Carlo Sellitto, folle per Caravaggio

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Carlo Sellitto, Maddalena penitente, Napoli – Museo nazionale di Capodimonte (Fonte: Wikimedia Commons)

Siamo a Napoli nel primo decennio del Seicento, Pedro Fernández de Castro y Andrade, conte di Lemos, è il viceré di una città con quasi un milione di abitanti. Un decimo della popolazione è formato da ecclesiastici: monaci, preti, oblati, terziari, una pletora di “cape di pezza e munacielli”, come li chiamano i popolani, che detengono la ricchezza e il vero potere: quello di spedirti all’inferno! Il 5% sono nobili, anzi Hidalgo della presuntuosa corte Spagnola, ai quali il viceré ha imposto la permanenza in città per poter controllare le loro consorterie. La gran parte restante della popolazione appartiene al popolo, a chi si arrabatta per sbarcare il lunario, a chi s’ingegna per vivere onestamente. Di questa categoria fanno parte gli artisti e gli artigiani delle arti figurative, non solo i grandi maestri del Secolo d’oro dell’Arte napoletana; una folla di decoratori, stuccatori, tagliapietre, doratori eccetera, che lavora fianco a fianco ai progetti finanziati da religiosi e laici.

La mole delle commesse è tanto abbondante da attirare a Napoli artieri da ogni parte del regno. Anche il padre del giovane Carlo è un pittore emigrato da Montemurro, un paesello arroccato in montagna nella provincia di Potenza. In realtà è un modesto pittore ma un abile “indoratore”, che nella capitale si è fatto un nome. Carlo Infantino (che si farà chiamare col cognome della mamma Sellitto) è il secondo di sette figli. Versato nelle arti, il genitore lo mette giovanissimo a bottega dal maestro fiammingo Loise Croys facoltoso pittore di corte. Negli anni di apprendistato si fa apprezzare nel mercato della committenza patrizia per la sua bravura nel ritratto, tanto da divenire ben presto il ritrattista più ricercato dall’aristocrazia partenopea. Nel 1608 Carlo Sellitto è un giovane e stimato pittore, aderente alla corrente post-manierista molto apprezzata dai ricchi committenti. Inoltre il maestro Croys gli offre la direzione della bottega e la mano della figlia Claudia. Tutto fa presupporre un futuro agiato (e forse artisticamente anonimo) da percorrere in discesa. Ma il destino ha piani diversi per iscrivere il suo nome nel libro della Storia…

Una colonia di mercanti molto influente nella città è quella dei “Lombardi”. Con questo termine vengono appellati gli abitanti del nord Italia e della Svizzera. La loro chiesa, dedicata a sant’Anna, sorge a via Monteoliveto, all’angolo di via Tommaso Senise, zona denominata allora “Caro Gioiello”, dal nome di un piacevole e delizioso giardino sulla cui area venne edificata la chiesa nel 1581. Sellitto riceve la commissione di decorare la cappella dei mercanti Pietro e Giandomenico Curtone con storie della vita di san Pietro. Questo è il punto di svolta della sua vita privata e professionale.

Al lavoro nella stessa chiesa, nella cappella Fenaroli, vi è il pittore più amato e discusso del momento, Michelangelo Merisi da Caravaggio. Per i suoi committenti il Merisi ha già completato due delle tre tele previste: un’ estasi di San Francesco ed una grande ancona che rappresenta la Resurrezione di Cristo. Le caratteristiche della pittura del maestro lombardo sono il realismo dei soggetti e un uso della luce che esaspera le emozioni. A causa del suo carattere facilmente irritabile e violento il Merisi fu protagonista di una serie di vicende negative, tra le quali un omicidio che, dal 1606, lo costrinse a lasciare Roma e a spostarsi continuamente, in fuga, prima a Napoli, quindi a Malta, poi in Sicilia e ancora a Napoli. Tutto questo ha contribuito alla sua fama di pittore maledetto, in cui genio e sregolatezza sono fusi.

Sellitto rimane ammirato dalle opere e affascinato dal carattere ribelle del Caravaggio. Una folgorazione sulla strada di Damasco. Sono quasi coetanei ed iniziano a frequentarsi. Caravaggio non ha allievi, ma è sempre circondato da tanti giovani artisti che cercano di carpire i segreti della sua pittura imitandone lo stile: Battistello Caracciolo, Luigi Vitale, José Ribera, Andrea Vaccaro, ma Carlo Sellitto sarà considerato dalla critica il primo “caravaggista partenopeo”. Le sue tele non prendono a modello quelle del Caravaggio, ne permeano il pensiero riproponendolo in chiave personale.

Come si dice da queste parti “‘na casa caruta se ne porta n’auta m’priess” (una casa pericolante crollando trascina con sé quella contigua), Carlo Sellitto istintivamente lasciò la facile e proficua carriera di ritrattista per abbracciare il nuovo corso portato a Napoli dal Merisi. Lasciò anche la promessa sposa, Claudia Croys, per imbarcarsi in una relazione con una donna sposata, tale Porsia Pirrone. Per lo scandalo suscitato, suo padre ritornò a Montemurro ed iniziarono a mancare la facili e ben pagate commesse di ritratti. Sellitto, animato da nuova passione, continua a dipingere, le opere si fanno ammirare per la straordinaria umanità che il pittore riesce a donare ai personaggi, che siano santi o prostitute.

Carlo Sellitto, Santa Cecilia all’organo, Napoli – Museo nazionale di Capodimonte (Fonte: Wikimedia Commons)

Di questo periodo (1612) è la splendida Santa Cecilia all’organo, dipinta per la cappella dell’orfanotrofio di Santa Maria in via Solitaria a Pizzofalcone (crollata poi nel 1825). La pia istituzione ospitava gli orfani dei soldati spagnoli di stanza a Napoli. Un fascio di luce dorata disegna da sinistra la composizione. Santa Cecilia viene raffigurata senza particolari orpelli, né aureola, in pura aderenza caravaggesca. Somiglia più ad una maestra che ad una santa e gli angeli apteri ai suoi scolari, gli orfani. Anime che venivano “conservate” (preservate) dalla crudezza della strada, da cui il termine “conservatorio”, e a cui veniva insegnata la musica da suonare durante le funzioni religiose, per attrarre le donazioni dei fedeli. Un vero capolavoro (oggi a Capodimonte) da riscoprire.

La fama arriva per Sellitto nel 1613. I potenti governatori del Pio Monte della Misericordia gli commissionano la Liberazione di Pietro dal Carcere, per la loro cappella. Scrigno già adorno delle opere del suo amico Caravaggio, dell’Azzolino, di Santafede. È il segno tangibile del prestigio raggiunto. Riesce a sposare anche la sua amante Porzia, rimasta nel frattempo vedova del marito. Ma la sorte gli tira l’ultimo tiro mancino. Muore nello stesso anno, improvvisamente all’età di 33 anni, senza godersi il matrimonio né poter eseguire la commissione del Pio Monte. Il suo “cattivo maestro” Caravaggio lo aveva preceduto nella tomba due anni prima, ucciso forse dalla malaria nel 1611.

2 commenti su “Carlo Sellitto, folle per Caravaggio”

  1. elio mottola

    Ottima e ispirata performance del nostro esperto d’arte e di storia partenopea che ci propone ogni volta qualcosa di inedito.

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