Archeologia e Bibbia: un uomo di nome Mosè

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Fonte: https://www.discoverwalks.com/blog/history/

Lo scenario che ci prospetta il libro dell’Esodo mostra gli schiavi israeliti nel pieno di una grave crisi, dove li ritroviamo, in tutta la loro sofferenza e la loro fatica, nei cantieri di Pitom e Pi-Ramses. Il faraone, ad un certo punto, ordina che tutti i neonati maschi degli Ebrei vengano gettati nel fiume. Due giovani appartenenti alla tribù di Levi, Amram e Iochebed, decidono però di nascosto di prendere un cestello di papiro, spalmarlo di bitume e pece, collocare in esso il loro figlioletto e farlo scivolare lungo il fiume, verso la salvezza.

Il cesto viene ritrovato dalla figlia del faraone che, intenerita, decide di prendere con sé il neonato per adottarlo. In seguito darà al piccolo il nome di Mosè perché era stato “tratto dalle acque” (Esodo 2:10), in quanto il verbo ebraico moshe significa appunto “liberare”, “salvare”, “tirare fuori”. C’è da dire, però, che moshe o moses era ritenuto in Egitto anche come un comune patronìmico teoforico, vale a dire un nome proprio derivato dal nome del dio-padre per mezzo di un suffisso, che ne esprimeva il concetto, e che veniva utilizzato tanto a fini della diffusione del nome sacro, quanto per invocarne la protezione sulla persona che lo portava, come ad esempio nel caso di Tuthmose, ossia “nato dal dio Thot”, o Ramses (figlio di Ra). È possibile che le tradizioni successive abbiano deciso, nel tempo, di omettere il nome del dio egizio, lasciando solo il patronìmico  e trasformarlo in questo modo in un nome proprio: Moses, Mosè.

Come per Giuseppe, non siamo in possesso di nessun documento egizio che testimoni l’esistenza di Mosè. Volendo ipotizzarne una collocazione cronologica, e visto che il racconto dell’Esodo, secondo diversi studiosi, sarebbe ambientato durante il regno di Ramses II, la storia della sua nascita potrebbe essere stata immaginata nel periodo in cui a regnare sia stato Seti I, suo predecessore. I testi egizi ci dicono che questi era sposato con la regina Tuia che diede alla luce due figli: un maschio di nome Ramses e una femmina di nome Tia. Secondo alcuni studiosi Seti I e Tuia potrebbero aver avuto un’altra figlia, Henutmira. Una statua, conservata nei Musei Vaticani, raffigura la regina Tuia in compagnia di Henutmira, il che fa supporre che tra le due ci fosse una relazione di parentela; in questo caso Henutmira sarebbe anche stata sorella di Ramses II, del quale poi sarebbe diventata moglie, secondo la consuetudine dei sovrani egizi. Ad ogni modo non esiste alcuna testimonianza di un uomo chiamato Mosè allevato dalla figlia di Seti. Un’altra tradizione, presente nel midrash rabbinico e nel libro biblico delle Cronache(4:18), chiama la madre adottiva di Mosè, Bithia (figlia di Dio), ma anche questo nome non compare in nessun annale egizio.

Alcuni storici giustificano tale assenza di testimonianze scritte con il fatto che il Nuovo Regno non aveva l’abitudine di annotare le proprie sconfitte, così come ragionevolmente poteva esserlo la pesante perdita di gran parte della forza lavoro attiva in Egitto, altri invece intendono la figura di Mosè come il risultato di molteplici tradizioni racchiuse in un unico personaggio, cosa per niente insolita per la Torah.

Come per altri libri che compongono l’Antico Testamento, l’Esodo prende tranquillamente in prestito motivi letterari preesistenti al fine di rendere gli eventi in esso raccontati familiari e comprensibili al pubblico cui si rivolgeva. Proprio come la storia del tentativo di seduzione di Giuseppe da parte della moglie di Potifar (racconto riportato nell’articolo “Giuseppe e il Faraone”) potrebbe essersi ispirata ad un’opera appartenente alla letteratura dell’Antico Egitto, Storia dei due fratelli, risalente al XIII secolo a.C., così l’immagine del piccolo Mosè racchiuso in un cesto alla deriva sul fiume potrebbe essersi ispirata all’epica di Sargon I, fondatore dell’impero accadico. Come successe poi a Mosè, il testo racconta di come Sargon fu posto “in un cesto di giunchi”, spalmato di bitume per farlo galleggiare, e spinto lungo il fiume per sfuggire ai suoi nemici. Questi paralleli letterari, così frequenti nella letteratura antica, utilizzando racconti di interventi prodigiosi ed eventi straordinari che accompagnavano la nascita di personaggi importanti, avevano l’intento di sottolinearne le origini soprannaturali e l’approvazione divina del loro operato.

Un giorno Mosè, cresciuto alla corte egizia ed educato alla sua cultura, ormai adulto, passeggiando nei pressi di un cantiere, vide un sovrintendente egizio colpire duramente uno schiavo israelita. Preso dall’ira, colpì a morte l’aggressore e lo seppellì nella sabbia. Purtroppo la voce dell’omicidio si sparse e il faraone condannò a morte Mosè, il quale fuggì rifugiandosi nel deserto e dirigendosi verso il territorio di Madian. Oggi questo territorio è diviso tra l’ovest dell’Arabia Saudita, il sud della Giordania, il sud di Israele e il Sinai. Anche nel Corano figura l’antico e storico popolo di Madian, che è menzionato col nome arabo Madyan.

Secondo il libro della Genesi, Madian, l’antenato della tribù dei Madianiti, era figlio della seconda moglie di Abramo, Chetura, che il patriarca aveva preso in moglie in seguito alla morte di Sara. Secondo diversi studiosi, tra cui Frank Moore Cross, già docente statunitense dell’Università di Harvard come linguista specializzato in lingue orientali ed ebraico, il popolo di Madian era rimasto nel tempo ancora fedele al culto del Dio abramitico El.

Mosè notò con stupore che le usanze, i canti e le preghiere dei Madianiti non erano poi tanto diversi da quelli che aveva visto tra gli Israeliti a Gosen, e ne restò profondamente colpito, in quanto sentiva sempre più forte il legame che lo univa agli Israeliti presenti nel delta del Nilo.Qui conobbe un sacerdote madianita, Ietro, che in seguito sarebbe diventato suo suocero. Ma in quel luogo, più tardi, Mosè avrebbe fatto un incontro ben più importante, un incontro che avrebbe sconvolto completamente la sua vita: si sarebbe, infatti, trovato faccia a faccia addirittura con Dio.  


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