Per un olio 4.0

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goccia

È difficile di questi tempi essere credibili e, per così dire, creduti.

È talmente tanta la confusione nella cosiddetta informazione, che nel migliore dei casi è solo propaganda. Nel peggiore, superficialità, approssimazione, nozionismo di parte, confusione e polemica sterile a volte fin troppo urlata. Ne abbiamo avuto esempi clamorosi, anche ultimamente, nei programmi televisivi che addirittura si vantano di essere completi e, udite udite, “oggettivi” senza per altro entrare nel merito. E ho detto tutto.  

Avere, pertanto, la possibilità di potere scrivere qualcosa su un giornale e di poterlo fare senza alcuna limitazione, se non evidentemente, la lunghezza dell’articolo, è un piccolo scrigno di libertà che ci terrei a preservare.

Veniamo a noi. Il titolo, innanzitutto. Intende da un lato richiamare un altro articolo, sempre su zonagrigia.it che mi è piaciuto molto, dall’altro, riprenderlo in qualche modo. E, in qualche modo, riscriverlo. Da un punto di vista totalmente diverso, si capisce. Posto i miei studi, da un punto di vista scientifico ovvero tecnologico. Di una tecnologia avanzata, e vorrei vedere, di qui il 4.0, che è indice indiscutibile e indiscusso di novità e innovazione. Se non ci credete, fate male. L’ultimo progetto FESR di cui mi sono dovuto occupare era finalizzato niente meno che all’alimentazione 4.0. Giusto per non rimanere nell’indefinito, un FESR è un progetto naturalmente europeo, che è finalizzato solo all’acquisto di strumentazione, apparecchiature e dispositivi. Voglio dire che di solito questi progetti sono accompagnati da quelli denominati FSE, sempre europei, ma indirizzati alla formazione cioè all’acquisizione di conoscenze, competenze e procedure, in un mondo che sembra cambiare – e questi cambiamenti sono dettati dalla tecnologia non ci sta niente da fare – con ritmi così vertiginosi che non sai mai bene cosa succede di pomeriggio inoltrato se mai avessi compreso quello che è capitato in mattinata.

Alimentazione 4.0, or dunque. Per un ammontare di centotrentamila euro.

Non per annoiare ma per un minimo di accuratezza, il progetto era, è, suddiviso in due parti. La prima la definirei, “green zone”, una sorta di agricoltura, meglio di orticelli, dove tutto deve essere coltivato quindi prodotto in modo biocompatibile, la seconda una sorta di “cucina sostenibile” perciò con “consistente risparmio energetico” e a “basso impatto ambientale”. Potevano, nello stesso progetto, essere affrontate entrambe o anche una sola, importante naturalmente era la coerenza delle scelte.

Chi scrive di questi progetti di solito è uno che capisce e, difatti, non si sono scordati del controllo qualità. Dei prodotti. Anche qui, scusate ma è doveroso, una precisazione. Non sto parlando dell’HACCP, quello è controllo qualità dell’ambiente di lavoro. Mi sto riferendo proprio alla qualità dei prodotti e quindi dei cibi, ed eventualmente a nuovo modo di cucinare come nel caso della cucina molecolare che con astuta definizione viene, da alcuni, definita “cucina emozionale”.

Insomma, con questo progetto è venuto fuori un fatto decisivo, che per la letteratura era chiaro, mi riferisco a un libro appena uscito che ha un incipit meraviglioso, di cui magari diremo. Quale fatto decisivo? I nostri laboratori debitamente attrezzati sono una garanzia contro le frodi e le sofisticazioni alimentari. E questo rende il pianeta più sicuro.

Mi permetto sottolineare che con l’estrazione del Dna, le titolazioni volumetriche e potenziometriche, l’analisi spettroscopica, noi eravamo in grado di valutare la bontà di un prodotto – che so?, se un olio di oliva era extravergine oppure no – e con una titolazione eravamo, e siamo, capaci di smaltire in totale sicurezza per l’ambiente e la salubrità di chi lo abita.

Ma ovviamente una nuova e più sofisticata attrezzatura per i lab di chimica e di microbiologia ci permetterà analisi più efficaci e di più ampio spettro. E questa è la prima conseguenza, ripeto ovvia. Ce n’è a mio parere un’altra, che è il fil rouge, per quanto mi riguarda, di queste righe. Vale a dire, la sinergia fra il fiore all’occhiello o anche, per certi versi un tormentone irricevibile, cioè la cucina, da un lato, e la scienza e la tecnologia, dall’altro. In un paese di cuochi e camerieri, l’Europa ci ricorda che per una società moderna e complessa e per un futuro che abbia un senso, non possiamo e non dobbiamo dimenticarci della conoscenza scientifica e delle sue responsabilità e neppure, di conseguenza, della tecnologia e delle sue potenzialità in termini di qualità di un sapere che risolve. Uno sviluppo, pertanto, che non sia un insopportabile trend all’olio extravergine di olive e pummarole, che vanno benissimo però non come unico volano di una società occidentale e moderna, ma un fecondo equilibrio di saperi.

Per quanto mi riguarda la strada è chiara. Certo resta il problema della politica e della sua responsabilità e lì mi arrendo perché non saprei cosa dire, se non male parole e quindi evito, a gente, i politici, che inseguendo un voto qui e un voto là hanno rinunciato, forse non ne sono proprio capaci, a guidare un grande paese. Abbandonandolo così alle tristi sorti di una repubblica, come si diceva una volta, delle banane. Magari oggi è più chic il mango, non saprei.

Concludo con il succitato incipit, perché sono sicuro che in tanti sarete curiosi. Eccolo: la cucina è chimica e la chimica è vita.

I fisici a questo punto, se ne venissero a conoscenza, aggiungerebbero di certo: … e la spiegazione della chimica è nella fisica quantistica. Ma noi non glielo facciamo sapere.

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