Possiamo fidarci della scienza?

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Rappresentazione del DNA

Nonostante i progressi che ha prodotto e il notevole miglioramento della qualità della vita, purtroppo oggi la scienza è presa di mira non solo dai soliti fondamentalisti religiosi e politici ignoranti, ma anche dagli intellettuali e dalle istituzioni che fingono di ignorare che, se possono dissentire e criticare senza fondamento e competenza, lo devono proprio a quelle istituzioni nate dall’emancipazione che ha seguito il progresso. Basta pensare alla contrapposizione tra creazionismo ed evoluzionismo, una disputa che si è alimentata nel tempo, nonostante le sempre più numerose evidenze a favore del secondo, grazie alle fantasiose accuse alla scienza di determinismo, riduzionismo, positivismo, arido secolarismo o, peggio, scientismo. Anche la Chiesa, messa all’angolo da una mole di dati ed evidenze emerse negli anni, ha riconosciuto (con il Papa Giovanni Paolo II) la validità della teoria dell’evoluzione e la discendenza di ogni essere vivente da un antenato comune, pur con la riserva del “salto ontologico” per l’essere umano, e ammesso il “disegno intelligente”, una dogmatica corrente di pensiero teleologico con una parvenza scientifica che spiega i fenomeni naturali attraverso un progetto soprannaturale (un comico irriverente si è chiesto, a proposito della progettazione del corpo umano, cosa c’è di intelligente nell’aver posto l’impianto di smaltimento dei rifiuti vicino alla sala giochi!).

La sconfitta del dogma e dell’istinto da parte delle armate della ragione, come si vede, ha creato molti nemici. La scienza rende manifesta l’assenza di ogni finalità nelle leggi che governano l’universo e spinge in direzione di una moralità che esalta il benessere umano. Un nuovo umanesimo che non è affatto incompatibile con la religione: alcune religioni orientali infatti (confucianesimo e buddhismo) fondano la loro etica sul benessere umano piuttosto che su dettami divini. È ciò che sta accadendo anche alle confessioni ebraiche e cristiane.

Molti intellettuali poi sono furiosi per l’intrusione della scienza nei territori tradizionali delle discipline umanistiche e religiose, come la politica, la storia dell’arte e l’etica. Questo è accaduto perché nel corso del XX secolo il panorama delle conoscenze è stato diviso in territori professionalizzati. Zone in cui ogni sconfinamento di una disciplina viene inteso come un’invasione e mal tollerata. Negli studi delle discipline umanistiche è tale l’indifferenza filistea in essi che le istituzioni relegano le scienze a un ruolo talmente subordinato che uno studente può arrivare alla laurea anche con scarse conoscenze scientifiche. Non dovrebbero in realtà esistere due culture separate. Auspicabile invece sarebbe una convergenza, una integrazione o una unificazione che avrebbe un effetto di amplificazione sulla conoscenza istituzionalizzata. Come in parte già avviene quando l’arte, la cultura e la società, che si esprimono attraverso la percezione, il pensiero e le emozioni non fanno altro che manifestare le connessioni che avvengono nei i nostri cervelli.

Le arti visive potrebbero avvalersi quindi delle nuove conoscenze della scienza della visione. Così la musica, con l’analisi cerebrale (attraverso la risonanza magnetica funzionale) dei suoni o la genetica comportamentale, che associa certi aspetti caratteriali della persona a specifici tratti del DNA. Fino alla digitalizzazione dei libri, giornali e periodici.

Ovviamente la scienza, essendo un prodotto dell’essere umano, come ogni disciplina è sottoposta ad autocorrezione attraverso il consenso o dissenso unanime della comunità scientifica. Quindi stigmatizzarla per i passi falsi cui è andata incontro non è corretto. Qui ricordo solo i danni dell’eugenetica, una scienza che si proponeva di migliorare la società attraverso l’isolamento o la sterilizzazione di soggetti con determinate caratteristiche fisiche o comportamentali indesiderabili: alcolisti, prostitute, disoccupati (!), psicolabili, disabili eccetera. Negli anni Trenta del secolo scorso solo in America ci furono 30.000 sterilizzazioni. Oppure la teoria dell’”energia limitata”, che si rifaceva alla prima legge della termodinamica, secondo la quale in un sistema chiuso l’energia non può essere né creata né distrutta ma solo trasformata o trasferita. Nella società maschilista di fine Ottocento ovviamente questa legge fu applicata alle donne. In un sistema chiuso come il corpo umano, asseriva questa teoria, le attività che incanalavano energia al cervello o verso altro organo la distoglievano da un altro, esempio l’utero o il sistema endocrino. Quindi a causa dei rischi di rimanere sterili o essere affette da gozzo o diabete, alle donne veniva preclusa la possibilità di emanciparsi attraverso gli studi e l’istruzione.

Oggi invece, in qualsiasi ricerca sugli esseri umani grava il sospetto di cieca sperimentazione, sfruttamento a danno della persona, con la conseguenza dello sforzo supplementare dei ricercatori di dimostrare di non essere dei Josef Mengele. Tanto che è sorta una nuova disciplina, la bioetica, in nome della dignità e della sacralità della persona che, adulta, consenziente e informata, viene inibita da ragionamenti intimidatori e analogie con armi nucleari, clonazione, atrocità naziste e altre amenità fantascientifiche.

Tutti pensano che la scienza sia una dispensatrice di certezze e, quando queste mancano, riteniamo di conseguenza che è incompleta o in errore. In realtà la scienza è una materia probabilistica, molto probabilistica quando vi è un comune consenso della comunità scientifica, quando cioè una teoria o un’osservazione posta al vaglio della peer review si ritiene supportata da convincenti evidenze e dati. Perciò presentare due o più posizioni (quello che fanno i media) è un modo ascientifico e relativistico di comunicare i risultati di una ricerca. Si mette sullo stesso piano il consenso dell’intera comunità scientifica e la voce di un singolo o di un manipolo di scienziati dissidenti, magari al servizio di qualche azienda con degli interessi nel settore (come avvenne con la messa al bando del Ddt negli anni 80).

Un altro problema che ha contribuito alla stigmatizzazione e al calo di fiducia nella scienza sono le implicazioni che inevitabilmente entrano in conflitto con il sistema dei valori della società. Cioè quando le conseguenze delle conclusioni scientifiche non sono epistemiche, ma morali, etiche, politiche, economiche. Allora necessariamente i nostri valori influenzeranno i giudizi di merito. Ad esempio, un orientamento politico di sinistra inevitabilmente evocherà un intervento governativo, come è stato per il cambiamento climatico (mentre i valori dei conservatori lo minimizzavano perché qualsiasi intervento era visto come una minaccia del libero mercato e delle attività industriali). Purtroppo questo accade quando si rimarcano troppo gli aspetti tecnici a scapito di quelli sociali, morali ed economici. Si tratta di distinguere tra fatto e valore: una volta identificato il fatto bisogna poi decidere cosa farne.

Faccio un altro esempio, la pillola del giorno dopo. Quando fu introdotta, il suo uso si scontrò con un sistema di valori di società che enfatizzavano la sacralità della vita fin dal concepimento. Una credenza che all’inizio la condannò a una diffusione molto marginale. Lo stesso è successo con la legalizzazione dell’aborto, mentre fu accolta con entusiastico favore nelle società che erano state il motore del progresso e dell’emancipazione di genere, quali erano quelle del nord Europa e in parte dell’America settentrionale.

Molte dottrine religiose cristiane sono contro la teoria dell’evoluzione non tanto perché contraddice le parole della Bibbia sulla creazione in sei giorni della terra e di tutto ciò che vi abita, ma per le implicazioni morali sottese a un processo accidentale e privo di senso che relega la comparsa dell’essere umano al puro caso. Credo che se una critica può essere fatta alla scienza, anzi agli scienziati, è la pretesa di perseguire la conoscenza operando in una campana di neutralità, cioè di assenza di valori. Quest’idea è solo un’illusione, un mito. Da sempre gli scienziati sono stati aiutati da mecenati, sponsor e aziende o industrie, perché alla base di ogni ricerca c’è l’utilità, che è necessariamente legata ai valori: la salute, il benessere, la stabilità sociale ed economica. Il vaccino anti covid è stato realizzato perché il finanziamento dato ai ricercatori dalle aziende (valore economico) ha consentito un impiego di risorse straordinarie e un impegno tale che ha permesso la realizzazione di un presidio efficace al contrasto della pandemia (salute e stabilità sociale).

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