Quando il sindacato non fa politica

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Apprendiamo in questi giorni dalla stampa che alle imminenti elezioni politiche la CGIL lascerà libertà di voto non solo agli iscritti, come per il recente passato, ma anche ai dirigenti. La notizia addolora profondamente per una serie di implicazioni vecchie e nuove.

Da qualche decennio sembra che la CGIL abbia gradualmente rinunciato a supportare concretamente i partiti della sinistra nelle tornate elettorali, cosa che avrebbe già dovuto allarmare tanto gli stessi iscritti quanto, più in generale, “il popolo della sinistra”. Nulla da obiettare quando la CGIL, interpretando correttamente il ruolo di rappresentanza dei lavoratori, non ha fatto sconti a governi di centro sinistra in presenza di riforme strutturali o congiunturali ritenute inique, come ad esempio l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori imposto dal governo Renzi, ma altra cosa è la neutralità elettorale: un sindacato che fu scopertamente cinghia di trasmissione del consenso popolare verso il partito comunista e quello socialista non dovrebbe rinunciare alla sua piena partecipazione alla lotta di classe.

Ed in effetti questo ruolo è stato abbandonato dal momento in cui la CGIL si è andata gradualmente trasformando in sindacato dei pensionati (non diversamente dalla UIL e dalla CISL) avendo dovuto resistere alla marea montante del neoliberismo e della globalizzazione. In altri tempi un sindacato di sinistra avrebbe guardato piuttosto ai disoccupati in cerca di lavoro oltre che all’ordinaria tutela di chi un lavoro già ce l’aveva. Non lo ha fatto e ha preferito compensare la perdita di peso tra i lavoratori “adottando” i pensionati, anche quelli che godevano di un trattamento dignitoso. Di conseguenza la base sociale della CGIL si è sempre più spostata verso il ceto medio seguendo la tendenza che andava diffondendosi, ed é tuttora in atto, nel mondo occidentale. Era fatale che in questo scenario una parte degli iscritti dirottasse il proprio voto verso partiti, non importa se di destra o di sinistra, che promettevano benefìci più consistenti anche se spesso irrealizzabili e quasi mai realizzati.

Questi i comportamenti che si sono protratti fino al governo Draghi, verso il quale la CGIL non ha comunque avuto un atteggiamento benevolo malgrado la grave emergenza, prima pandemica e poi bellica. Ciò che scuote oggi nella neutralità elettorale della CGIL, che si astiene dal dare indicazioni di voto, è che le prossime elezioni verosimilmente vedranno, dopo 75 anni di vita repubblicana, l’insediamento di un governo di destra, populista, sovranista e forse illiberale. Un governo di questo tipo sottrae al Paese un fondamentale presupposto della vita democratica e delle relazioni sindacali, circostanza che evidentemente non turba più di tanto il miope Landini e che probabilmente rallegra le associazioni datoriali: Confindustria proporrà la stessa libertà agli imprenditori?

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