Finirà mai la corsa allo share?

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Logo della Rete internazionale di verifica dei fatti (IFCN) – Fonte: Wikipedia

Il caso del prof. Alessandro Orsini, accusato di aver espresso, ospite di “Cartabianca”, opinioni eterodosse sull’aggressione all’Ucraina, ha finalmente scoperchiato il vaso di Pandora delle “ospitate televisive”. Più che il pensiero manifestato dallo stimato docente della Luiss, peraltro con una supponenza ed un’arroganza puntualmente riscontrate anche nelle sue apparizioni successive, ha fatto scalpore la temporanea sospensione del pagamento del gettone di presenza concordato in 2.000 euro a puntata per sei apparizioni di 40 minuti. Molti hanno gridato allo sperpero del denaro pubblico che finanzia la Rai. Ad altri è sembrato invece intollerabile che un contratto venisse disatteso soltanto perché l’opinione dell’ospite non era allineata con quella dominante in spregio al diritto di manifestare liberamento il proprio pensiero.

Sull’argomento è però lecito farsi qualche domanda: è giusto che la libertà di esprimere qualunque opinione trovi nella diffusione televisiva un megafono che ne amplifica l’influenza sull’opinione pubblica? E se l’opinione rilanciata dalle emittenti televisive si fonda su notizie false? Qualunque risposta si voglia dare a queste domande, sembra ormai chiaro che invitare in trasmissione portatori di opinioni “alternative” torna utile ad accrescerne l’audience e, di conseguenza, a riconoscere al conduttore, anche sotto il profilo remunerativo, il merito di incrementare gli introiti pubblicitari. 

La pratica di animare i talk show con la presenza di personaggi al limite della provocazione dura da decenni e forse molti vi si erano abituati. La pandemia ha però spinto il fenomeno ad un livello che ha creato qualche allarme. Come dimenticare le uscite presuntuose e spesso sprezzanti dei filosofi Cacciari, Agamben e Zohk, del giurista Mattei e dell’esperto in comunicazione Freccero? È iniquo sospettare che fossero chiamati apposta per contestare virologi ed epidemiologi i quali perlopiù condividevano le medesime opinioni? Qualcuno di loro continua ad imperversare anche sul tema della guerra, cambiando l’abito di immunologo e/o costituzionalista con quello di analista geopolitico, ma assicurando la medesima vis polemica.

L’incidente occorso al prof. Orsini si è poi chiuso con la generosa offerta, da parte dello stesso, di presenziare alle successive puntate di “Cartabianca” a titolo gratuito, ma il chiasso che ne è conseguito ha indotto il direttore di Rai3, il nostro conterraneo Franco Di Mare, a denunciare che “il talk show è un modello da ripensare, se cerca solo l’effettaccio per aumentare di mezzo punto lo share”. 

Abbiamo poi appreso dalla stampa che anche la commissione bicamerale di vigilanza sulla Rai sta studiando da qualche settimana, in coincidenza con l’invasione dell’Ucraina, misure che possano far rientrare il fenomeno in limiti più accettabili e comunque più trasparenti. Ma, aldilà delle intenzioni della commissione, numerosi sono i suggerimenti che vengono da singoli “addetti ai lavori”: Sebastiano Messina propone, in uno dei suoi piccoli spazi quotidiani che gli riserva la Repubblica, di segnalare, nel momento dell’inquadratura televisiva, col simbolo di una bella moneta d’oro, se l’invitato ha ricevuto un compenso, permettendo così di distinguere gli ospiti presenti a titolo gratuito da quelli messi a libro paga, distinzione che potrebbe indurre a tante riflessioni. Domani del 10 aprile pubblicava un articolo di spalla nel quale Gianfranco Pasquino, politologo e accademico dei Lincei, premette di non aver mai percepito alcunché per le sue apparizioni sugli schermi mentre gli risulta che altri “professoroni” si fanno invece pagare interviste e comparsate. Quindi chiede che tutte le opinioni siano mandate in onda nell’assoluto rispetto del pluralismo ma siano sottoposte al fact-checking, cioè ad un controllo di veridicità. Attuarlo però è tutt’altro che semplice: chi lo effettua e quando? il conduttore nel corso della trasmissione? Ce ne vorrebbero di tanto bravi e preparati, ma dove sono? O forse un esperto che affiancasse il conduttore? O un comitato tecnico che, rintracciate le false informazioni, mettesse poi in onda col dovuto risalto la tirata di orecchi al disinformatore?

Tutti chiedono comunque maggior trasparenza almeno nelle tre reti pubbliche che cadono sotto il controllo della commissione di vigilanza. E le emittenti private? resterebbero comunque libere di continuare ad essere di parte. Nicola Porro, che conduce un talk show su Rete 4, ha già manifestato la sua contrarietà ad ogni limitazione. Non sarebbe da escludere un graduale allineamento delle altre emittenti private ove la trasparenza messa in campo dalla Rai dovesse risultare utile anche a loro.

Certo, un po’ di trasparenza non farebbe male, come, ad esempio, sapere se l’autore di un libro viene anche pagato oltre ad avere l’occasione di fare un po’ di pubblicità al proprio lavoro. Oggi tutti scrivono libri e li presentano in video: la cosa è quindi sospetta. Non dispiacerebbe neppure conoscere con quali criteri vengono invitati i vari direttori, vicedirettori e redattori della stampa nazionale: scelti dai conduttori dei talk-show o imposti dagli editori? Scopriremmo forse se i politici di professione, già beneficiari di invidiabili appannaggi, percepiscano un compenso pur avendo l’ennesima occasione di comparire sugli schermi?

E sapremmo finalmente se quel simpatico montanaro di nome Mauro Corona, che la Berlinguer ci ammannisce ogni settimana, viene pagato per commentare, dall’alto delle sue montagne, ovviamente sede di una visione privilegiata, tutto ciò che accade nel confuso mondo sottostante, pandemie e guerre comprese.

Ci auguriamo dunque, senza troppe illusioni, di poter vedere quantomeno ridimensionati i più clamorosi e deleteri attentati mossi dai talk-show all’informazione seria e all’approfondimento. Ma una nota dolente va infine segnalata e riguarda il comportamento di quei conduttori di talk show, del cui orientamento progressista siamo consapevoli, che antepongono il successo dei loro format ai propri convincimenti politici senza rendersi conto di favorire in tal modo populisti, sovranisti e negazionisti in generale.  

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