Scatole cinesi – ultima parte

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Oramai erano trascorsi otto giorni da quando Alfredo de Silvestri era stato ucciso e le indagini non erano ancora approdate a nulla.

Certo, aveva stabilito un nesso fra gli omicidi dei due commercialisti ed era convinto che il movente fosse la gelosia; ma chi, fra le tante donne avute da Alfredo, di cui peraltro ignorava le identità, avrebbe provato un tale rancore da indurla a ucciderlo e tentare di eliminare anche Laura Somma?

A sentire Marco Colucci, il titolare del centro fitness che frequentava il de Silvestri, e che era solito fare da paraninfo al suo amico commercialista, quelli di Alfredo erano rapporti da ‘toccata e fuga’ con donne sempre diverse.

Di conseguenza era difficile che qualcuna di loro potesse sapere della relazione nata far Alfredo e Laura e addirittura provare un risentimento tale nei loro confronti da volerli morti.

No, questa ipotesi non stava proprio in piedi.  

Quindi?

Quindi doveva esserci una donna che aveva un rapporto stabile con il de Silvestri e, quando ha intuito che quella con Laura Somma non era l’ennesima scappatella, ma qualcosa di più, ha temuto di perdere il suo Alfredo.

Una donna capace di tollerare le avventure di un giorno, ma che non avrebbe mai potuto accettare di essere messa da parte: devota al suo amante, disposta a subire i rapporti di Alfredo con altre donne e ad accontentarsi dei momenti in cui tornava da lei, ma non a perderlo.

‘Cherchez la femme’, certo, ma chi era la donna?

Chi, fra le donne che de Silvestri conosceva e frequentava, l’aveva raggiunto allo studio dopo che Laura Somma era andata via, e per quale motivo?

Sicuramente una della quale si fidava, la cui presenza allo studio, in tarda serata, non aveva destato in Alfredo alcun sospetto.

Un dubbio lo assalì.

‘No, non poteva essere stata lei.’

Iezzo provò a convincersi del contrario, ma lo sbirro che era in lui continuava a insistere: l’ha ucciso lei!

Un’ora dopo, la donna era seduta di fronte a lui.

L’inaspettata telefonata di Iezzo l’aveva raggiunta appena rientrata a casa e, con il consueto garbo che la caratterizzava, si era resa subito disponibile a raggiungerlo in commissariato.

Il poliziotto premuroso, che aveva incontrato poco più di una settimana prima, era però diverso dal freddo investigatore che ora aveva davanti.

“Ho ragione di credere che lei fosse allo studio di via Verdi la sera in cui Alfredo de Silvestri è stato ucciso.”

L’affermazione di Iezzo fu pronunciata con un tono inquisitorio che non lasciava spazio a repliche.

Senza attendere la risposta della donna, il commissario proseguì.

“Quando ha visto la signora Somma uscire dal palazzo dove ha sede lo studio, in un orario così insolito, ha capito che l’unico con cui poteva essersi incontrata era Alfredo, visto che Antonio Della Monica, il marito di Laura, era a Milano, come lei ben sapeva. A quel punto è salita su e ha affrontato Alfredo, chiedendogli spiegazioni. Vuole che continui o preferisce dirmi lei cosa è accaduto dopo, signora Ruocco?”

Per Elena, essere stata scoperta, fu quasi una liberazione.

E cominciò a raccontare.

Aveva ventidue anni quando fu assunta allo studio e le sembrò di toccare il cielo con un dito. Dopo il diploma aveva svolto solo lavori saltuari e sottopagati presso alcuni esercizi commerciali, dei quali curava la contabilità. Poi aveva risposto a quell’inserzione, che cercava una diplomata in ragioneria con conoscenza della lingua inglese, e si era presentata allo studio di via Verdi. I tre soci erano rimasti colpiti dalla preparazione della ragazza e l’avevano assunta. Lei era rimasta colpita da Alfredo. Quel trentenne di bell’aspetto, galante e raffinato, così sicuro di sé nella vita come nel lavoro, riusciva a esercitare su di lei un’attrazione che presto si trasformò in qualcosa di più. Pensava di aver trovato l’amore, invece si stava perdendo. La relazione con Alfredo iniziò dopo qualche mese ed era convinta che il suo amore fosse ricambiato. Ben presto, però, capì che per Alfredo si trattava solo di sesso, oltretutto comodo, perché a portata di mano sul luogo di lavoro. Un oggetto sessuale a sua disposizione, quando non aveva tempo o voglia di accompagnarsi ad altre donne. Era questa la schifosa realtà con cui si era trovata a fare i conti: eppure non poteva fare a meno di lui. Sapeva che era un rapporto tossico, dal quale avrebbe dovuto tirarsi fuori con ogni mezzo; ma quell’uomo gli era entrato nel sangue, oltre che nella carne, e andava bene anche così. Col tempo si abituò ad accontentarsi di fugaci rapporti, fra un’amante e l’altra, convinta di essere l’unica costante nella vita del suo Alfredo. E quando l’uomo le rivelò che con la moglie era tutto finito, sperò in qualcosa di più. Negli ultimi tempi, però, Alfredo aveva smesso di cercarla, arrivando addirittura a trattarla in maniera sgarbata quando lei tentava un approccio per sedurlo. Che cosa può esserci di peggio del rifiuto dell’uomo che si ama? La paura di perderlo per sempre; e quella eventualità rischiava di farla impazzire. Alfredo era diventato molto riservato e le loro conversazioni si limitavano solo a questioni di lavoro. Ormai non riteneva più necessaria la sua presenza quando si recava agli studi di Milano o di Ginevra e questo la faceva stare male: erano quelle le rare occasioni in cui poteva averlo tutto per sé, anche se solo per il breve spazio di pochi giorni. Dormire e svegliarsi con lui accanto, seppure in una stanza d’albergo, le dava l’illusione di vivere quel rapporto di coppia che tanto desiderava. Stava finendo tutto e non capiva neanche perché. Il motivo l’avrebbe scoperto proprio in quella tragica sera in cui era tornata in via Verdi. Uscita dallo studio, non aveva voglia di andare subito a casa e così aveva deciso di fare una passeggiata lungo il corso. Era quasi l’orario di chiusura quando si soffermò a guardare la vetrina di un negozio di antiquariato. Una statuetta di bronzo attirò la sua attenzione. Raffigurava due amanti, le cui nudità erano celate dall’abbraccio che univa i loro corpi; ma ciò che la colpì fu l’incisione in rilievo impressa sulla base: ‘Le cose che si amano non si posseggono mai completamente. Semplicemente si custodiscono’. L’antiquario le aveva rivelato che la frase era di Catullo e lei pensò che non si potesse esprimere meglio il sentimento che provava per Alfredo: non l’aveva mai avuto tutto per sé, ma l’avrebbe sempre amato. Acquistò la statuetta e decise di tornare allo studio: l’avrebbe lasciata sulla scrivania di Alfredo, e lui avrebbe capito. Era già in prossimità dell’ingresso del palazzo quando vide Laura Somma uscire dal portone e salire in auto. Se Antonio era a Milano, perché quella donna si trovava lì? Fece le scale di corsa, entrò nello studio e vide che c’era Alfredo. Fuori di sé, pretese una spiegazione sulla presenza di Laura, ma Alfredo la redarguì in malo modo, dicendole che non doveva permettersi di interferire nella sua vita e che non tollerava le sue scenate di gelosia. Riuscì a essere ancora più cattivo, confessandole il suo amore per Laura, e che con lei era stato solo sesso. Fu un attimo e la sua mano, stretta intorno ai corpi dei due amanti abbracciati, si alzò per colpire Alfredo.

La segretaria confessò al commissario anche il tentato omicidio della Somma, che aveva portato alla morte di Antonio Della Monica: Laura gli aveva rubato l’amore e non meritava di continuare a vivere.

Quell’amore malato le aveva fatto perdere il senno e compiere lo scempio che ne era seguito.

Mentre gli agenti la portavano via dal commissariato, Iezzo pensò che se Elena avesse compreso il vero significato della frase di Catullo, che era ben diverso da come lei l’aveva interpretato, forse non avrebbe comprato la statuetta e non sarebbe tornata allo studio e…

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