Quale pace?

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Alla manifestazione per la pace tenutasi a Roma lo scorso 5 novembre hanno partecipato, com’è noto, tanti pacifisti. Tutti reclamavano la pace nel conflitto in atto tra la Federazione Russa e l’Ucraina (ma non solo) passando per un indispensabile, preventivo “cessate il fuoco”. Le posizioni rappresentate nel variopinto corteo non sono però univoche, perché attraversate da un discrimine che non è né la pace, né la tregua: sullo sfondo condiviso della pace lo stesso “cessate il fuoco” suscita opinioni divergenti, la più circospetta delle quali vi scorge l’opportunità offerta a Putin di un lasso più o meno lungo di tempo, prima dell’apertura delle trattative, per riorganizzare le sue forze militari e poi riaprire le ostilità.

Ciò che divide profondamente i partecipanti alla manifestazione è in realtà il proseguimento degli aiuti militari all’Ucraina. La contrapposizione tra favorevoli e contrari non è emersa nel corso della manifestazione (e meno male: c’era il rischio di uno scontro immediato tra la due fazioni, altro che pace), ma si va sempre più polarizzando intorno al PD e ai 5 Stelle, cosa che ne rende, tra l’altro, più difficile l’avvicinamento. Il PD si colloca risolutamente dalla parte dell’UE e della Nato in sintonia col governo Draghi e, sin qui, col governo Meloni. I grillini invece, interpretando la vocazione di sinistra recentemente suscitata da Conte, chiedono che la decisione in proposito sia discussa in Parlamento. Astutamente i 5 Stelle, da populisti inveterati quali hanno mostrato di essere sin dalla nascita, assecondano le indicazioni dei sondaggi, dai quali emerge la preferenza degli italiani per la sospensione degli aiuti.

Sulle radici della preferenza degli italiani per una rapida conclusione del conflitto russo-ucraino è utile spendere qualche parola. Accanto ai pacifisti, eticamente convinti che le guerre vadano sempre e a qualunque costo fermate, convivono frange non trascurabili sostenute da motivazioni diverse e in parte comprensibili: ci sono gli angosciati dall’ipotesi di un conflitto nucleare, gli imprenditori che temono di dover chiudere le loro attività e, con loro, quei lavoratori che temono di perdere il posto di lavoro. L’ombra della povertà incombe anche su chi comincia a non arrivare a fine mese a causa dell’aumento del costo dell’energia e dell’inflazione. Appartengono a questo fronte anche gli autentici filo-putiniani doc, presenti nelle file della Lega, ma anche di Forza Italia, dei 5 Stelle e nello stesso partito della Meloni. Sulla medesima strada troviamo anche cittadini comuni sospinti dai mezzi di informazione di area leghista o pentastellata nonché dai soliti mestatori in cerca di visibilità. Sta di fatto che l’orientamento prevalente nell’opinione pubblica, aldilà delle differenti motivazioni, costituisce per Conte l’occasione per rafforzare la nuova immagine di una “sinistra dura e pura” pur continuando a cavalcare il suo tradizionale populismo qualunquista: la richiesta di una discussione parlamentare sul tema degli aiuti all’Ucraina punta probabilmente a consacrare tale immagine attraverso un’affermazione parlamentare, sia pure simbolica, della posizione pacifista.

A tutti coloro che vorrebbero la pace in Ucraina sia pure se spinti dalle più svariate motivazioni occorrerebbe chiedere innanzitutto se pensano che gli ucraini siano disposti a rinunciare alle regioni oggi occupate dalle milizie russe. Non c’è dubbio che la pace non può essere imposta a chi preferisce, malgrado i lutti e le distruzioni, continuare a combattere per la liberazione del “patrio suolo”. Sarebbe come costringerli alla resa, un atto inumano e immorale.

Questi fautori della pacificazione immaginano poi che la vittoria di Putin solleverebbe gli europei da ulteriori preoccupazioni? Sì, forse si riaprirebbero i rubinetti del gas e del petrolio, l’economia riprenderebbe a girare e si diraderebbe l’incubo della guerra nucleare, ma a quale prezzo e per quanto tempo? Se c’è qualcuno che ancora dubita delle mire imperialistiche di Putin ci spieghi come concilia questa candida opinione con le iniziative, belliche e non, prese dai russi in Georgia, in Cecenia, con l’annessione illegale della Crimea e con l’invasione dell’Ucraina. La prova inconfutabile che la sete imperialistica di Putin non si placherebbe neppure con l’annessione dell’intero territorio ucraino ce la forniscono le richieste di ingresso nell’UE e nella Nato avanzate in fretta e furia da molti paesi che con la Russia confinano. Vorremmo ci spiegassero anche come giudicano i massacri e le torture inflitte dai russi anche ai civili ucraini (vedi fosse comuni di Bucha) e se non li infastidisce il fatto che mentre l’Ucraina vive un dramma, i russi che vivono in territorio russo conducono una vita del tutto normale salvo i familiari di quei poveri disgraziati che vengono mandati al fronte a dare una mano ai peggiori mercenari con i quali Putin ha da tempo stretto un perverso rapporto commerciale. E che ci chiarissero infine se credono o meno che gli hackers guidati dal Cremlino hanno inciso sulla Brexit, sull’elezione di Trump ed anche sui successi elettorali della Lega qui in Italia. Si convincessero che la Russia è oggi il peggiore fattore di destabilizzazione e che solo le grandi potenze come USA, Cina, India possono costringerla a sedere al tavolo delle trattative per una pace equa con l’Ucraina.

Molto più serena è stata invece la manifestazione per la pace convocata dal Terzo Polo in contemporanea a Milano con una partecipazione univoca e convinta al proseguimento degli aiuti militari all’Ucraina anche se era, in verità, solo un pretesto per agganciare la Moratti, operazione poi riuscita, come ci hanno raccontato le cronache del 6 novembre. Quando si dice unire l’utile al dilettevole.

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