Il ruolo dei “medici di famiglia”

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Sofferenza, disegno di Felice Zinno

L’epidemia del Covid-19 ha sdoganato il dibattito sul ruolo dei medici di medicina generale (MMG), in particolare si è aperto un duro confronto tra chi ipotizza, per migliorare l’assistenza territoriale messa a dura prova dalla pandemia, la dipendenza diretta del rapporto di lavoro e chi insiste sulla riproposizione di un rapporto di convenzione professionale.

Ci ha pensato, in un certo qual modo, il ministro Speranza a fare una proposta nell’ambito della nuova riforma dell’assistenza sanitaria territoriale. E in questo senso ha sottolineato che, essendo le “Case di comunità” il cuore della rete territoriale, la medicina generale deve trovare un nuovo ruolo più positivo attraverso una forte connessione tra medici di famiglia, le stesse Case di comunità e il distretto. Speranza ha precisato che “gli studi dei medici di famiglia saranno gli spoke delle case della comunità hub”. “Dobbiamo lavorare attraverso un nuovo accordo collettivo nazionale per rompere la sostanziale distanza che c’è oggi tra il lavoro del medico di medicina generale e il resto del Servizio sanitario nazionale”. Un “punto di debolezza perché il medico si sente da solo se è sconnesso dal Ssn e il Ssn è a sua volta più debole”, precisando che a questo fine si sta “lavorando con Regioni e sindacati della medicina generale”.

Adesso bisogna capire e discutere sulle modalità, tenendo anche presente che i convenzionati sono non solo i medici di medicina generale ma lo sono anche gli specialisti ambulatoriali, etc. Quindi se Casa di comunità significa prossimità della salute nel territorio, multiprofessionalità e multidisciplinarietà, dobbiamo mettere al centro una discussione seria sui tanti regimi che compongono il sistema salute e che oggi, contrapponendo interessi professionali, rompono la catena del valore della cura tra convenzionati e strutturati.

Abbiamo interpellato il dottore Giuseppe Fragna, che si è distinto durante la pandemia come un solido e coraggioso riferimento della vivacissima popolazione del quartiere napoletano delle Fontanelle alla Sanità, la cui attività è venuta alla ribalta della cronaca giornalistica cittadina.

Il dott. Giuseppe Fragna osserva: «Mai come in questa fase storica l’isolamento del MMG è stato così netto ed evidente. Gli effetti del periodo pandemico, ancora in corso, hanno evidenziato ancor di più i già grandi limiti del nostro Servizio sanitario. La gestione delle liste d’attesa, per ricoveri, esami strumentali e consulenze specialistiche negli ospedali cittadini, ci vede totalmente esclusi ed impotenti mentre l’attività intramoenia prosegue non sempre rispettando le previste regole che vorrebbero una più equa progressione con le liste dei non paganti. È sotto gli occhi di tutti, inoltre, quello che sta succedendo con i centri convenzionati. Con le nuove regole di “budgetizzazione”, questi ultimi accettano impegnative che non vanno oltre il decimo giorno del mese. In pratica, se il paziente (e per esso il medico di base) ha bisogno di effettuare un esame urgente dall’11 al 31 del mese non ha altro mezzo che farlo privatamente. Il concetto di limitare l’attività dei centri convenzionati è giusto nell’ottica della riduzione della spesa sanitaria, ma a ciò dovrebbe corrispondere una più sollecita risposta da parte della struttura pubblica.

Ritengo che sia improcrastinabile un nuovo modo di gestire il territorio, nel quale non sia il solo MMG a dover dare, pur con tutti i suoi limiti, la risposta “pronta”. Ciò anche in considerazione della situazione dei Pronto Soccorso ospedalieri ingolfati oltre ogni limite anche per situazioni che si potrebbero gestire altrove e meglio. Le Case di comunità possono essere una soluzione se concepite bene. Penso a strutture messe a disposizione dalle ASL (ce ne sono anche di inutilizzate), magari una per ogni municipalità, che disponga di servizi basilari quali un laboratorio, una radiologia, un servizio di cardiologia a cui afferiscano con una regolare turnazione generalisti e specialisti, infermieri e amministrativi in modo da coprire turni h 24 per 7 giorni settimanali. Avendo la possibilità di fare rapidamente un ECG, un’ecografia, degli esami ematologici, una terapia endovenosa, una visita medica, si risparmierebbero a mio parere oltre la metà degli accessi ospedalieri e si darebbe una risposta più congrua alle esigenze di salute della popolazione. Ovviamente il MMG continuerebbe l’attività nel proprio studio e concorderebbe una disponibilità di ore settimanale da dedicare alla Casa di comunità. Si potrebbe in questo modo anche abolire la Guardia Medica, convogliando i medici ad essa preposti a svolgere il proprio lavoro presso la Casa di comunità. Per quanto riguarda l’ipotesi di passaggio dei convenzionati alla dipendenza, non ne vedo l’utilità pratica e sono convinto che non migliorerebbe l’assistenza territoriale.»

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