Diario dell’inquietudine: 18 ottobre 2022

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pagina di diario

Superata la tragedia della presidenza del Senato con la magra consolazione che non è toccata a Calderoli, lo scorso 14 ottobre si è passati a quella della Camera. Nella tanto vituperata Prima Repubblica la prassi vigente vedeva affidata all’opposizione la presidenza dell’assemblea di Montecitorio mentre alla maggioranza che avrebbe poi espresso l’esecutivo veniva riservata quella di Palazzo Madama. Questa equa ripartizione rispondeva all’esigenza, in armonia con i principi costituzionali, di assicurare il massimo equilibrio tra le forze politiche. Conseguenza di questa impostazione fu una sorta di competizione tra maggioranza e opposizione tesa ad esprimere le migliori presidenze possibili. Si alternarono quindi figure politiche di grande rilievo come De Nicola, Gronchi, Fanfani, Merzagora, Malagodi, Spadolini al Senato e Pertini, Ingrao, Nilde Iotti, Scalfaro e Napolitano alla Camera.

La discesa in campo di Berlusconi, che dovremo prima o poi archiviare come la peggiore sciagura patita dal nostro Paese dopo il secondo conflitto mondiale, eliminò questa “buona pratica”, forse anche in conseguenza dell’approvazione della legge elettorale maggioritaria: sembrata necessaria ad assicurare l’alternanza delle forze dopo un cinquantennio caratterizzato dalla costante permanenza della Democrazia Cristiana al governo, da sola o con alleati intercambiabili, si è poi rivelata la causa delle contrapposizioni frontali cui assistiamo ormai da oltre vent’anni. La presidenza delle Camere fu quindi ridotta a mero strumento di compensazione all’interno delle alleanze elettorali risultate di volta in volta vincitrici: quella del Senato al partito più votato e quella della Camera al più forte degli alleati. E così si sono succedute dal 1994 ad oggi coppie presidenziali come Carlo Scognamiglio e Irene Pivetti, Nicola Mancino e Luciano Violante, Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini, Franco Marini e Fausto Bertinotti, Renato Schifani e Gianfranco Fini, Pietro Grasso e Laura Boldrini. Nelle accoppiate presidenziali di cui sopra non mancarono personaggi chiacchierati e tuttora chiacchierabili perché attenzionati in qualche modo dalla giustizia, come Schifani e soprattutto la Pivetti, recentemente indagata per riciclaggio e frode fiscale. L’introduzione del maggioritario è tra l’altro all’origine della contrapposizione frontale tuttora dominante nel confronto politico a tutto scapito della mediazione che si è trasferita negli equilibri interni alle coalizioni come semplice spartizione del potere.

Poi nel 2018 sono arrivati i pentastellati che si sono accontentati di presiedere la Camera con Roberto Fico affidando la seconda carica dello stato a Maria Elisabetta Casellati che, con un ritorno al passato rivelatosi del tutto provvisorio (e più che deludente), era diretta emanazione di Silvio Berlusconi, non a caso da lui “pretesa” come guardasigilli nel prossimo governo. Oggi siamo tornati al “chi vince prende tutto” e, dopo averci inflitto La Russa al Senato, la maggioranza parlamentare ci consegna alla Camera un Lorenzo Fontana che è tutto un programma. Più fondamentalista della Pivetti, che esibiva la sua brava croce controrivoluzionaria della Vandea, l’ottimo Fontana può vantare inoltre una manifestata e mai smentita ammirazione per Putin, Trump, Bannon, Orban e tutti coloro che incarnano una visione arcaica della religione. Anche per lui staremo a vedere. Possiamo per il momento osservare che il suo omonimo, Attilio, ci avrebbe preoccupato molto meno malgrado gli incidenti giudiziari nei quali, anche lui, è incappato durante la pandemia in qualità di presidente della Regione Lombardia. E poi ci siamo scansati Pillon, ma la cosa non fa una gran differenza: come recita il nostro adorato dialetto “scarta fruscio e piglia primmèra”.

Ma la giornata politica ci ha riservato un’altra, imprevista turbolenza: lo scontro Berlusconi – Meloni, provocato, forse ad arte, dal Mago di Arcore che ha offerto all’obiettivo di un fotografo un foglio su cui aveva elencato i gravi difetti caratteriali da lui imputati alla futura premier. Apriti cielo, la futura premier ha invitato i cronisti a riferire al mittente che lei non è ricattabile. Cosa produrrà questa ulteriore frattura? Lo sapremo, come dice la canzone, solo vivendo, ammesso che sia vita stare dietro alle assurde lotte di potere di chi dovrebbe dedicarsi a risolvere i gravissimi problemi degli italiani. Nello spazio che oggi separa Berlusconi dalla Meloni qualcuno in famiglia sostiene che potrebbe ancora una volta insinuarsi il “Mostro di Rignano” facendo nascere uno di quei governi strani che tanto lo intrigano?

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