I limiti della propaganda

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L’iconico poster di James Montgomer

“Il mondo è pieno di cose ovvie che nessuno si prende mai la cura di osservare”, diceva Sherlock Holmes, tra queste c’è la propaganda, uno strumento utilizzato dai faraoni dell’Antico Egitto per ergersi a capi indiscussi, sino ai giorni nostri. Ma quanto siamo attenti alla propaganda oggi?

Attraverso l’emotività, stimolando ethos e pathos, la propaganda punta a piantare idee o concetti che hanno come unico destinatario l’individuo e, di riflesso, la collettività. La propaganda stimola quella parte dell’essere umano che è più vicina alle emozioni che alla razionalità o alla riflessività. Un tipo di persuasione che, se guardiamo indietro nella storia, ci fa capire come sia stata utilizzata come mero strumento di manipolazione. Ma, come ogni parola che si rispetti, propaganda ha radici ben salde nel passato. Trae origine dal nome della Sacra Congregatio de Propaganda Fide, per diffondere la religione cattolica. Non a caso durante il medioevo uno dei primi momenti di propaganda riuscita fu il fenomeno delle crociate.

Nella storia contemporanea possiamo vedere quanto questo termine vada sempre più a braccetto con pubblicità e comunicazione. Le due guerre mondiali hanno segnato un momento chiave del concetto di propaganda, un momento che forse segna un cambiamento radicale rispetto al passato. La propaganda si impossessò dei media, allora semplici giornali o trasmissioni radio, per diffondere idee, rasserenare popolazioni in guerra, aizzarle contro il nemico, spaventarle. Insomma attraverso la propaganda l’uomo è stato preso per la gola o meglio per l’irrazionalità. Lo scoppio della prima guerra mondiale fu anticipato da una profonda campagna pubblicitaria a favore di quella che definirono la guerra giusta, quasi doverosa o quanto meno necessaria. Il messaggio bellico “I want you for US Army”, il famoso poster con Zio Sam che incitava gli yankee ad arruolarsi, è forse l’esempio più chiaro di cosa significhi propaganda. Non a caso a capo di quell’invenzione c’era un certo Edward Bernays che applicava le teorie dello zio, Sigmund Freud, guadagnando soldi e potere. Infatti, nell’articolo degli amici di www.sokan.it si trovano spunti molto interessanti sulla figura di quest’uomo.

Tornando al nostro tema, dalla manipolazione bellica la propaganda si è evoluta insieme alla società. Nell’era della globalizzazione abbiamo esempi chiari di propaganda/comunicazione. Just do it della Nike che da anni oramai afferma il proprio brand, Coca Cola che addirittura disegnò alle masse l’icona di Babbo Natale come un uomo grassottello e dai capelli e barba bianca, Impossible is nothing che con lo spot pubblicitario del 2004 caratterizzò il brand Adidas. Con ciò non si vuole solo vendere un bene sul mercato ma anche diffondere un’idea lentamente e costantemente; idee che alla fine si trasformano in verità accettate. Il nostro presente è pieno di ulteriori esempi. Dalla finanza alla politica. Salvini, ad esempio, puntando sempre sulla stessa frase “prima gli italiani” ha piazzato nell’agenda politica, ma ancor più problematicamente nell’idea della collettività, il fatto che i migranti e il fenomeno migratorio fossero elementi pericolosi di cui diffidare; per quanto non ci piaccia ammetterlo, ci è sostanzialmente riuscito, addirittura con quelle persone che esordiscono comunque con: “non sono razzista ma…”.

Oggi la propaganda si avvale di un mezzo perfetto per diffondere idee, notizie, immagini video e tanto altro: il web. La vita virtuale (il web) è riuscita a proliferare in ogni angolo della società come nessuno strumento era riuscito prima. Grazie al web oggi non si cattura solo l’attenzione del pubblico, ma si quantificano i timori, i bisogni, i desideri, le paure, i dubbi e tantissimo altro. Così il web, fungendo da lente d’ingrandimento, non mette solo in mostra i fatti che accadono, ma pone in luce determinati comportamenti. La pandemia di covid-19, nonostante sia un fenomeno meramente sanitario, è stata utilizzata per risaltare le storture della società; un bombardamento che si sta rilevando estremamente dannoso per la collettività in un momento di forte crisi. Siamo diventati diffidenti verso i ruoli che altri hanno all’interno della società: il politico, il medico, lo scienziato, il professore, il giornalista etc. Tutto ciò si traduce in una perdita di fiducia che provoca smarrimento e confusione.

Ci domandiamo mai perché non siamo bombardati da notizie positive, da messaggi che inducano alla riflessione piuttosto che all’agire d’istinto? Ci domandiamo mai perché se ora, con una pandemia in atto, i mass media traboccano di video, canzoni, foto e tanto altro che invitano alla prudenza, allora perché questa stessa potenza comunicativa non sia utilizzata per informare sulla prevenzione di malattie, sul rispetto per il lavoro, su una corretta alimentazione o chissà quale altra nobile causa?

Purtroppo per una propaganda “disfunzionale”, come quella a cui siamo abituati, i tempi sono più che propizi, la bassa soglia d’attenzione e il diffuso analfabetismo funzionale inducono l’utente ad essere oggetto più che soggetto, ciò causa una fatale deresponsabilizzazione collettiva.

Come sarebbe andata se negli ultimi 50/60 anni fossimo stati bombardati da messaggi positivi? Forse avremmo affrontato questa pandemia con uno spirito diverso.

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