Percezioni di un conflitto

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Le immagini di devastazione e morte causate da una guerra fratricida in pieno ventunesimo secolo ci riportano alla misera e fragile condizione umana, quando entrano in conflitto o mancano due dei principali processi cognitivi che guidano e determinano i nostri comportamenti e le nostre decisioni: la percezione e l’impatto emotivo. Due processi separati, come affermano gli scienziati cognitivi, tanto che la tradizione culturale occidentale ne ha fatto due campi di indagine ben distinti: la neurologia, che si occupa dei problemi percettivi, e la psichiatria, il cui campo di indagine sono i problemi emotivi e sociali. L’orientamento attuale però tende a ridimensionare questa demarcazione, dal momento che, quando si percepisce una sensazione, abbiamo già un’emozione. Come quando si vede un serpente o una faccia minacciosa, che scatena reazioni emotive come la paura.

Questo preambolo si è reso necessario per cercare di capire le motivazioni, le percezioni e le reazioni emotive che hanno generato questa guerra, in chi la subisce, in chi la sta facendo e in chi la segue da lontano come noi.

Un’aggressione fisica è la conseguenza di uno stato mentale (paura, difesa) nato da una percezione, giusta o sbagliata, di pericolo. La difesa del proprio territorio e del proprio gruppo, familiare ed etnico, è talmente connaturata nella natura umana che la guerra, come forma di offesa o difesa, è sempre stata il ricorrente tragico filo rosso che ha legato le reazioni più estreme dei rapporti umani. Secondo Hobbes la violenza e la sopraffazione sono le principali caratteristiche dell’essere umano, che nel tempo ha imbrigliato solo con le leggi e la cultura. Mentre Rousseau affermava che l’uomo nasce buono ed è l’ambiente sociale a cambiarlo.

Comunque sia, nelle situazioni di conflitto il sistema “fight or flight” (combatti o fuggi) è costantemente in allerta. Il punto di vista dell’aggressore è avvertito come consapevolmente razionale: egli ha la percezione che sta subendo un torto o che è in pericolo, e questo suscita una reazione emotiva che a sua volta richiede una reazione fisica. L’aggredito invece vede ingigantita la pretestuosità di quella percezione e si difende contestandola nella sua pretesa di verità. Questo a parole, quando poi si passa ai fatti (l’aggressione fisica, la guerra), l’aggressore, convinto di essere nel giusto (percezione), mette in campo tutto il suo campionario di potenza, prima per spaventare e poi per aggredire. Mentre l’aggredito, consapevole dell’inconsistenza delle motivazioni dell’avversario, rimane all’inizio incredulo e disorientato, ma poi reagisce con forza insospettata e maggior accanimento, ma coerente con la sensazione che sta subendo una perdita.

Poi ci siamo noi spettatori, distanti fisicamente ma prossimi, non vicini, emotivamente. Una variegata platea la cui percezione genera un impatto emotivo mitigato dal nostro individualismo. Tutti condanniamo la guerra, appoggiamo le sanzioni, ma non andiamo oltre una dichiarazione di intenti. Sappiamo che la Russia è l’aggressore e l’Ucraina l’aggredito, ma non abbiamo abbastanza coscienza che il conflitto durerà ancora a lungo e che il nostro coinvolgimento emotivo è distante dal loro. Quella dei russi e degli ucraini è una strenua difesa delle motivazioni dello stato di belligeranza reciproco, la nostra invece è un inconsapevole e inespresso senso di estraneità e velato compiacimento verso un pericolo che ci lambisce solo economicamente, per ora. La stessa condizione del naufrago nel “de rerum natura” di Lucrezio, che dalla terraferma osserva il mare in tempesta e la nave in preda ai flutti e si dispera per la disavventura passata insieme ai compagni marinari, ma sollevato di averla fatta franca. 

Certamente non stanno mancando i contributi di solidarietà dell’occidente ricco in termini di accoglienza e assistenza, ma sono iniziative di associazioni umanitarie. In questi conflitti locali, come anche nella ex Jugoslavia e in Siria, l’emergere di un moto intimo e di un senso di sopraffazione conferma un aspetto fondamentale della natura umana, cioè che le differenze culturali incidono in maniera determinante sulla percezione di sé e degli altri e sui processi decisionali attraverso i valori motivazionali. Così il giovane valore dell’identità nazionale, che ha inciso profondamente sulla sentita decisione della maggior parte della gente di rimanere in patria a combattere, è nato dalla dissoluzione dell’impero sovietico, quando nel dicembre 1991 fu dichiarata l’indipendenza di Ucraina e Bielorussia.

La percezione di un valore così fortemente avvertito è stata determinante nel far nascere una motivazione unanime a reagire, a dimostrazione del fatto che certi valori fondanti della civiltà hanno possibilità per svilupparsi ed emergere a certe condizioni sociali. Quelli della solidarietà, dell’altruismo e della condivisione in condizioni di stabilità economica, così come certi altri negativi come l’egoismo, il rancore, l’invidia e la chiusura al prossimo soprattutto in condizioni di depressione socio-economica. Il patriottismo a sua volta, come nel caso dell’Ucraina, nelle nuove generazioni ha avuto un forte impatto dopo l’indipendenza dall’Unione Sovietica, perché è nato e si è sviluppato proprio in virtù di una potente presa emotiva dovuta alla recente àncora psicologica dell’autodeterminazione.

Putin è certamente un invasato visionario e nostalgico in doppiopetto che per anni ha saputo sviare tutti i politici del globo con le sue aperture e le sue promesse ma, col senno di poi, tutto faceva parte di una strategia maturata da una abnorme distorsione percettiva, la volontà di far rinascere un anacronismo storico, cioè la resurrezione di un imperialismo territoriale ormai sopraffatto dalle armate della globalizzazione e sepolto da tempo nel museo delle cere degli etnocentrismi. In tal senso la Cina, mi si perdoni l’ossimoro, è più coerente nella sua ambiguità strategica.

L’Ucraina è stata la vittima designata, la prima, di una campagna di conquista che si presumeva avesse la strada spianata da un’altra percezione errata, la convinzione che la popolazione non aspettava altro. Percezione errata nata da quello che gli psicologi cognitivi chiamano “effetto alone”, ossia la certezza che le istanze della popolazione orientale dell’Ucraina, il Donbass, si sarebbero propagate a macchia d’olio su tutta la nazione. Come quando, se ci piace una persona per una caratteristica, tendiamo ad attribuirgliene altre altrettanto positive che non conosciamo, fino ad averne una visione favorevole.

Tutto questo a dimostrare che il nostro sistema di convivenza civile è recente (10-12.000 anni) rispetto alla storia dell’evoluzione umana (circa 2 milioni di anni) quando da cacciatori-raccoglitori ci trasformammo in agricoltori sedentari. Questi millenari ancoraggi evolutivi, che ci fanno sentire al sicuro solo all’interno del nostro gruppo etnico e culturale, muovono la nostra percezione e determinano i nostri valori in maniera così irresistibile da condizionare comportamenti e decisioni volti alla difesa o all’offesa, nonostante l’argine culturale di una pacifica convivenza civile che si regge su regole e norme.

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