Racconti lucani

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Annotazioni di un lettore che non dimentica la sua terra

“Racconti lucani” di Tonino Tarantino è un bel libro. Di racconti. Inediti nella parola scritta e, al contempo, non del tutto ignoti alla tradizione orale. È un bel libro, perché è un libro, nonostante la frammentarietà dovuta, corale.

I vari racconti, a volte invero profondamente diversi, per trama, luoghi, periodi storici, argomentazioni, non sono mai tra loro estranei. E l’escamotage di non precisare luoghi e persone, immagino necessario anche per motivi diremmo, in generale, di privacy o di opportuna riservatezza, appare non come una difesa necessaria da eventuali denunce ― che purtroppo non tengono mai conto di una celeberrima frase di Hemingway, il quale inutilmente ripeteva a tutti quelli che lo attaccavano: “È solo un romanzo” ― ma come un’occasione di unitarietà. Perché vi è l’unità di un popolo, quello lucano. Del quale il libro di Tonino porta e offre memoria. Memoria di ciò che è stato e, inevitabilmente, di ciò che è.

“Racconti lucani”* è indiscutibilmente memoria cioè ricordo presente.

La memoria non è una sorta di tristezza dei tempi passati, che, chissà per quale motivo, vengono sempre ricordati, con colpevole superficialità, belli, gioiosi, colmi di positive aspettative e di una quotidianità coinvolgente. Sempre, e comunque, migliori di quelli di adesso, dell’adesso di quel momento, di quel periodo. La memoria rifugge da tanta approssimazione, sterile e malinconica, perché ci costringe a capire le radici di una storia. In qualche modo a riviverla. In una sorta di transfer, insieme personale e collettivo, perché oggi, l’oggi, abbia la sua pienezza. Di un significato che spiega e, perciò stesso, rasserena e rassicura.

L’appartenenza a un popolo, di cui il libro di Tonino è felice foriero, non è mai cosa banale né, tantomeno, scontata. Di questi tempi, oltretutto, dove l’individuo in quanto tale è l’alfa e l’omega, il giudizio insindacabile, difeso con una tenacia degna di cause migliori, nonché la misura di sé e degli altri, appartenere è un atto rivoluzionario. Contro un egoismo individuale che è soltanto solitudine, a volte, violenta, appartenere a un popolo è un gesto di libertà.

Se mi è concessa un’ultima osservazione, come affettuoso approfondimento, mi permetto sottolineare una presenza. Quella del “magico”, per tanti solo riprovevole superstizione. Uno dei racconti che mi è piaciuto di più è quello dell’incontro ― ovviamente in una affatturata notte lucana, e, se posso, direi che è giusto così, perché la seducente eco dello “sfondo” conta, e tanto ― con chi è morto da tempo. Chi è vivo, incontra chi è morto. E quest’ultimo è capace di dialogo. Di esporre le proprie ragioni. Bellissimo.

Certamente sbaglierò, ma io credo, convinto, che la Lucania ha la sua più peculiare identità proprio nell’immaginare e raccontarci di una realtà altra. Non è “ignoranza” ma “saggezza” perché coscienza che il mondo non è solo ciò che appare. O, se vogliamo, al di là di tutto ciò che sensi e device ci indicano e misurano, vi è dell’altro. Che è parte integrante e significante del mistero, appena scalfito, di ciò che noi siamo e di quello che la realtà è. Niente “dogmi di fede”, semplicemente sto pensando all’esistenza dell’antimateria. Qualcuno avrebbe mai potuto immaginare la contemporanea realtà di un qualcosa e del suo esatto contrario? Per dire, di un protone e di un antiprotone? E meno male, aggiungo, che, per caso o per disegno, vi è una simmetria spezzata, altrimenti tutto, ma proprio tutto, finirebbe con un bel lampo di luce. Basta così.

Una sola, ultima, parola. Semplice, sentita e sincera: grazie. Grazie Tonino, di averci indicato chi siamo. Noi gente di Lucania.

*Tonino Tarantino, Racconti lucani, pp. 390, €20, ordinabile presso l’Autore (toninotarantino@alice.it)

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