Diario dell’inquietudine: 1° ottobre 2022

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Passano gli anni e si avvicina sempre di più il giorno della dipartita. Di questo triste evento conosciamo solo il perché e non anche il come e il quando, del tutto estranei alla nostra volontà: in effetti siamo tutti sotto il cielo e non c’è modo di scansarsi. D’altronde, quand’anche ci fosse una via di fuga, non è detto che ci piacerebbe vivere in eterno. Conviene dunque abituarsi all’idea e non farne una tragedia. Certo, la cosa normalmente non piace a nessuno (con le debite eccezioni): né ai congiunti, né agli amici né, com’è naturale, a chi defunge.

Per atei e agnostici la prospettiva è un tantino più angosciante perché non sanno cosa succede dopo. I credenti, bene o male, non vedono che due alternative: l’Inferno o il Paradiso preceduto o meno da qualche annetto di Purgatorio. Sanno però che alla fine dei tempi risorgeranno recuperando ciascuno le proprie spoglie mortali (un casino inimmaginabile col rischio di non riconoscere né se stesso né gli altri) e si raccoglieranno tutti nella contemplazione eterna del Padre Celeste. Immaginate che delusione per loro se non dovessero trovare niente.

L’agnostico deve invece prendere in considerazione, oltre al previsto “nulla assoluto”, anche l’eventualità che tutto ciò che proclama la religione in cui si è riconosciuto per un bel pezzo della propria esistenza sia vero. Si troverà difronte a un Giudice che lo guarderà con l’aria di dirgli: “Non te l’aspettavi, vero?” e che lo condannerà all’Inferno o comunque ad un consistente soggiorno in Purgatorio, senza fargli domande perché sa tutto di lui, nel bene e soprattutto nel male. Ma, salvo sorprese, questa è un’eventualità remota: l’agnostico la considera soltanto in ossequio al razionalismo che ha segnato il tratto maturo della sua esistenza.

Ma anche chi ama la logica non può sottrarsi alla tentazione, umanissima, di fantasticare sulle sue esequie. E così succede che ciascuno di noi proietti sulla sua cerimonia funebre le proprie aspettative in proposito. Pensare che siano presenti nell’occasione soltanto i parenti stretti è un po’ triste a meno che non si senta il bisogno della massima riservatezza. È quindi più tranquillizzante immaginare un discreto corteo di parenti, amici, qualche coinquilino, ex colleghi, semplici conoscenti, tutto ciò che insomma non si nega a chi ha condotto un’esistenza “senza demerito”, cioè moderatamente onesta e quindi senza aver rinunciato a raccomandare un proprio familiare a scuola o nel lavoro ed avendo chiuso gli occhi mentre il collega che gli stava vicino infrangeva qualche regola deontologica a proprio beneficio.

Questo tipo di affluenza dovrebbe andar bene per tutti, a meno che non si parli di soggetti con manie di grandezza che arrivano a vedersi viaggiare in un carro funebre tradizionale con un tiro a quattro o, meglio ancora, a sei cavalli bardati, in perfetto stile Casamonica, con tanti fiori e una banda musicale che l’accompagni con una bella marcia funebre o anche, perché no, con un brano dell’ultimo neomelodico di successo. Chi poi si attende una cerimonia funebre come quella imbastita per la Regina Elisabetta è un megalomane e non merita di morire, neppure a 96 anni.

Ma poi, diciamoci la verità, siamo certi che tutti quelli che seguiranno il nostro feretro lo faranno per partecipare convintamente al nostro lutto familiare? Saranno certamente presenti, per ragioni puramente diplomatiche, colleghi con i quali non andavamo per niente d’accordo, qualche parente con cui abbiamo avuto contrasti mai sopiti e insomma persone non gradite, la cui presenza turberebbe la pace serena che vorremmo circondasse il nostro ultimo viaggio. Sono tentato a volte di stilare l’elenco dei soggetti che non vorrei vedere ai miei funerali e poi informarli con un breve messaggio del tipo: “La prego di non venire ai miei funerali, quando ci saranno, perché non mi è stato mai simpatico. Vediamo di non intossicarci. Grazie”.

Ma nulla indispone di più dell’applauso finale, un vero sacrilegio, un’offesa grave al raccoglimento che la circostanza richiede ma soprattutto un insulto alla logica più elementare: che senso ha applaudire una persona solo per il semplice fatto che non c’è più? Meglio sarebbe stato applaudirlo in vita, se lo meritava. L’applauso è, da sempre, un segno di apprezzamento, di ammirazione e come tale pretende una motivazione valida. Si applaude a teatro l’attrice che ci ha dilettati, mentre allo stadio plaudiamo alle imprese del grande calciatore. Insomma merita l’applauso chi ha dato prova di grande bravura, abilità o competenza. In questo senso un applauso appare più giustificato per un suicida che ha avuto il coraggio, la coerenza di sottrarsi ad una esistenza intollerabile. Ma anche in questo caso dov’è la bravura? Meriterebbe l’applauso soltanto chi si è tolto la vita, chessò, strangolandosi dopo aver opposto una tenace resistenza.

Oltre a presenziare virtualmente alle proprie esequie, chi vede avvicinarsi la fine non si sottrae alla tentazione di immaginare come se la passerà il mondo senza di lui. Nel volumetto che Repubblica del 29 settembre ha dedicato a Raffaele La Capria, grande scrittore napoletano da poco scomparso alla veneranda età di 99 anni, figura all’ultima pagina una breve nota, quasi un epigramma, che La Capria apre con questa riflessione: “A volte quando penso alla mia morte, penso più a come sarà la vita senza di me” Personalmente mi assale invece un pensiero molto più prosaico: “Non so cosa farò quando non ci sarò più” Per quanto riguarda i sopravvissuti so invece, e me ne dispiaccio, che lascerò un vuoto: sarà loro compito smaltirlo nel cassettone giusto. Così almeno salviamo il pianeta.

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