Mimmo Jodice: la memoria e il presente

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Antonio Nacarlo, Ritratto di Mimmo Jodice – pastello su carta

Mimmo Jodice è uno dei più importanti fotografi contemporanei. Il suo lungo percorso artistico è caratterizzato da una forte ricerca formale e concettuale: sensibilità poetica e visionaria, capacità di cogliere il rapporto tra memoria e presente, tra luce e ombra, tra realtà e immaginazione. In questo articolo cercheremo di analizzare la carriera e l’opera di Mimmo Jodice, evidenziando il suo contributo alla fotografia napoletana e alla cultura visuale contemporanea.

Nasce a Napoli, nel rione Sanità, il 29 marzo 1934. Rimasto orfano di padre giovanissimo, inizia a lavorare come garzone di bottega e, nel tempo libero, disegna caricature per i soldati alleati, vivendo appieno la dura realtà popolare post-bellica. Il giovane Jodice, già versato nelle arti del disegno, si avvicina al mondo della Fotografia per una tragica fatalità: il suo miglior amico, grande appassionato di questa disciplina, muore in un incidente. Il papà del ragazzo regala a Mimmo la costosa attrezzatura (ingranditore, reagenti chimici per lo sviluppo, carte fotosensibili, macchina da ripresa). Inizia allora una serie di sperimentazioni sui materiali e sulle possibilità della fotografia, non come mezzo meramente descrittivo, ma come strumento creativo.

Nel 1967 tiene la sua prima mostra personale alla libreria La Mandragola di Napoli, dove incontra personalità della cultura come Allen Ginsberg, Fernanda Pivano e il gallerista Lucio Amelio. Quest’ultimo lo introduce nel mondo delle avanguardie artistiche internazionali, presentandogli artisti del calibro di Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Joseph Beuys, Jannis Kounellis. L’amicizia con i massimi esponenti della Pop Art gli apre nuovi orizzonti espressivi, il suo linguaggio cambia facendogli esplorare le potenzialità della fotografia come linguaggio artistico autonomo e innovativo.

Si ispira alle avanguardie storiche come il Cubismo, il Futurismo, il Dadaismo, il Surrealismo. Utilizza tecniche come il fotomontaggio, il collage, la solarizzazione, la distorsione. Sceglie soggetti quotidiani come ritratti, nudi, oggetti domestici, trasformandoli in forme astratte o metaforiche. Crea contrasti tra luci ed ombre, tra pieni e vuoti, tra geometrie e organicità. Esprime così la sua visione personale della realtà circostante, tra sogno, ironia e provocazione. Negli anni Settanta si avvicina alle tematiche sociali e politiche, documentando le condizioni di vita delle classi popolari, il lavoro minorile, le carceri, gli ospedali psichiatrici. In queste immagini usa spesso il fotomontaggio, il collage, la distorsione, per creare effetti drammatici e provocatori. Una eloquente anticipazione è la serie Napoli ’66 (1966), in cui il maestro ritaglia e sovrappone volti e corpi di bambini che vivono in situazioni di povertà e degrado. Interviene spesso sulle sue stampe con strappi, sovrapposizioni e collage, per esprimere il suo dissenso e il suo disagio.

Contemporaneamente, la frequentazione con il musicologo e studioso di tradizioni popolari Roberto De Simone, conosciuto nel 1969, consolida in lui l’interesse per le feste e i rituali religiosi di Napoli e del sud e la passione per l’indagine antropologica. Insieme a De Simone pubblica, nel 1974, il volume Chi è devoto: Feste popolari in Campania. Nel 1970, il direttore dell’Accademia di Belle Arti di Napoli Franco Mancini, dà l’incarico a Mimmo Jodice di organizzare un corso sperimentale dedicato alla fotografia, il primo in Italia. L’esperimento si rivela un successo: grazie anche alla fama e alla maestria tecnica del docente, vi partecipano oltre cinquecento studenti. La grande richiesta formativa per la professione convinse l’allora Ministro dell’Istruzione, Franco Maria Malfatti, a istituire un corso annuale di fotografia in tutte le Accademie di Belle Arti del Paese. Il Maestro napoletano detiene la cattedra per venticinque anni, contribuendo a formare diverse generazioni di artisti.  

La carriera accademica non distrae Mimmo dalla continua ricerca espressiva. L’epidemia di colera, scoppiata nella città nel 1971, lo spinge a lavorare sulla situazione sociale: sviluppa un lavoro che consiste non tanto nel documentare la cronaca, quanto nell’indagare lo stato di miseria e di degrado che stanno alla base di tale tragedia. Ne deriva la mostra Il ventre del colera, presentata al Salone Internazionale Cine Foto Ottica di Milano nel 1973, con un testo di Domenico De Masi. Negli anni Ottanta cambia radicalmente il suo stile e il suo soggetto, dedicandosi alla fotografia di paesaggio urbano e naturale. In particolare si concentra su Napoli e sul Mediterraneo, cercando di restituire la loro vicinanza storica e culturale, ma anche la loro dimensione simbolica e mitica. Utilizza tecniche come il bianco e nero, il grande formato, la lunga esposizione. Sceglie soggetti architettonici o naturali come monumenti, chiese, piazze, coste, isole. Li trasforma in forme simboliche o evocative. Crea atmosfere tra luce e ombra, tra silenzio e mistero, tra memoria e presente. Esprime così la sua visione personale della realtà circostante, tra poesia e visione, tra identità e universalità.

Negli scatti della metropoli partenopea è assente del tutto la figura umana con un allontanamento sempre più radicale dalla scena reale. Siamo di fronte a una fotografia “metafisica”, con scorci cittadini spiazzanti, carichi di simbolismo. Napoli è per lui una fonte di ispirazione, di identità, di memoria, ma anche di sfida, di contrasto, di trasformazione. Nelle sue fotografie, non si limita a documentare la realtà urbana, ma cerca di rivelarne il senso profondo, il valore simbolico, la dimensione poetica.

Napoli è solo la prima delle città fotografate da Mimmo Jodice, che nei decenni a venire dedicherà ad altre metropoli il suo sguardo: Parigi, New York, San Paolo, Venezia, Boston, Tokyo, Torino, Roma, Milano, Lisbona, Mosca, Londra. Realizza opere come Vedute di Napoli (1980), La città invisibile (1990), Mediterraneo (1995), Atlante (2003), che lo rendono famoso in Italia e all’estero. Riceve numerosi riconoscimenti e premi, tra cui il Premio Antonio Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei nel 2003, la Laurea honoris causa in Architettura dall’Università Federico II di Napoli nel 2006, l’Ordine delle Arti e delle Lettere dal Ministero della Cultura francese nel 2011.  

Jodice è un fotografo che ha saputo interpretare la realtà con uno sguardo originale e profondo. Ha contribuito alla nascita di una scuola fotografica napoletana con precipue caratteristiche visuali ed iconografiche: ricerca formale e concettuale, sensibilità poetica e visionaria, capacità di cogliere il rapporto tra memoria e presente, tra luce e ombra, tra realtà e immaginazione.

NOTA: Seguendo il link all’inizio del testo aprirete il sito ufficiale del Maestro e potrete vedere le sue opere menzionate in quest’articolo.

2 commenti su “Mimmo Jodice: la memoria e il presente”

  1. elio mottola

    Mi giunge notizia che l’ultima produzione del Maestro sarebbe una raccolta di selfie, scattati da lui medesimo, con gli amici in pizzeria. Probabilmente una fake.

    1. Mister Mottola potrebbe essere una ipotesi realistica, l’artista digitale Beeple ha raggruppato 5000 suoi selfie, scattati dal 2007 al 2021, facendone un collage. l’opera si chiama “Everydays: the first 5000 days” ed è stata venduta per 69 milioni di dollari!

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