Ius scholae: quando la cittadinanza passa dall’educazione

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Il 9 marzo scorso la Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati ha approvato la proposta di legge “ius scholae”, con cui si propone una riforma del diritto di cittadinanza. Lo ius soli continua ad essere un obiettivo troppo ambizioso e coraggioso per la politica italiana, sebbene in numerosi Stati europei quello della cittadinanza acquisita con la nascita nel territorio dello Stato sia da anni parte dell’ordinamento giuridico. Lo ius soli infatti è già presente in Francia, Regno Unito, Irlanda, Germania e Stati Uniti.

Al momento nel nostro Paese vale il diritto di sangue, lo ius sanguinis, introdotto dalle legge del 1992, secondo cui un bambino è cittadino italiano solo se almeno uno dei due genitori lo è.

Le altre fattispecie previste per ottenere la cittadinanza sono: per naturalizzazione o per matrimonio o unione civile con un cittadino italiano.  

Così, il Presidente della Commissione affari costituzionali Giuseppe Brescia ha proposto alla Commissione di introdurre lo ius scholae, attraverso il quale “i figli di stranieri nati e cresciuti in Italia o che sono arrivati entro il compimento dei 12 anni di età possono acquisire automaticamente la cittadinanza italiana dopo aver svolto un ciclo di studi di almeno cinque anni”. La proposta di legge, appoggiata dai partiti di sinistra, ha invece diviso la destra: Fratelli d’Italia e la Lega si sono opposte duramente allo ius scholae, che invece a sorpresa ha ricevuto l’appoggio del partito Forza Italia, la cui deputata Renata Polverini ha dichiarato: “Questi bambini sono italiani, chi lo nega è contro la Storia. Matteo Salvini e Giorgia Meloni sono genitori, vadano davanti alle scuole e guardino i compagni dei loro figli. Anche se sono di pelle scura condividono tutto.”

In realtà, lo ius scholae non è una novità: nel 2015 infatti era stata proposta una legge sullo ius soli attenuato che appunto era lo ius culturae. Quest’ultimo rappresentava infatti una delle condizioni per ottenere la cittadinanza: i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che avevano frequentato per almeno cinque anni istituti del sistema scolastico italiano o i ragazzi nati all’estero ma arrivati in Italia fra i 12 e i 18 anni avrebbero potuto fare richiesta per la cittadinanza italiana, a patto di abitare in Italia per almeno sei anni e aver almeno superato un ciclo scolastico.

Lo ius scholae proposto ora da Brescia prevede dunque un meccanismo simile, con la differenza che in questo caso la richiesta va presentata prima che i ragazzi compiano la maggiore età, da entrambi i genitori, che devono essere residenti legalmente in Italia. La proposta sarà ora discussa in Parlamento, con il timore che, come accaduto in altre occasioni, si areni in partenza.

I pareri in merito sono stati discordanti: c’è chi apprezza lo sforzo compiuto per cercare di trovare un compromesso con i partiti del centro destra e compiere dunque qualche timido passo in avanti nella legislazione sulla cittadinanza dei minori stranieri. Mentre da altre parti la critica principale che viene mossa è il cercare di tamponare un “buco legislativo” evidente e grave, non avendo il coraggio di affrontare nuovamente la tematica dello ius soli.Quest’ultimo infatti sarebbe l’unico a permettere di acquisire in modo automatico la cittadinanza italiana e, se consideriamo che i minori che grazie allo ius soli acquisirebbero la cittadinanza sono circa mezzo milione, capiamo l’urgenza di questa legge.

Il dibattito politico nel nostro Paese sullo ius soli dura da anni, sebbene i tentativi non di introdurre ma quantomeno di discutere la legge abbiano sempre subito boicottaggi. Nel 2017 la legge fu inserita nella calendarizzazione della seduta prima della pausa natalizia, ma l’ampiamente previsto assenteismo in Senato (tra cui proprio quello del M5S che non si presentò alla votazione) ed il cambio di legislatura di pochi mesi dopo fecero arenare la proposta di legge.

Ciò che appare innegabile però è che con lo ius scholae finalmente la scuola diventa parte attiva di questo processo, di questa battaglia per i diritti. La scuola deve essere un luogo di integrazione e si spera davvero che questo possa essere un primo segnale che vada nella direzione giusta. A scuola si apprende a vivere, oltre che a studiare, e il cambiamento e la crescita di un individuo passano anche da lì.

Oggi più che mai il dibattito torna attuale e, in presenza di questo primo tentativo, va riaperta una discussione sociale e politica sulla necessità ed importanza dello ius soli nel nostro Paese, sempre più multiculturale, dove la diversità è un arricchimento più che un ostacolo. Le politiche che fanno leva sulla paura, sulla xenofobia, sul razzismo, appaiono ormai anacronistiche. E poi, ricordando lo scrittore di origine marocchina Tahar Ben Jelloun, “Siamo sempre lo straniero di qualcun altro”.

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