Cuba: svolta sui diritti civili

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Cuba si apre al cambiamento. Non solo, dà una lezione a tutti, Italia compresa, in merito ai diritti civili.

Nell’isola caraibica è stata infatti introdotta una riforma del Codice della famiglia datato 1975, introducendo, tra gli altri, matrimoni ed adozioni per le persone omosessuali. Dal 1° febbraio scorso e fino al 30 aprile il progetto del Parlamento cubano sarà sottoposto a consultazione popolare, comprese le comunità di cubani residenti all’estero. Attraverso questo processo il popolo cubano potrà dunque fare domande, eliminare articoli ed emendare il testo del Nuovo Codice della Famiglia che tornerà poi al Parlamento cubano e sarà sottoposto a referendum popolare a partire dal prossimo luglio.

Sull’isola caraibica quello dell’omosessualità è un tema molto delicato e molto sentito: solo nel 1979 infatti il reato di omosessualità è stato depenalizzato. Il primo tentativo per una riforma sul matrimonio fu fatto nel 2018, all’interno del più ampio progetto di riforma costituzionale approvato nel 2019, cercando di superare l’articolo del testo costituzionale in cui si faceva riferimento all’istituto giuridico del matrimonio come “unione di un uomo e di una donna” e che ora è stato sostituito con il più generico “due persone con capacità giuridica di agire”. Ma il nuovo Codice va oltre matrimoni ed adozioni. In primo luogo, prevede sanzioni e pene per la violenza domestica, attualmente non contemplata nel Codice penale cubano, reato che nel progetto di riforma è inteso come qualsiasi tipo di abuso fisico, sessuale, psicologico ed economico commesso tra i membri di una famiglia includendo la violenza contro gli anziani ed i disabili, la violenza contro le donne, sui bambini ed adolescenti. Dunque in un’accezione trasversale. In secondo luogo, la riforma si propone di vietare i matrimoni precoci, attraverso cui ancora oggi è consentito alle bambine sopra i 14 anni e ai bambini sopra i 16 di sposarsi. Quello dei matrimoni infantili è apertamente una violazione dei diritti umani che Cuba vuole cercare di eliminare. Infine, nel nuovo Codice della famiglia si vuole introdurre la possibilità di scelta in merito al cognome del padre o della madre e di sostituire la patria potestà con “la responsabilità parentale”. Con questo termine si supera dunque la binaria scelta tra padre e madre, estendendo il concetto di potestà a chiunque educhi i bambini all’interno del nucleo familiare.

Un passo realmente rivoluzionario per l’Isola: rivoluzionario non solo per il valore simbolico e storico di questa scelta, ma anche per le modalità con cui si sta svolgendo e in cui sarà portata a termine la riforma. Fino al 30 aprile, infatti, 900.000 esperti organizzeranno e presiederanno incontri e discussioni sull’intero territorio nazionale per rispondere a domande, conoscere e registrare le opinioni dei cittadini. Cuba sarebbe dunque il secondo Paese in Centro America dopo il Costa Rica a legalizzare matrimoni omosessuali ed il primo nei Caraibi. In America Latina, invece, il matrimonio “para todos” è già legale in Argentina, Uruguay, Brasile, Colombia, Ecuador, Cile, Messico (in 18 Stati su 32) e Costa Rica.  

Oltre al grande gesto di civiltà, questa riforma sarebbe realmente un passo in avanti verso la giustizia sociale e contro le discriminazioni di genere. “É un Codice che tiene in considerazione i diritti che dovrebbero avere tutte le famiglie del Paese. Perciò è inclusivo, moderno, umano”, così lo ha definito il Presidente cubano Miguel Díaz-Canel.

Sappiamo che non basta inserire una legge in un Codice per poter cambiare le cose dal punto di vista concreto, ma questo primo passo può essere il motore di una diversa forma mentis, anche dal punto di vista istituzionale e culturale, non più relegata alle minoranze e agli attivisti, ma che al contrario può farsi coscienza sociale, collettiva e trasformarsi in azione. Potenza o atto, diceva Platone. Il solo passaggio dal primo al secondo, lo rende tangibile, effettivo e dunque lo legittima.

É impossibile non fare dunque un paragone con il nostro Paese, l’Italia. Un’Italia ancora retrograda, conformista, moralista, dove l’orientamento sessuale di un personaggio pubblico è ancora da prima pagina, oggetto di discussione nei salotti politici televisivi, senza che nulla cambi in concreto. In Europa, l’Italia è tra i pochi Paesi a non prevedere ancora una vera e propria legge che tuteli le adozioni tra persone omosessuali o in cui il reato contro l’omotransfobia è stato affossato. Oltre all’aspetto legislativo, è la componente “immateriale” a destare maggiore preoccupazione e riflessione. C’è chi sostiene che il solo sottolineare forzatamente le scelte sessuali e di genere rende questa demarcazione ancora più discriminatoria. Questo discorso ha valenza fino ad un certo punto, cioè finché non riusciremo a raggiungere determinate garanzie dal punto di vista legislativo per queste fattispecie e non potremo garantire pienamente e formalmente questi diritti. É poi la coscienza collettiva a dover cambiare, nelle pratiche, nelle abitudini, nei modi di relazionarsi, per rendere universale questa non necessità di categorizzare.

Ma dà comunque conforto sapere che nel resto del mondo si progredisce in tal senso. Perché è proprio la tutela dei diritti che può annullare le categorie.

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