Diario di un “segregato”: 25 marzo 2020

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Prosegue l’assedio del coronavirus. Chiusi in casa con tutti i comfort non viviamo la nostra vita abituale, ma non si può dire che stiamo male. Il ritorno ad una vita normale ci viene di tanto in tanto prospettato per televisione da qualche ottimista: viene da chiedersi se questo ritorno sia atteso con ansia anche da chi conduceva normalmente una schifezza di vita.

Comunque dalla nostra torre d’avorio ci domandiamo spesso come vivono questo momento quelli che una casa dove potersi riparare e isolare non ce l’hanno, come i clochard, o tutti quei neri che vedevamo per strada, a pulire i giardinetti o davanti ai supermercati: se una casa ce l’hanno, sarà in una condizione di affollamento e di degrado inumana nella quale il contagio è assicurato. La speranza è che, essendo giovani e fisicamente fortificati da tutte le traversie che patiscono da migranti, corrano pochi rischi.

A parte questi scatti di solidarietà, peraltro soltanto astratti, verso i più deboli le nostre giornate trascorrono tranquille. I nostri figli si occupano di farci avere tutto il necessario per sopravvivere e, perché no, anche il superfluo per coltivare i nostri piccoli vizi gastronomici. Non ci manca niente ed abbiamo addirittura un po’ di bottiglie di spumante che ci riserviamo di stappare a crisi epidemica superata. Ma questo momento ci pare lontano, le bottiglie sono tante e quindi serpeggia nell’aria l’insano proposito di stapparne qualcuna ove mai il coronavirus dovesse usarci la cortesia di tenere per un po’ a riposo qualcuno dei politici di centrodestra che meno ci confortano: senza fare nomi, quello dei selfie oppure quella biondina che fino a qualche tempo fa andava in giro con un borsone al braccio come dovesse fare la spesa. Non ce la sentiamo di chiedere al virus di andare a trovare la vecchia, immarcescibile “cariatide” che ha dato origine a questa improvvida destra, perché anche lui come tutti gli ottuagenari è oggettivamente a rischio: quindi in caso di non augurabile contagio, cosa piuttosto improbabile perché il nostro nonnino starà ricorrendo ai più efficaci scongiuri, niente spumante.

Mentre è invece toccato al nostro Zingaretti. Pare che, recatosi al più vicino ospedale per farsi fare un tampone d’urgenza, abbia scambiato con l’addetto ai prelievi la seguente conversazione:

“Può farmi un tampone con una certa urgenza, sono Zingaretti.”

“Zingaretti chi?”

“Zingaretti, il segretario del PD!”

“Il PD? E cos’è il PD?”

“Vabbè, sono il fratello del commissario Montalbano!”

“Minchia! Se ce lo diceva subito, ora avevamo già finito. Ce lo saluti appena lo vede, sempre che questo tampone esca negativo!”

Come sappiamo, non è andata così.

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