Diario dell’inquietudine: 4 aprile 2022

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pagina di diario

Riprendo il mio diario, reduce da una lunga tournée in alcuni degli Ospedali dei Colli. Per i lettori di zonagrigia.it che non risiedono in Campania (ce n’è sicuramente qualcuno) va precisato che questa denominazione è incompleta: colli di che? ci si potrebbe chiedere. In realtà trattasi dei colli Aminei, declivi che scendono verso il centro della città di Napoli. La specificazione è necessaria perché altrimenti si potrebbe pensare che il grado di specializzazione clinica abbia raggiunto a Napoli livelli insospettabili e che possano esistere Ospedali dei Polsi, dei Gomiti o delle Caviglie.

La sanità pubblica partenopea non arriva a vette che forse sono irraggiungibili per tutti, ma in famiglia è giusto parlarne con rispetto perché ci ha liberato di numerosi organi interni inutili, cianfrusaglie pericolose, parlando con degenza, due paia di tonsille, due cistifellee, un’appendice ed altro ancora. Ed anche questo mio ultimo soggiorno è stato all’altezza delle aspettative: professionalità, competenza, attenzione e anche calore umano, specialmente nei reparti dove si era creato un team ben affiatato.

Non sono mancati però taluni comportamenti non proprio adeguati alla condizione psichica dei ricoverati: alcuni medici poco empatici dai quali è stato difficile ottenere risposta a qualsiasi legittima richiesta di chiarimenti; infermieri assetati di sangue pronti a spalancare la porta irrompendo nella camera con la siringa puntata facendo risuonare il nome del destinatario al quale effettuare il prelievo o infliggere la terapia. Alcuni di loro, una minoranza, vivono un clima di euforia che si manifesta in richiami e conversazioni da un capo all’altro della corsia, atteggiamento che si protrae, in termini più attenuati, anche nelle ore notturne, quando gli ammalati vorrebbero riposare in pace (sopra il suolo terrestre e non ancora sotto, come è loro diritto). Comportamenti comunque abbastanza isolati dovuti forse, oltre che alla tipica esuberanza partenopea, alla voglia di esorcizzare la sofferenza, il dolore e spesso il lutto con i quali questi operatori sono costantemente in contatto.

Il rancio è accettabile: colazione, pranzo e cena completi di primo, secondo, contorno e frutta. Certo, il menù è ripetitivo ma la qualità non è male: ovviamente mi guarderei bene dal suggerire agli amici un ricovero negli Ospedali dei Colli per la qualità delle pietanze e del servizio, spesso poco puntuale (ma dipende dal fornitore, spesso poco puntuale). Qualche problema si pone, relativamente all’assunzione del cibo, per i degenti in età avanzata: ne hanno trovato uno, al primo giorno di ricovero, accasciato sul tavolino da pranzo e disperato. Un’infermiera soccorrevole gli si è avvicinata dicendogli, per incoraggiarlo: “Su, poi non fa tanto schifo.” E il vecchietto le ha risposto: “Lo spero, ma come cazzo si fa a sconfezionare i piatti sigillati così ermeticamente? Io non ce la faccio, mi aiuti lei se vuole che io non muoia di fame”. Ed effettivamente anche per qualche giovane l’apertura di buste, bustine e vaschette coperte di plastica non è cosa agevole. Ma ci si abitua col tempo, oppure ci si fa portare da casa, clandestinamente come le lime dei carcerati, coltelli decenti in sostituzione dei taglierini in plastica che ti mette a disposizione il fornitore del rancio.

Quando mi si chiedeva da casa cosa mi avessero portato a pranzo, mi divertivo ad infiorare ogni pietanza: “Oggi pasta e patate in crosta e involtini di vitello gratinati al limone, il tutto innaffiato con un calice di eccellente beaujoulais nouveau”. Mi sono astenuto dal citare aragoste, ostriche soprattutto il caviale, per boicottare i russi che da qualche tempo trovo un po’ invadenti. Li ho però recuperati elogiando una bistecca alla Vladimyr (al sangue!).

In alcuni reparti è concesso agli ammalati di poter fare quattro passi in corsia: ne ho incontrati un paio sorprendentemente alti. Mi hanno spiegato che si trattava di lungodegenti: all’ingresso, due mesi prima, erano entrambi sul metro e sessanta.

Un momento delicato per l’ammalato può essere il cambio di reparto, o di ospedale, quando si rende necessario. Nuovi medici, nuovo personale sanitario col quale bisogna riprendere le misure, scovare ed evitare quelli più scorbutici tentando di entrare in sintonia con quelli che scopriamo essere più cordiali e solerti. Operazione comunque non facile e addirittura impossibile per chi è allettato. C’è poi da fare i conti con l’organizzazione del nuovo reparto. C’è quello che ti dice di prendere autonomamente i farmaci che ti sei portato da casa per i tuoi acciacchi correnti. In un altro reparto vengono invece sequestrati dal caposala che vuole controllarne la somministrazione (?) ed abitualmente la effettua in maniera molto approssimativa. Evidenti sono poi le differenze riscontrabili nelle dotazioni tecniche ed ospitative dei diversi reparti. Capita che qualcosa non funzioni: qui manca il neon, lì la temperatura dell’acqua non è regolabile. Spesso, ma non sempre, la cosa viene risolta.

Il transito nell’ultima sede del mio soggiorno è stato invece traumatico, un vero e proprio salto all’indietro in un ospedale “vintage”, anni 70: una cella di isolamento priva, tra le altre cose, di un televisore che potesse farti un po’ di compagnia, anche se cattiva, dove sono ancora in uso i termometri digitali ascellari, strumenti anacronistici e inaffidabili di cui ci siamo liberati già da qualche anno sostituendoli con quelli a infrarossi. Assistenza ridotta all’essenziale. L’ultima sede, la più spartana e punitiva, mi ha fatto pensare a “Il processo” di Franz Kafka, romanzo nel quale, com’è noto, il protagonista viene perseguitato fino alla fine per una colpa che non riesce a individuare. Suggestionato anche dal ricordo di un breve racconto di Dino Buzzati, “Settimo piano”, ho lasciato l’ospedale contro il parere medico.

E tuttavia, malgrado queste manchevolezze, bisogna assolvere il sistema sanitario nazionale proprio in funzione del suo universalismo che in quanto tale non è certamente di facile gestione e quindi inevitabilmente lacunoso e diseguale.

N.B. Il racconto di Buzzati, dal quale Tognazzi trasse un film, peraltro di scarso successo, dal titolo “Il fischio al naso”, è reperibile su Google, per chi volesse masochisticamente dargli un’occhiata.

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