E vinsero tutti felici e contenti

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Pinocchio, il Gatto e la Volpe (Immagine tratta da Wikipedia.org)

A un paio di settimane dall’”Election Day” più rischioso della nostra storia recente lo spettacolo pirotecnico della campagna elettorale non conosce soste né limiti. Una compagnia di guitti non saprebbe far meglio. La scena sembra affollata da lillipuziani, senza offesa per i piccoli isolani della metafora di Swift, che si accapigliano in un ridicolo gioco delle parti ignorando o minimizzando, salvo qualche eccezione, l’ombra del gigante che si proietta sul loro e sul nostro futuro.

Rassegnàti ormai da un mese alle ineluttabili divisioni che funestano da decenni la sinistra, dopo il fallimento del campo largo auspicato (ma cercato con sufficiente determinazione?) da Letta, assistiamo alla quotidiana aggressione del PD non solo da parte dei suoi avversari naturali ma anche e soprattutto dai suoi velenosi concorrenti. A partire dal prof. Conte che, già avvocato degli italiani, poi premier a maggioranza intercambiabile e infine sostenitore di Draghi, ha deposto la “pochette” istituzionale per vestire i panni del “descamisado”. La figura di Conte fa anche un po’ rabbia, trovandosi a guidare un movimento che ha scoperto, dopo anni di ambiguo rifiuto di tutta la politica, la sua vocazione di sinistra estrema: non credibili né lui né il movimento, ma bisognava pur collocarsi in una posizione idonea a martellare il PD e c’era spazio solo a sinistra. Non ci crede neppure Trump autore di un endorsement al suo caro amico “Giuseppi” che potrà rivelarsi micidiale nelle urne. Come si vede anche all’estero non mancano i lillipuziani: in Francia Melenchon ha manifestato il suo appoggio indovinate a chi? A De Magistris, veterocomunista noto anche all’estero: noi italiani non siamo dunque soli.

Dal fronte destro provvedono intanto a rosicare voti al PD il Gatto e la Volpe (il parallelismo Letta-Pinocchio non è del tutto infondato e vedremo perché), lasciando al lettore lo sfizio di scoprire chi tra Renzi e Calenda sia la volpe. La coppia ricorda molto da vicino un classico dell’assurdo, l’alleanza Bossi-Fini del primo governo Berlusconi: scissionismo e nazionalismo uniti sotto lo scudo miracoloso del Cavaliere. Messi da parte come per incanto i contrasti e le preclusioni reciproche i due si sono alleati con un programma economico che invoca la riconferma di Draghi e un programma politico tendente ad ostacolare la conquista della maggioranza al Senato da parte di Meloni e compari. Per fare cosa? Per diventare decisivi? Per evitare il presidenzialismo? Per tornare alle urne in inverno? Non si sa.

L’alleanza di destra non dà uno spettacolo migliore: Salvini contraddice la Meloni e la Meloni lo induce poi a più miti consigli. Questi continui contrasti potrebbero essere frutto di un tacito accordo che lascia aperte, una volta vinte le lezioni, tutte le strade, sia quella dell’europeismo nuovo di zecca della leader di FdI che quella sovranista. L’approdo di Berlusconi su Tik Tok ha poi del patetico e lascia veramente perplessi: possibile che qualcuno l’abbia convinto che la strada dei social lo porterà alla presidenza del Senato o magari, Dio non voglia, della Repubblica? Forse Berlusconi sta perdendo colpi e nessuno ha il coraggio di dirglielo. Non la pensa così l’ingegner Carlo De Benedetti: ospite della Gruber, si è detto pronto a scommettere che dopo le elezioni “Berlusconi si sfilerà dalla maggioranza”. Nessuno gli ha chiesto su che cosa poggi questo suo convincimento, ma speriamo abbia ragione.

In questo scenario la condotta del PD appare certamente più sobria, forse troppo sobria. Enrico Letta consapevole che la sua empatia richiama quella di un pezzo di legno dal quale tenta di far nascere un essere umano (Pinocchio che diventa finalmente bambino) ci prova, non senza goffaggine, servendo con un bel grembiulino le pizze ai ragazzi autistici. Iniziativa encomiabile, ma che, sembrerebbe dagli ultimi sondaggi, non gli porta voti anzi gliene toglie qualcuno. Insomma la campagna elettorale del PD appare poco combattiva, malgrado gli “occhi di tigre” e il vecchio pulmino rispolverato in versione elettrica ecocompatibile. Ultimamente ha alzato il tiro evocando i pericoli per la democrazia, strategia che ben si sarebbe addetta a un “campo largo” modello CLN, per realizzare il quale Letta avrebbe forse dovuto appoggiare il M5s nella richiesta di un maggiore ascolto da parte di Draghi. Chissà, forse Zingaretti lo avrebbe fatto. Oggi non ci troveremmo in questa situazione disperata dove nessuno, ma proprio nessuno, è esente da errori e sottovalutazione del momento storico. L’obbiettivo dominante è quello di ottenere un buon piazzamento allo spoglio delle schede: Letta sarà soddisfatto se il PD sarà il primo partito anche se al governo ci va il secondo insieme si suoi alleati che saranno a loro volta radiosi, benché sconfitti, per questo risultato. Ma saranno felici e contenti anche Calenda e Renzi se prenderanno più voti di Forza Italia, per non parlare di Conte se il M5s supererà la Lega, diventando il terzo partito d’Italia ed ottenendo così la medaglia di bronzo da portare all’altare di Beppe Grillo l’Elevato, ormai al suo terzo mandato visto che non ha mai mollato la guida del movimento da lui fondato nel 2009 e nel quale si devono muovere o rimuovere solo gli altri.

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