L’olio di Napoli

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foto di barcaiolo

Riceviamo dal sig. Antonio Sacco e volentieri pubblichiamo

Mi capita sempre più spesso, ritornando dalla mia passeggiata quasi notturna con il mio fedele amico a quattro zampe Kiku, di imbattermi in un lavapiatti che riversa nei tombini delle fogne quel liquido dorato chiamato olio esausto di frittura (il vero oro di Napoli in questi tempi di Food-Raves).

Il naso scopritore del mio amico fedele mi spinge a riflettere e prendere coscienza di quella che potrebbe essere a breve una nuova emergenza per la città di Napoli, l’ennesima. Quella che definisco la nuova emergenza pone serie domande: Dove va a finire tutto l’olio fritto che migliaia di ristoranti e friggitorie producono in città? Ma soprattutto come viene smaltito? Che impatto ha sul nostro fragile eco ed “ego-sistema”?

Questo è uno dei passaggi più delicati ed importanti di tutto il processo dello smaltimento dei rifiuti urbani, perché è un liquido altamente inquinante che non può essere gettato così negli scarichi delle nostre abitazioni, men che meno da parte delle imprese, specie della ristorazione o del campo alimentare, che friggono grandi quantitativi di olio.

In tema di smaltimento di olio di frittura ognuno di noi ha le sue abitudini, quasi sempre sbagliate. C’è chi ad esempio butta l’olio di frittura nello scarico del lavello, chi nel water o chi peggio ancora nella fognatura o nei bidoni della spazzatura, ignorando di fatto le gravi conseguenze di tali gesti.

L’olio esausto è considerato un rifiuto pericoloso, perché se smaltito in modo sbagliato può trasformarsi in un potente inquinante: pensate che un solo litro d’olio esausto sversato nell’ambiente può inquinare un milione di litri d’acqua. La pellicola impermeabile che si forma in superficie diventa una barriera per l’ossigeno necessario alla sopravvivenza della flora e della fauna marina, fluviale e lacustre e noi siamo una città di mare.

La normativa vigente (art. 256, co. 6, del d.lgs. n.152/2006, il cosiddetto codice dell’ambiente) prevede la sanzione amministrativa da 270 a 1.550 € per chi detiene oli e grassi vegetali e animali esausti e non li conferisca alle aziende specializzate nello smaltimento di olii esausti. I proprietari dell’attività possono accumulare l’olio vegetale per non più di 3 mesi oppure per max un anno ma che non superi i 3mc di ingombro.

Quindi la domanda nasce spontanea: esiste un piano di smaltimento per questo rifiuto speciale che tanto contribuisce alla delizia dei palati della totalità dei turisti che transitano in città e non solo? I numeri del suo consumo sono in crescita esponenziale e ciò indurrebbe a valutare l’effettiva percentuale ed efficacia della sua raccolta, il piano esiste e se ne occupa Asia Napoli, ma dal mio piccolo osservatorio della strada sembra di vedere in città poco movimento al riguardo, come del resto anche riguardo ad altri rifiuti …

Continuando la mia osservazione, il mio olfatto (il mio amico fedele mi mostra come utilizzare il mio naso) non può che farmi notare che lo stesso olio esausto si diffonde nebulizzato anche nell’aere attraverso cappe e sfiatatoi del comparto ristorazione muniti di pochi filtri normalizzati, direttamente lungo le strade e i vicoli anche qui violando o aggirando le norme a riguardo, ma poi in fondo ci sono i controlli? Caratterizzando quello che io definisco ormai paesaggio olfattivo partenopeo o l’air de Naples ed è ormai quasi impossibile uscire da tale paesaggio a tutte le ore del giorno e della notte. Vivendo poi nei Quartieri Spagnoli ciò è impossibile, diventati ormai una immensa distesa di tavolini di pizzerie, trattorie, friggitorie e spritzerie, ma la situazione non migliora se ci spostiamo in altri quartieri della città come il Centro Storico, la Sanita o il Vomero. La patina oleosa che sembra depositarsi sulla città è ben visibile di giorno specialmente dopo che la pioggia in città non si vede da giorni, (ricordiamolo: in città non vengono mai lavate le strade, si aspetta Giove pluvio) addirittura sembra luccicare come un olio abbronzante spalmato ben bene sul corpo di Napoli. Sicuramente l’olio fritto è il nuovo brand della Città, e lo sanno bene i nostri amministratori, abituati a vendere con le parole “aria fritta”, finalmente si cimentano con qualcosa di più solido e meno invisibile, ma attenzione l’olio può essere molto più scivoloso… si frigge ogni cosa commestibile, baccalà, gamberi, calamari, frittura di paranza e tante nuove invenzioni fatte al momento: una gara per esempio a fare le frittelle di baccalà e frittatine…ma anche progetti… e il cibo con l’olio di Napoli si vende che è una bellezza; ogni turista ne è estasiato, drogato dal sapore che dona, (il napoletano poi è maestro nel suo utilizzo) lo cerca in ogni dove e lo consuma in ogni modo: a cuoppi, a mano, incartato, seduto, in piedi, facendo la fortuna di coloro che si sono buttati nella ristorazione con l’arte di arrangiarsi tipicamente partenopea ripetendo come un mantra l’ormai famoso motto “màgnate n’emozione” o il più classico “frienne magnanne”. Ma l’ambiente chi lo protegge e soprattutto chi lo ristora da questo nuovo e scivoloso pericolo dove si rischia il tragico impatto?

La sensazione che si riceve è il solito atteggiamento “carpe diem”, per niente responsabile, dove nonostante le pandemie, nonostante la guerra imperante Russia-Ucraina Occidente-Oriente, nonostante gli sconvolgimenti climatici che ci dimostrano il cosiddetto “effetto farfalla” sulle ripercussioni locali e lontanissime, bisogna vivere come se fosse l’ultimo istante della nostra vita e l’olio, si sa, si dà soprattutto agli infermi in punto di morte.

Eppure basterebbe un nuovo modo di vivere ed agire meno egotico di quello attuale dove ci si augura la tutela dell’ambiente ma poi di fatto difficilmente la si mette in pratica; grazie alla raccolta degli oli esausti, per esempio, l’olio recuperato può essere rigenerato e riutilizzato per produrre olio lubrificante per i motori, per i materiali edili come cemento e asfalto, e diverse altre materie prime.

Il recupero dell’olio esausto non solo può contribuire a non inquinare la nostra terra, ma offrire anche un risparmio energetico notevole nella produzione di olii sintetici, favorendo lo sviluppo di una economia più sostenibile e soprattutto più umana e rispettosa della vita di tutte le specie viventi.

Ma, ahimè, purtroppo sembra che da queste parti le parole impatto, sostenibilità siano state sostituite da quelle di fluidità, liquidità e allora temo, anzi ho come la certezza e mi auguro di sbagliarmi, tornandomene a casa, che l’olio di Napoli insieme alla pipi del mio fedele amico Kiku scivoleranno insieme nell’infinito, profondo, stupefacente mare che ancora purtroppo come in questo caso sembra non bagnare Napoli.

Antonio Sacco

4 commenti su “L’olio di Napoli”

  1. elio mottola

    L’allarme lanciato nell’articolo di Antonio Sacco, tanto amaro quanto brillante, esige di essere segnalato a chi di dovere con ogni mezzo. Abbiamo o non abbiamo un nuovo sindaco, peraltro colto, sensibile e consapevole che senza una rete di controlli ogni legge sanzionatoria lascia il tempo che trova?

  2. elio mottola

    Bene, e allora aspettiamo un sindaco migliore (?) e un altro servizio di smaltimento dei rifiuti! Nell’attesa, frittura libera!

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