La variante V

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foto di verde folto
Foto di A. Sacco

Riceviamo dal sig. Antonio Sacco e volentieri pubblichiamo

Napoli – ore 18 di un normale sabato pomeriggio di giugno – il sole dai Quartieri spagnoli taglia radente la strada più importante della città, via Toledo, e un fiume di persone riempie ogni suo possibile spazio.

Navigo anche io nel fiume e mi ritornano in mente le parole di una frase che ho da poco letto, non ricordo dove, ma che mi è rimasta incollata nella testa: gli ambienti urbani possono nuocere gravemente alla salute fisica e mentale. Non so perché, ma ho come la sensazione che qualcosa di poco sano mi attraversi, al pari di centinaia di parole, discorsi, onde elettromagnetiche di telefonini, puzze di cibo e arie di paludi, vomitate dai condizionatori che ogni anno diventano, lungo questa strada, sempre più grandi e numerosi.

Una moltitudine di gente si muove insieme e si mischia in un turbinio senza fine, dove fanno eccezione gli ambulanti che, in un gioco ad ostacoli, piantano “trappole” lungo il percorso, in una feroce lotta per conquistare un po’ di spazio, sottratto ai totem ristorativi (tavolini) anche ribattezzati postazioni comode per selfie.

Nella mecca dello struscio (un tempo lo struscio a Napoli era il passeggio da via Toledo a via Chiaia, in occasione della visita ai Sepolcri, nella Settimana Santa) ora è sempre più solo uno sfregamento continuo e frequente dei piedi sulla strada con effetto deteriorante a velocità in continuo aumento.

In ogni momento i corpi rischiano la collisione, non si incrociano neanche più gli sguardi, anzi ci si scansa, come si dice a Napoli, alcuni camminano guardando il telefono come una sorta di navigatore, una app forse li aiuta a muoversi e a scansarsi senza andare a sbattere; tutti però sembrano felici o almeno così mostrano.

Qualcosa però nel mio cervello deve non funzionare adeguatamente se credo che ognuno ha il diritto al suo spazio minimo di aria o di aura, scusate, ma non mi sento proprio a mio agio nella impossibilità di decidere dove e come muovere i miei piedi … mentre il mio orecchio (poche parti del mio corpo sono rimaste libere di spaziare nella folla) è libero di intercettare scampoli di frasi anche le più strane come: … è muorto!! E comm’ è muorto? Era malato, nun o saccio, forse mancanza e vitamine… oppure: pénza a salute, nun ce penzà …

Le vitamine sono un composto organico, un nutriente essenziale e vitale per un organismo che le richiede in quantità limitate ma costanti. Attualmente tredici vitamine sono universalmente riconosciute, scoperte e classificate dal 1913 al 1941, dalla vitamina A alla K passando per il complesso più famoso e variegato della vitamina B.

Ma una città come Napoli, mi chiedo, che si muove come un corpo unico ma difatti in ogni sua parte così separata nel profondo, di quale vitamina ha bisogno per ritrovare la sua armonia o la sua unità per non sfaldarsi, ammalarsi e…?

In questi anni di pandemia e di emergenza climatica una nuova vitamina sembra sia stata scoperta, o meglio direi riscoperta, infatti è sempre esistita… (ma, si sa, ogni cosa deve sembrare una scoperta nuova è il gioco del tempo che viviamo) per il suo effetto benefico sulla salute fisica e mentale, addirittura è esaltante e alcuni ricercatori l’hanno ribattezzata vitamina V, ovvero vitamina Verde, di cui il nostro corpo non può fare a meno, anzi è da assumersi in dosi massicce e quotidiane e, rispetto alle altre, non ha neanche effetti collaterali.

Esperimenti pilota in diversi paesi del mondo, in particolare nel Regno Unito, indicano addirittura che, per curare disturbi quali depressione, ipertensione, ansia, cardiopatie, obesità, abbassamento delle difese immunitarie, i medici preferiscano prescrivere lavori in giardino o passeggiate all’aria aperta, piuttosto che medicine convenzionali.

Ma c’è un piccolo problema, gli spazi, quelli che contengono più vitamina V (verde) dalle lontane regioni selvagge ai parchi e ai giardini di città, stanno scomparendo e la salute ne risente e come se ne risente…

Ma quanto tempo stiamo noi a contatto con il verde in città? E soprattutto dov’è possibile trovarlo?

L’Istituto Superiore della Sanità ha istituito dall’ottobre 2018 un corso FAD online finalizzato alla sensibilizzazione di insegnanti, genitori, operatori sanitari, ma anche decisori politici, alla cosiddetta “Sindrome da deficit di natura”, così definita per la prima volta da Richard Louv, giornalista e scrittore americano, in uno dei suoi libri più famosi “Last child in the Woods ” del 2005.

Come evidenziato nel corso attraverso una ricca bliografia scientifica, il ruolo dell’epigenetica chiarisce l’interazione DNA-ambiente con studi condotti su gemelli omozigoti (che hanno un DNA identico) che dimostrano quanto la nostra predisposizione genetica si modifichi in relazione all’ecosistema in cui viviamo; in un articolo apparso sul New York Times il 23 giugno del 2020 dal titolo “Deficit Nature Disorder is a really thing” nuovi studi scientifici a riguardo vengono presentati.

La Sindrome da deficit di natura però non coinvolge solo i bambini ma tutti coloro che vivono in agglomerati urbani, molto spesso in grandi città, e che non hanno contatti frequenti con ambienti verdi.

In effetti mi rendo conto che anche io ho percorso più di un chilometro insieme a una quantità impressionante di gente e non mi sembra di aver incontrato nessun albero, tranne forse qualcuno dove persino gli uccelli litigavano per contenderselo ai margini di uno slargo chiamato piazza Carità, dove il nome evoca proprio l’elemosinare continuo, forse proprio un po’ di quella vitamina V di cui sopra? Ma per un attimo faccio partire l’immaginazione e zac! una distesa senza fine di alberi: querce, lecci, bagolari, magnolie, carrubi, carpini, platani, eucalipti, pini mediterranei compaiono lungo tutto il percorso fino al Plebiscito.

Gli scienziati dicono che bastano 5 minuti di una scena naturale per alleviare i sintomi di stress, ansia, per abbassare la pressione arteriosa e ridurre la frequenza cardiaca, “trovate una scusa per frequentare tutti i giorni anche per poco uno spazio verde”.

Rifletto. Che effetto avrebbe per tutti i napoletani “strusciare” sotto migliaia di questi alberi? Ognuno si nutrirebbe di quella preziosa vitamina V tutti i giorni, ogni vasca fatta, un carico di terpeni, delle biomolecole, dei composti organici, presenti in molte piante il cui principale vantaggio è quello antinfiammatorio, il tutto senza causare effetti collaterali.

Una spinta mi fa ritornare nella realtà presente, gli alberi improvvisamente svaniscono, i basoli in pietra tellurica di Catania, dove avevo immaginato profumate aiuole di terra, tornano tremolanti e si muovono che è una bellezza.

In questo caso lo sguardo arrabbiato del tipo con cui mi sono scontrato mi attraversa e la sua voce mi sbraita contro: ma si cecato? guarda annanze; io rispondo che è quello che stavo facendo, ma non capisce, mi guarda ancora più incazzato e mi tiene lo sguardo continuando a fissarmi prima di allontanarsi, beh questo scontro è servito almeno a guardarsi…

Intolleranza, rabbia, violenza gratuita, voglia di sopraffazione, egoismo, cazzimma, etc. sono effetti, da queste parti, delle tante ed ataviche mancanze … forse però potrebbero addirittura ridursi un giorno se ognuno di noi cercasse di immaginare o di realizzare un nuovo mondo più ricco di vitamine V, dove la lettera V non stia più per Vendetta ma per V di Verde; sì avete compreso bene, V di Verde, Verde, ed ancora Verde, proprio quel verde di cui sono fatti i prati fioriti dei Campi Elisi della speranza.

Antonio Sacco

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