Il dialogo ininterrotto tra lo Stato e le mafie

tempo di lettura: 4 minuti
serpe che si morde la coda
Immagine di uroboro, disegnata nel 1478 da Theodoros Pelecanos in un trattato alchemico intitolato Synosius (Fonte: Wikipedia)

“Per vincere le guerre del presente e del futuro dobbiamo prima regolare un conto bellico con il passato. Dobbiamo eliminare molte menzogne. Ad ogni stagione la politica cerca di tirare la storia dalla sua parte. Ogni storico deve muoversi a smentire la versione che ha già in testa, non deve cercare conferme. Chi studia il passato e cerca una conferma a quello che pensava prima è una persona intellettualmente disonesta”. Questo inciso, tratto dal libro di Paolo Mieli In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia (Rizzoli, 2017), ci invita ad accettare diverse interpretazioni dei fatti storici accaduti, senza pregiudizi.

Ad esempio, quando oggi parliamo di trattativa “Stato-mafia”, facciamo riferimento a una serie di contatti avvenuti tra esponenti delle istituzioni italiane e rappresentanti dell’associazione mafiosa “Cosa nostra” durante le stragi del 1992-1993, riconducendo l’inizio della trattativa all’omicidio di Salvo Lima, referente politico di “Cosa nostra”, assassinato dall’organizzazione per non averne difeso gli interessi nel corso del maxiprocesso di Palermo, conclusosi il 30 gennaio 1992 con la condanna definitiva di centinaia di mafiosi. Secondo le testimonianze dei partecipanti, la trattativa fu portata avanti con l’intenzione di porre fine alle stragi in cambio di favori concessi all’associazione mafiosa da parte delle istituzioni (abolizione dell’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario italiano, introdotto dalla legge 10 ottobre 1986, n.663, che prevede un particolare regime carcerario).

Secondo il parere di eminenti storici, il rapporto di collaborazione tra le mafie e lo Stato si origina ben 150 anni prima, cioè con le campagne militari che portarono all’unità d’Italia. Questa collaborazione spianò la strada alla “eroica spedizione dei Mille” in Sicilia del maggio 1860. Accorsero, in soccorso di Garibaldi, i più autorevoli capi-mafia dell’epoca come Giuseppe Coppola di Erice, i fratelli Sant’Anna di Alcamo, i Miceli di Monreale, il famigerato Santo Mele ecc. Un apporto determinante degli “uomini d’onore” di allora che farà dire allo storico Giuseppe Carlo Marino nel suo libro Storia della mafia (Newton &/ Compton, 2006): “Garibaldi senza l’aiuto determinante dei mafiosi in Sicilia non avrebbe potuto assolutamente fare molta strada”.

Neanche a Napoli, nel settembre del 1860, le camicie rosse avrebbero avuto maggior fortuna se l’eroe dei due mondi non avesse avuto l’aiuto determinante dei camorristi schierati in divisa e coccarda tricolore. Lo storico Francesco Benigno, nel suo saggio La mala setta 1859/1878 racconta come il ministro Liborio Romano “garantì il passaggio dal regime borbonico a quello garibaldino assicurando l’ordine pubblico grazie ad un esplicito accordo con i principali boss della malavita organizzata” (Tore De Crescenzo, Michele “o chiazziere”, Nicola Jossa, Ferdinando Mele, Nicola Capuano e tanti altri). La camorra, schierandosi apertamente al fianco dei “liberatori”, assicurò il mantenimento dell’ordine tenendo a freno la folla scalmanata della capitale duosiciliana.

Nell’opera citata Francesco Benigno descrive come “dai documenti ufficiali e dagli atti ufficiosi si apprende come il neo parlamento italiano intrattenne rapporti con la malavita organizzata fin dalla fondazione. Inoltre, Destra e Sinistra storica, quasi incoraggiarono mafia e camorra a trasformarsi in quello che sarebbero diventate un secolo dopo”. La storiografia non ha mai voluto approfondire questi nessi, “una reticenza che dai testi dell’epoca è transitata nelle pagine degli storici”. Paolo Mieli aggiunge che di camorristi e mafiosi si parlava già prima del 1860, “si trattava però di malavitosi di infimo rango al servizio di più padroni, la cui attività era confinata nelle carceri e nei quartieri più malfamati delle città meridionali.”

Dopo l’unità italiana le mafie diverranno, di fatto, una macchia nera indelebile e un cancro inestirpabile nella travagliata storia del nostro Paese. Di questa metamorfosi delle mafie, dall’Italia preunitaria a quella unitaria, ne era profondamente convinto il giudice Rocco Chinnici. L’ideatore del pool antimafia, una delle più alte e prestigiose figure della magistratura, trucidato da “Cosa nostra” il 29 luglio 1983 in un sanguinoso attentato a Palermo. Rocco Chinnici fu anche un profondo studioso e conoscitore del fenomeno mafioso e delle sue criminali dinamiche storiche. Relatore in un convegno del Consiglio Superiore della Magistratura, a proposito dell’evolversi della mafia in Sicilia, dichiarò: “Riprendendo le fila del nostro discorso prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, non era mai esistita in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa in Sicilia – affermò Chinnici in quell’occasione a conforto di quanto da noi sostenuto – non prima, ma subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”. In una successiva intervista rilasciata al Giornale di Sicilia Rocco Chinnici ebbe a dire: “Le mafie sono state sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione di risorse con la loro tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza. La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchino una complicità, un riscontro, un’alleanza con la politica pura, cioè praticamente con il potere”.

È da allora che questa connivenza tra mafie, potere politico e istituzioni, dura, tra trattative, e papelli di ogni genere, senza soluzione di continuità sino ai nostri giorni. Una lunga sequela di tragici avvenimenti che hanno insanguinato il “bel paese”. Lo scandalo della Banca Romana e il delitto Notarbartolo. La sanguinosa repressione dei Fasci Siciliani in cui la mafia recitò il proprio ruolo, la strage di Portella della Ginestra, le uccisioni di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di tanti servitori dello Stato e di tanti magistrati che della lotta alla mafia hanno fatto una ragione di vita e purtroppo anche di estremo sacrificio, sino alla morte. Per arrivare alle stragi di Capaci e di Via D’Amelio dove persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Nel suo libro È Stato la mafia (Chiarelettere, 2014) Marco Travaglio ha parlato di leggi che sono state proposte e a volte anche approvate da parte di governi nel corso degli ultimi 15 anni, che potrebbero aver favorito “Cosa nostra” e che in alcuni casi rispettano le richieste del Papello per l’alleggerimento dell’art. 41 bis. In particolare, ciò riguarderebbe i disegni di legge per la revisione dei processi, la chiusura dei supercarceri di Pianosa e Asinara, l’indulto proposto da Mastella nel 2006 esteso ai reati dei mafiosi, la legge del secondo governo Berlusconi che rendeva di fatto più facili le revoche del 41 bis. Un immaginario e immenso uroboro che si morde la coda in eterno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Torna su