profonda divisione all’interno dello stesso Israele. D’altra parte, scrive Grossman, “come potrebbe esserci unità tra le centinaia di migliaia di coloni che si sono impossessati di porzioni rilevanti delle terre occupate in Cisgiordania (considerandole ancestrali e destinate loro dalla stessa Bibbia), e chi invece vede in quei coloni il principale ostacolo a un accordo di pace tra Israele e i palestinesi e la più grande minaccia per il futuro dei propri figli?” Abbiamo appena menzionato la Bibbia, e quindi ci chiediamo: qual è il ruolo della religione in questa immane tragedia? Così continua Grossman: “E come potrebbe esserci vera unità, o per lo meno sincera collaborazione tra i numerosissimi ebrei ultraortodossi che si rifiutano di mandare i figli al servizio militare (perché secondo la loro fede ciò che garantisce la continuità dell’esistenza del popolo ebraico sono la preghiera e lo studio della Torah) e quei cittadini i cui figli e le cui figlie sono obbligati per legge a prestare fino a tre anni di servizio militare e che talvolta sacrificano la vita per il Paese? Per tanti anni, da quando è stato fondato lo Stato d’Israele, la maggioranza degli israeliani ha accettato questo accordo irragionevole in cui la religione è avvinghiata alla politica come ad un rampicante velenoso, se ne nutre e impone a tutti gli altri uno stile di vita a loro estraneo … In una realtà simile, quanto più aumenta l’influenza della religione, tanto più cresce la convinzione che tale realtà derivi dalla volontà di Dio; non è difficile vedere come la visione democratica, tollerante e liberale del mondo sta svanendo”.

Grossman, al cui libro stiamo attingendo copiosamente (La pace è l’unica strada, Mondadori 2024), tenta un’analisi di ciò che sta accadendo nel suo Paese. Così scrive: “Non va tuttavia dimenticato che la quasi totale indifferenza che gran parte degli israeliani mostra verso l’occupazione della terra e del popolo palestinese (che dura da più di cinquantacinque anni) ha giocato un ruolo significativo nel plasmare la fisionomia dello Stato. A onor del vero, Israele non è l’unico responsabile del fatto che, per decenni, non vi sia stato alcun serio e coraggioso tentativo di risolvere il conflitto. Palestinesi e israeliani hanno commesso gravi errori lungo quella che sembra un’eterna strada senza uscita”. Grossman continua dicendo che il “loro rapporto con i palestinesi è un’emorragia che va avanti da decenni con infinite guerre, operazioni militari, occupazione, resistenza all’occupazione, creazione di insediamenti, scompiglio (in tutti i sensi) di confini, terrorismo”.

Poco prima abbiamo accennato al fatto che uno degli errori più gravi d’Israele è stato quello di ignorare la risoluzione ONU relativa ai confini. Purtroppo Israele è rimasta sorda a questa risoluzione e, tutt’oggi, Netanyahu non fa che favorire gli insediamenti illegali, e questo, si chiede ancora Grossman, “suscita l’interrogativo se Israele abbia il diritto di definirsi una «democrazia». Un regime di occupazione non può infatti definirsi democratico. Semplicemente non può. La democrazia scaturisce dalla profonda convinzione che tutti gli esseri umani nascono uguali e a nessuno è negato il diritto di decidere del proprio destino. Anni di occupazione e di umiliazione possono invece creare tra gli occupanti la sensazione che esista una sorta di gerarchia del valore della vita umana. Il popolo conquistato è percepito come inferiore per natura. La sua miseria, la sua intelligenza sono agli occhi degli occupanti un verdetto del destino che scaturisce dalla sua stessa indole (com’è noto, è così che gli antisemiti vedevano, e vedono tuttora gli ebrei). I naturali diritti umani di quel popolo possono essere negati e le sue aspirazioni e valori disprezzati. Da qui si deduce che l’occupante si considera superiore, e quindi padrone di diritto”.

Il tanto tempo ormai trascorso dall’inizio dell’occupazione dei territori ha favorito, in gran parte del popolo ebraico d’Israele, l’assuefazione, e in pratica l’eliminazione dalla sua coscienza, per quanto possibile, di questa situazione distorta: l’esistenza di un altro popolo e la sofferenza e l’umiliazione che gli viene causata ogni giorno. Così facendo è venuto a crearsi un elaborato sistema di elusione della realtà che consente loro di portare avanti questo delirante stato di cose senza apparentemente pagarne il prezzo. Questa situazione ha portato Grossman a concludere: “In altre parole l’immaginazione, questo organo metafisico che ha avuto un ruolo tanto importante nell’organizzare la grande impresa del ritorno a Sion, ora permette a quegli israeliani che lo desiderano (e a quanto pare sono moltissimi) di crearsi un’immagine della realtà nella quale un intero popolo, milioni di persone, viene cancellato, qui, nella nostra patria. E poiché le cose stanno così, una delle tante risposte alla domanda «che cos’è uno Stato ebraico»? potrebbe essere: «È uno Stato che ha la capacità di vivere pienamente e intensamente in una dimensione di illusione e di repressione, negando completamente la realtà»”.

Prima di concludere questa triste carrellata di informazioni scoraggianti e di cedere nuovamente la parola a Grossman, va fatta una fugace scorsa allo stato attuale delle cose.

Scrive Francesca Caferri, inviata di la Repubblica nell’edizione del 12 maggio: “Il nuovo incubo degli abitanti di Rafah ha la forma di un volantino nero e blu: in esso l’esercito israeliano segnala le zone in cui l’offensiva sulla città più a Sud della Striscia si espanderà nelle prossime ore, chiedendo loro di evacuare, verso la spiaggia. Dove però sono già accampate decine di migliaia di persone, senza servizi igienici e con poco cibo… L’Ordine di evacuazione di ieri coinvolge le zone dove sono attivi due degli ospedali ancora in funzione e ciò significa che la situazione umanitaria è destinata a peggiorare ulteriormente. Nessun segno di riapertura del valico di Rafah, sul cui lato egiziano sono ferme tonnellate di generi di prima necessità. È aperto Kerem Shalom, non lontano dalla zona dei combattimenti, ma è inutilizzabile perché dal lato palestinese non c’è nessuno a ricevere le merci… Le scelte del governo ieri sono state contestate dalle piazze. Ma l’affluenza è stata minore di quella che ci si aspettava. Il segno di un paese stanco e diviso… «Fino a quando Netanyahu è al potere gli ostaggi non torneranno: stiamo marciando verso il totale fallimento» hanno detto i familiari di Ofer Kalderon, rapito a Nir Oz. Quel che è certo è che più passano i giorni più le divisioni emergono”.

Come scrive Tahar Ben Jelloun (la Repubblica del 18 aprile 2024), “Mi rifiuto di guardare le immagini e i video provenienti dal campo di battaglia. Ho finito le parole. Rimango muto di fronte all’orrore. Le parole sono sparite e la poesia, quella che dovrebbe salvare il mondo, si è assentata, ha voltato le spalle a questo mondo crudele e ottenebrato. Per questo io scrivo, nella speranza che le mie frasi possano raggiungere persone in grado di influire sulle sorti di questa guerra che non rispetta le leggi, il diritto internazionale, né tantomeno le Risoluzioni delle Nazioni Unite”. A questa speranza si aggiunge anche quella di Grossman, e con essa concludiamo: “Per migliaia di anni gli ebrei hanno costituito una minoranza straniera, malvista e odiata in Paesi dove erano quasi sempre maltrattati, perseguitati, disprezzati e a rischio sterminio… Ora, come ho detto, la minoranza si è trasformata in maggioranza. E questo comporta una grande responsabilità, richiede sensibilità, empatia e una sorta di «superamento della storia», tanto che mi chiedo se saremo in grado di farcela. Eppure, se mai Israele dovesse realizzare anche solo alcune delle suddette aspirazioni, potremo dire con tutto il cuore: «Uno Stato ebraico è la patria nazionale del popolo ebraico che considera la piena uguaglianza dei cittadini la sua più grande prova di umanità, nonché il compimento della visione dei suoi profeti e dei suoi padri fondatori»”.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Torna in alto