La Napoli di Gioacchino Murat tra riforme ed utopie

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Fucilazione di Murat (Immagine tratta da Wikisource)

Il 13 ottobre 1815, alle ventuno, la luna piena d’autunno rendeva d’oro le mura di tufo del castello aragonese di Pizzo, nelle Calabrie. Il plotone d’esecuzione era schierato nella minuta piazza d’armi. Grande uniforme e colpo in canna in attesa dell’illustre condannato. Il re, catturato pochi giorni prima, si presenta con incedere marziale, sdegnosamente rifiuta la benda agli occhi chiedendo di comandare egli stesso il plotone. Alto, imponente, col piglio fiero della sua Occitania, proclama le ultime parole: “Non sparate alla faccia, mirate al cuore… Fuoco!”. Così finiva la vita e il regno del nemmeno cinquantenne “Gioacchino Murat, figlio di un locandiere che seppe farsi re grazie alla sua intelligenza versatile e al valore sui campi di battaglia. L’amore e le donne”, questo era il motto fatto incidere sulla sua sciabola.

Guerriero nato, fu al fianco di Napoleone Bonaparte in tutte le campagne militari. Forse grazie alla sua lealtà ed alle sue capacità di condottiero l’imperatore lo scelse come reggente del Regno di Napoli nel 1808. O forse nel segno di quell’accentramento di poteri verso i membri della famiglia, passato alla storia come “Nepotismo napoleonico”. Infatti, oltre a tutte le qualità elencate, Murat era congiunto del Bonaparte avendone sposato la sorella Carolina. Di fatto Gioacchino subentrò sul trono del Regno di Napoli al cognato Giuseppe Bonaparte, divenuto nel frattempo re di Spagna.

Arrivato in groppa ad un magnifico corsiero arabo, trovò la città pavesata ad accoglierlo. Salve di cannone da forti e castelli ed un Te Deum composto in suo onore da Gian Battista Pergolesi. Il novello re si insediò con la famiglia a Palazzo Reale, amava già Napoli ed aveva intenzione di restarci a lungo. Ma con parte della flotta inglese di stanza a Capri e con la Sicilia nelle mani dei Borbone protetti dall’esercito inglese c’era poco da star sereni. Pertanto il primo atto politico di Murat fu la riforma del servizio militare. Una coscrizione obbligatoria di sedicimila regnicoli per formare un esercito interamente italiano. Se in un primo momento la leva creò malcontento tra i ceti meno abbienti, si rivelò poi essere un miglioramento delle condizioni di vita dei cadetti. In quegli anni di povertà ed ignoranza estreme, la ferma militare garantiva pasti decenti, vestiario adeguato ed una minima formazione culturale.

Il sovrano, che si distinguerà come uno dei più efficienti della storia della città, proseguì nel cammino delle riforme già intrapreso dal cognato Giuseppe. In un settennato di Regno ogni assetto del governo si ritrovò ad essere profondamente mutato, razionalizzato e migliorato. Sulla spinta delle idee rivoluzionarie furono aboliti tutti i privilegi feudali, le tasse si iniziarono a pagare per “censo e non per capo”. Molti ordini religiosi furono soppressi ed i patrimoni incamerati dallo stato. Fu costituito un parlamento formato non solo dai nobili e dal clero, ma anche dai commercianti e dai dotti. l’introduzione del Codice Civile napoleonico permise per la prima volta l’istituto del divorzio, dell’Unione Civile, dell’adozione.

Grande merito di Murat fu quello di porre ai vertici amministrativi e giurisdizionali personalità autoctone, “intellettuali che avevano ricevuto la loro educazione giuridica ed economica alla scuola dei mirabili pensatori che nel Settecento avevano fatto di Napoli il maggior centro, insieme a Milano, dell’Illuminismo italiano”. La riforma dell’istruzione obbligò ogni comune del Regno a fondare scuole primarie gratuite per bambine e bambini. Anche l’istruzione universitaria si arricchì di nuove facoltà. La Scuola di applicazione in ponti e strade, antenata dell’attuale Facoltà di Ingegneria, la facoltà di Agraria e di Antichità archeologica. Sotto l’egida reale passarono invece l’Accademia di Storia e Belle Lettere, l’Accademia delle Belle Arti e quella delle Scienze. Sponsorizzò la costruzione della Specola Astronomica di Capodimonte e del Real Orto botanico.

Per finanziare queste ed altre riforme mise mano al risanamento economico del Regno. Impose la creazione di un Catasto Fondiario, abolì le annose gabelle (retaggio di epoca vicereale), sostituendole con un nuovo e più equo sistema di dazi doganali su modello francese. Riuscì a far decrescere l’inflazione stampando titoli di pagamento regi e immettendo nuova moneta sul mercato (proveniente dagli investimenti dei mercanti olandesi attratti nel Regno da un regime di tassazione tra i più bassi d’Europa). Unificò, fondendoli, tutti i Banchi Pubblici creando il Banco delle Due Sicilie, facendola divenire Banca di Stato.

Nemmeno l’embargo britannico sulle importazioni riuscì a frenare la crescita economica del Regno, che ridusse di oltre due terzi il debito pubblico accumulato. Re Gioacchino fu osteggiato dalla nobiltà e dal clero, ma fu molto amato dal popolo che del sanguigno francese apprezzava il decisionismo e soprattutto il tentativo di porre rimedio alla miseria atavica che lo affliggeva. Unici ricordi urbanistici che restano di Murat nella città di Napoli sono le due arterie di via Santa Teresa degli scalzi e via Posillipo. La prima costruita per agevolare la promenade verso la Reggia di Capodimonte, scavalcando l’impervio vallone della Sanità con un ponte; l’altra per favorire gli scambi verso il porto di Pozzuoli senza attraversare la vecchia via romana “per collem” o la grotta di Cocceio. Entrambe maestose nella loro concreta efficienza, entrambe costruite senza esborso di denari pubblici, ma pagate con i fondi espropriati agli ordini religiosi soppressi o di tasca del sovrano.

Ultima grande utopia del generale Murat fu quella di pensare di approfittare della instabilità politica del paese per unificare l’Italia. Pur se questo voleva significare tradire per sempre la fiducia del suo amico Napoleone Bonaparte, alleandosi temporaneamente con gli austriaci. Unificarla partendo dalla capitale del sud, la sua Napoli ormai resa modello di virtù. Sogno che si infranse sulle coste calabresi di Pizzo e contro l’ottusità reazionaria di una Storia ancora non pronta ad accettare un mondo di liberi, uguali e fratelli.

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