Espiazione

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Quel raggio di sole lo raggiunge dopo essersi faticosamente fatto strada fra cubi di ferro e cemento per ricordargli, beffardo, che la primavera è alle porte.

Ancora disteso sul suo giaciglio, si lascia pigramente accarezzare dal tepore della luce che filtra dall’esterno; ha sistemato il letto in direzione dell’unica finestra per godere di quel fascio luminoso che riesce a scaldargli il viso, ma non il cuore.

L’impellente necessità di alzarsi per svuotare la vescica segna l’inizio dell’ennesima giornata uguale alle mille altre che l’hanno preceduta e alle tante che seguiranno.

Mentre prepara il caffè, seguendo un rituale lento che si ripete meccanicamente ogni mattina, intorno a lui prende vita una varia umanità.

Il ritorno allo stato di veglia è scandito da colpi di tosse e scatarrate, che testimoniano l’esistenza in vita di chi una vita vera e propria non l’ha più o forse non l’ha mai avuta.

Lui è fra quelli che hanno vissuto.

Gli anni passati altrove, fino ad un determinato momento, erano stati pieni e per questo il loro ricordo ora era più doloroso.

Mentre si rade, l’immagine riflessa nel piccolo specchio rimanda la storia del fallimento che l’ha condotto sin lì, chiudendogli alle spalle quel mondo di cui non avrebbe fatto più parte.

Sentiti gli altri per organizzare il pranzo, passa a scegliere con cura gli indumenti puliti che di lì a poco metterà per andare fuori; e ripensa a quando lei, ogni mattina, gli faceva trovare un abito stirato da indossare per l’ufficio e con lo sguardo lo accompagnava sino alla porta di casa.

Ora che lo seguono ben altri sguardi mentre si avvia all’uscita, ripercorre con la memoria gli oltre vent’anni trascorsi dall’ultima volta che lei l’aveva salutato, riavvolgendo il film della sua vita sino al momento in cui tutto era cambiato per sempre.

Ripensa a quel banale malore che lo aveva spinto a rientrare a casa con qualche ora d’anticipo.

La chiave nella toppa, il trambusto proveniente dall’interno, la scoperta che l’aveva gettato in quell’abisso da cui non sarebbe mai più riemerso.

La luce del sole, riflettendosi sulle pareti bianche del cortile, lo abbaglia accecandolo per qualche istante; e gli sovviene la cecità di allora e la rabbia incontenibile di una gelosia che era montata su, sostenuta da quell’atavica e malsana idea di possesso che gli uomini nutrono nei confronti delle donne.

Si guarda le mani mentre le porta all’altezza degli occhi per coprirsi dalla luce del sole e le rivede strette intorno al collo della donna che amava.

Qualcuno lo chiama a gran voce, forse urla, ma lui non sente nulla.

Poi il secondino si avvicina: l’ora d’aria è finita, deve tornare in cella.  

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