La nuova destra

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È opinione diffusa, forse prevalente, che nella politica italiana sinistra e destra non esistono più. Ma spesso le opinioni diffuse e prevalenti altro non sono che l’adesione a luoghi comuni e cioè la via d’uscita più comoda per rimuovere un interrogativo, un dubbio o un’ansia. Se però non consegniamo il nostro senso critico all’apatia, scopriremo che destra e sinistra hanno ancora una ragion d’essere. Certamente la sinistra non è quella di trent’anni fa, quella che tanti di noi rimpiangono. Ci riferiamo, com’è evidente, al PCI di Enrico Berlinguer, bloccato dal delitto Moro proprio quando era in dirittura d’arrivo per entrare nell’area di governo. Ma gli ultimi trent’anni non sono stati trent’anni qualunque, un decorso di tempo lineare in continuità col passato: sono stati gli anni di Berlusconi, cioè un sommovimento radicale che ha inciso sulla sinistra ma soprattutto ha cambiato il Paese. L’avversario che la sinistra orfana di Berlinguer si trovò ad affrontare qualche anno dopo fu la nuova destra creata da Berlusconi col sostegno del suo potere mediatico. Come sarebbero stati questi trent’anni se la sinistra avesse potuto disporre di tre emittenti televisive e di un paio di quotidiani, travestiti da libera stampa ma totalmente asserviti ai suoi interessi politici, non è neppure immaginabile. E la ragione è molto semplice: gli imperi mediatici sono da sempre appannaggio della destra.

Nella destra pre-berlusconiana era sopravvissuto ben poco della destra conservatrice, laica e liberale: se ne trovavano ancora tracce residue nel partito liberale, in quello repubblicano, nel partito socialista, e, debitamente catechizzate, nella stessa democrazia cristiana.

Con Berlusconi faceva il suo ingresso un’accozzaglia di populisti allevati nella Lega Nord e in Alleanza Nazionale ai quali si aggiungevano gli affaristi della “Milano da bere”, battezzati da Craxi e cresimati poi dall’imprenditore brianzolo.

Trascorso il trentennio ci si ritrova oggi su un piano inclinato in cui la politica, tutta la politica che non si riconosce nella destra di governo, rischia di precipitare nel ghetto di una eterna opposizione sempre più sterile, come dimostra il crescente astensionismo elettorale. Eppure gli interessi che la sinistra dovrebbe tutelare sono tuttora in campo e se ne aggiungono anzi di nuovi. Tocca alla sinistra rappresentare quelli dei deboli, degli emarginati, dei diversi, delle donne e dei lavoratori, degli ambientalisti. Lo spazio dunque c’è perché la destra offre a queste categorie soltanto parole vuote o false.

Ma la destra, la nuova destra, ormai priva di qualsivoglia valore morale o civile, continuerà a badare all’accumulazione della ricchezza per se stessa, per la fascia sociale e per le lobby che la sostengono, foraggiandole con sgravi e condoni fiscali o con la depenalizzazione di reati finanziari. Quest’aspirazione nella destra c’è sempre stata ma in termini compatibili con una certa stabilità sociale: quando i limiti saltavano, le reazioni non mancavano, come ci insegna la storia. Oggi l’accumulazione della ricchezza non sopporta limitazioni e tende quindi a rimuovere tutti gli ostacoli che vi si frappongono. E come si può mettere in pratica con successo questa strategia se non raggirando le fasce più deboli della società? E quindi fioccano le promesse irrealizzabili, si inventano notizie false o fuorvianti, si nascondono verità scomode, il tutto grazie al controllo dei mezzi di informazione che concorrono in maniera determinante anche alla delegittimazione della magistratura e di ogni altro organo di controllo, sia interno che sovranazionale. Malgrado gli insabbiamenti mediatici gli esponenti della destra incappano spesso in reati più o meno gravi, spesso collegati alla loro pregressa attività imprenditoriale. Il caso Berlusconi ne è l’esempio più lampante, tant’è che la figura dell’imprenditore prestato alla politica è stata esportata con fortuna in mezzo mondo, come dimostrano Donald Trump e il premier britannico Rishi Sunak. Ma comportamenti penalmente perseguibili si ritrovano anche tra tanti politici di destra a tutto tondo come Netanyahu, Sarkozy, Bolsonaro, per non dire dei sospetti di corruzione che gravano sulle teste dei vari autocrati in circolazione, come Erdogan, Orban e Lukashenko.

La destra che governa l’Italia dallo scorso ottobre si sta rivelando perfettamente in linea col profilo generale appena tracciato. Ci sono anzi dei tratti aggiuntivi che devono allarmare: l’ambizione di soppiantare la cultura dominante con una visione regressiva e nostalgica della società, la presenza massiccia di conflitti di interesse (oltre alla Santanché, anche i discussi Crosetto, Angelucci e Lotito) ma soprattutto l’arroganza e lo sprezzo verso le opposizioni, le minoranze, la stampa libera, la magistratura e gli organi di controllo. Chi dovrebbe opporsi alle sue prevaricazioni è attualmente ridotto in condizioni di oggettiva inferiorità sul piano della comunicazione e quindi della possibilità di mettere in guardia una popolazione ormai sfiduciata, rassegnata se non addirittura omologata alla destra, dal pericolo che questo governo si trasformi in regime. In queste condizioni l’alternanza tra destra e sinistra rimane una mera aspirazione, ben lontana dall’ordinaria dialettica democratica. Se non ci si scuote e ci si mobilita per tempo, ci toccherà rimpiangere non solo il PCI di Berlinguer ma anche la destra del buon tempo antico.   

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