Scuola e autismo

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Riceviamo da Salvatore Pagliuca dell’Associazione Cuori Blu e volentieri pubblichiamo.

Una ennesima brutta notizia. Il ventuno maggio sulla stampa nazionale è rimbalzata la notizia che in una scuola del maceratese una giovane studentessa autistica è stata oggetto di maltrattamenti. Riportiamo uno dei tanti titoli, in questo caso di fanpage.it: «Studentessa autistica isolata dai compagni e maltrattata, 2 arresti: Minacce e schiaffi a scuola. “Una insegnante di sostegno di una scuola superiore di Tolentino (Macerata) e un’assistente per l’autonomia e la comunicazione sono finite agli arresti domiciliari con l’accusa di aver maltrattato una studentessa autistica”.»

Le persone che sono rinchiuse nel loro autismo necessitano di attenzione e cura particolari e specifiche. Come dimostrato da tanti studi e dall’esperienza di famiglie ed operatori, anche nel caso dell’autismo è essenziale riuscire ad ottenere una diagnosi precoce e una volta ottenuta, per sperare in risultati incoraggianti, è necessario prestare la giusta attenzione ai bambini e ragazzi in particolare nell’età scolare. Ma proprio la scuola continua ad essere spesso impreparata ad accoglierli.

Al di là del singolo episodio di cronaca, sul quale la magistratura è tenuta ad intervenire, i problemi permangono. È noto che nel nostro Paese il legislatore ha previsto una specifica figura professionale che dovrebbe essere presente in tutte le scuole per sostenere bambini e adolescenti portatori di disabilità e di handicap, termini che spesso vengono confusi. Il condizionale è d’obbligo vista la strutturale carenza di persone disponibile nell’organico delle scuole tanto che forse è più veritiero, quando ci riferisce a loro, definirli “questi fantasmi”. Nel caso dei giovani autistici il problema è ulteriormente aggravato dall’inadeguata formazione e cultura specifica degli insegnanti di sostegno. La loro formazione è generale e per certi versi generica e spazia tra assistenza alla disabilità, assistenza materiale, assistenza alla comunicazione.

Alla scarsità di personale e alla carenza formativa si aggiunge la farraginosità burocratica e la non conoscenza da parte dei genitori che la presenza di insegnanti di supporto è un loro diritto. L’assistenza e la cura di un giovane autistico richiede che le persone, insegnanti e altre figure professionali alle quali è affidata nell’ambito scolastico, posseggano non solo conoscenze teoriche, scientifiche e tecniche, ma anche particolari doti empatiche che non si apprendono durante corsi di formazione. Data la lungaggine delle procedure concorsuali, la loro limitatissima periodicità, la scarsità di posti messi a concorso, molti aspiranti insegnanti, magari colti e competenti nella loro classe di insegnamento, intraprendono il percorso professionale per il sostegno solo per accumulare punteggio nelle graduatorie e garantirsi l’assegnazione di qualche incarico temporaneo. Tutto ciò rende la loro presenza al fianco delle persone, bambini e ragazzi, maschi e femmine, in età scolare, una condizione transitoria oltre che precaria, che non aiuta a definire il profilo professionale e una formazione specifica che richiede tempo e dedizione. A pagarne le conseguenze sono quei ragazzi che nell’affrontare la loro fatica quotidiana si ritrovano ad avere a fianco persone inconsapevoli del loro disagio e che, spesso, crollano al presentarsi delle prime difficoltà comunicative.

I bambini/ragazzi che rientrano nello spettro autistico hanno spesso dei comportamenti difficilmente intellegibili e che richiedono un grande dispendio di energia e di risorse, soprattutto all’interno di un contesto scolastico che presenta già molteplici complessità. La formazione specifica e la selezione del personale diventa quindi fondamentale per entrare in comunicazione con un altro mondo: difficoltà di interazione, alterazioni e differenze nella cognizione, particolari modalità di risposta agli stimoli, tutti aspetti difficilmente unificabili in un’unica tipologia, differenti come sono da caso a caso. Mai come in questi casi nella scuola diventa essenziale il ruolo delle famiglie e delle loro associazioni. Sono proprio i genitori che vivono giornalmente il dramma dell’incomunicabilità con i loro figli e che faticosamente sono riusciti ad inventarsi strategie e metodologie per superare questo muro che devono essere ascoltati e considerati parte integrante del processo che si prova ad innescare in ambito scolastico.

Le istituzioni, i dirigenti scolastici, gli insegnanti non devono più considerare i loro alunni autistici come uno dei tanti problemi burocratici, una ulteriore difficoltà da affrontare in condizioni già difficili e vivere il rapporto con i genitori come nemici in agguato pronti a contestarli e a piantare grane. Dall’altro lato i genitori devo armarsi di ulteriore pazienza e non considerare l’affidamento alla scuola dei loro figli come una pausa, seppur necessaria e giusta, dalla fatica della cura quotidiana. Svolgere un ruolo di vigilanza su quanto avviene nelle mura scolastiche è essenziale. Non vanno mai sottovalutati i segnali che i bambini/ragazzi lanciano al loro ritorno a casa, disagio a ritornare in classe, il ripresentarsi di crisi comunicative anche violente e tutto quanto possa essere interpretato come qualcosa che non va oltre quel cancello alla cui soglia li accompagnano, ma non basta. Il ruolo di vigilanza può e deve essere sostenuto dalla consapevolezza che quello di ricevere un’assistenza da parte di personale specializzato nel prendersi cura dei bambini autistici non è una benevola concessione dell’istituzione, ma un diritto codificato nella legge.

I genitori e le loro associazioni devono continuare ad imparare, oltre che rendersi maggiormente consapevoli, che possono e devono svolgere un ruolo anche formativo nei confronti tutto il personale scolastico con cui è necessario trovare il modo concreto e pragmatico di interloquire. Momenti che forse dovrebbero essere “istituzionalizzati” e non più lasciati alla libera iniziativa, alla disponibilità dei dirigenti e alla sensibilità degli operatori.

Salvatore Pagliuca

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