Io non sono Giorgia: le differenti percezioni della realtà

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Francisco Goya, Il sonno della ragione genera mostri – Biblioteca Nacional de Espana, Madrid (Fonte: Wikipedia)

«Due cose ti chiedo, o Dio,

non negarmele finché vivo:

tieni lontano da me falsità e menzogna,

e dammi quel che è necessario per vivere,

senza farmi né ricco né povero.

Se fossi ricco potrei rinnegarti

pensando di non aver bisogno di te;

se fossi povero potrei rubare

disubbidendo alla tua volontà.»

Proverbi 30, 7-9

Così recita una preghiera biblica tratta dal Libro dei Proverbi della Tanakh (Bibbia ebraica), a sua volta di probabile derivazione dai libri sapienziali assiri ed egiziani. L’invocazione di un uomo di 5000 anni fa talmente attuale da risuonare nelle orecchie di qualsiasi lavoratore o pensionato costretto a vivere di stipendio. Abbiamo trascorso anni difficili e peggiori sono state le ricadute economiche sulle nostre finanze domestiche. Il Covid, la guerra in Ucraina, l’aumento dei prezzi al consumo e la perdita del potere d’acquisto dei salari che ne sono derivati come sono stati arginati? Il Governo al potere ha varato la sua personale lotta alla crisi abolendo di fatto il reddito di cittadinanza e detassando il lavoro straordinario. Chi ci governa vede nella indigenza una colpa, nella povertà una punizione autoinflitta. In un Paese a crescita zero il Governo propaganda fumosi piani di sostegno alla natalità.

Mi domando se queste persone sanno come sia vivere in una famiglia monoreddito. Chi ha figli piccoli ed è costretto a pagare un affitto, chiedere e poi rimborsare un piccolo finanziamento, un mutuo, ammesso che li ottenga, mantenere un’automobile vecchia, pagare le tasse, fa capriole ed artifici che il miglior circense guarderebbe esterrefatto. La crescita zero, di cui tanto si parla, è conseguenza della paura di non poter assicurare un futuro degno ai propri figli o è il frutto dell’egoismo personale di chi detiene la ricchezza? Come diceva Corrado Alvaro, “La disperazione più grave che possa impadronirsi d’una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile”.Questa frase tormenta le persone come me, i veri parìa della società: quarantenni di cultura media, di buona famiglia e con competenze umanistiche. Questa condizione personale che non ci permette di vivere sopra e nemmeno sotto le righe, di essere bazzarioti (1), di credere scioccamente nello stato di diritto, nella solidarietà, nell’eguaglianza.

Negli anni Settanta del secolo scorso, il filoso e psicologo tedesco Erich Fromm ci aveva illustrato in un saggio la differenza tra “l’essere e l’avere”, dove l’avere corrispondeva alla dimensione dello sfrenato consumismo e del gretto possesso, proprio della società opulenta e capitalistica, mentre l’essere coincideva con quella libera e globale realizzazione di se medesimi, di cui hanno parlato i grandi maestri di vita come Buddha, Gesù, Gandhi, Karl Marx eccetera.

Nel mondo attuale, dominato dai social media, lo scontro esistenziale si è spostato decisamente su di un nuovo piano semantico: la dicotomia è tra l’essere e il mostrarsi per quello che non si è. La stragrande maggioranza è impegnata nel costruire una immagine di sé più lontana possibile dalla verità. Non esistono solo filtri fotografici per il miglioramento del proprio aspetto ma anche euristiche di linguaggio (per non dire bugie che è brutto) capaci di taroccare lo stato sociale di una persona. Ad esempio, definirsi “piccolo imprenditore” oppure “wanderlust” fa molto più cool che dichiararsi disoccupati o inoccupati a carico dei genitori. Va da sé che, se nel passato i nemici dei poveri proletari erano i padroni e il capitale, adesso il soggetto avverso è chi ha più like sul proprio blog. Gran parte del popolo italiano sembra essere alle prese con un narcotismo politico-esistenziale, privo di una tassonomia di valori, senza più punti di riferimento politici o religiosi. Quando sono chiamati ad esprimersi, preferiscono non esercitare il diritto di voto ma piuttosto subire le decisioni, purché gli si lasci l’illusione narcisistica di una posticcia ed inutile libertà, e intanto non si accorgono di niente, nemmeno della fame, nemmeno della miseria che incombe.

Gli intellettuali patri tacciono, non denunciano, al massimo si limitano a sghignazzare sulle uscite infelici dei ministri del Governo Meloni. La sostituzione etnica di Lollobrigida, la limitazione del potere della Magistratura di Nordio, Valditara e le inchieste nelle scuole elementari per una preghierina fatta dire ai bambini, Piantedosi e i terroristi travestiti da immigrati a Lampedusa. A mio modesto avviso queste gaffe nascondono qualcosa di più sinistro: intolleranza, prevaricazione.

Come ben diceva il compianto filosofo Gerardo Marotta, “I fascisti sono come i preti spretati, anche se in abiti civili puzzano sempre di incenso e canonica.” E poi ci siamo noi working poors. Treccani ci definisce “Chi appartiene alla categoria dei lavoratori poveri, cioè coloro che, pur avendo un’occupazione, si trovano a rischio di povertà e di esclusione sociale a causa del livello troppo basso del loro reddito, dell’incertezza sul lavoro, della scarsa crescita reale del livello retributivo, dell’incapacità di risparmio, eccetera”. Quasi undici milioni di lavoratori secondo l’istituto nazionale di statistica.

Nel mio caso con contratto collettivo nazionale della vigilanza privata , scaduto da due lustri e, seppur dichiarato anticostituzionale dalla Corte di Cassazione di Milano (il 28 ottobre 2021 con sentenza n°673/2022), perché viola l’articolo 36 della Carta costituzionale (“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”), è ancora applicato dai datori di lavoro.

Il sottoscritto e la Premier hanno la stessa età, anche le nostre bambine sono coetanee e per mia fortuna le coincidenze si fermano qui.

  • (1) Bazzariota: denominazione del venditore ambulante di merci al minuto derivata da bazar, il tipico mercato orientale. Per la discutibile onestà e lo scarso impegno dimostrati da chi svolgeva tale attività, questa parola ha assunto la valenza di persona scansafatiche, poco affidabile, vagabonda.

2 commenti su “Io non sono Giorgia: le differenti percezioni della realtà”

  1. Maria Cristina

    Concordo pienamente con il modo in cui queste tematiche, di cui tutti parlano ma che nessuno capisce realmente, siano state trattate. L’Italia è un paese vecchio,lo dice anche la statistica,e purtroppo temo che lo rimarrà perché ai giovani non viene data realmente importanza. Abbiamo un futuro estremamente incerto sia dal punto di vista lavorativo e, di conseguenza, anche da quello economico. Sento spesso dire che “i giovani non hanno voglia di lavorare”,e vorrei smentire una volta e per tutte questo concetto. Di scansafatiche,ce ne sono, e non trovo giusto che le nuove generazioni vengano “rappresentate” da questa categoria di persone. Nessuno guarda oltre il muro. Bene,vi dico che oltre il muro c’è tanta precarietà,povertà e sfruttamento. Ragazzi che hanno dei sogni i quali vengono stroncati dall’impossibilità, principalmente economica,di realizzarli e vivono in maniera infelice,lavorando sotto contratti a tempo determinato e con una paga da fame. Quella della paga da fame è una piaga che affligge non solo i più giovani. Ho assistito a scene di genitori che si sono visti costretti a negare ai figli di coltivare le proprie passioni, perché impossibilitati dalle condizioni economiche della famiglia e a questo punto mi sorgono spontaneamente due domande: se si investe in progetti di sostegno alla natalità,come si può pensare che questi possano servire realmente a qualcosa se la maggior parte degli italiani non vive in uno stato di benessere? Come si può pretendere che la popolazione aumenti se gran parte degli italiani a stento riesce a mantenersi?

    1. In primis grazie di aver trovato il tempo di leggere l’articolo e averlo commentato. Cara Cristy il problema della generalizzazione è legato sempre alle analisi storiche e sociologiche in quanto il campione viene analizzato come gruppo essendo umanamente impossibile leggere il contesto nelle sue individualità. Detto questo, il fatto stesso che tu non ti senta parte della massa e che trovi il coraggio di indignarti dà speranza al Paese. Essere cittadini di una repubblica comporta il privilegio del dissenso, della protesta per ottenere i propri diritti e per rivendicarli se ci vengono negati. Basta non stancarsi crescendo, conservando il furore della gioventù per incanalarlo nella spinta a quel cambiamento che tutti ci auspichiamo. Ma leggendo le tue parole sono sicuro che l’Italia abbia una speranza.

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