Resistenza alla contemporaneità

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Le botte che le varie polizie del mondo infliggono agli oppositori in piazza, gli effetti delle bombe sulla popolazione civile, il reale dispiegamento di forze armate, la tragedia che accompagna le migrazioni; le condizioni terribili di lavoro cui sono costretti milioni di persone nelle miniere africane, nelle fabbriche cinesi o in certe campagne in Italia del nord, del centro e del sud; i campi profughi, ufficiali o clandestini, di cui tutto il mondo, compresa l’Europa, è disseminato: tutto documentato, filmato, fotografato.

Il 27 gennaio 1945, quando i sovietici entrarono nel campo di sterminio di Auschwitz in Polonia svelando le atrocità perpetrate dai nazisti, ci si nascose dietro un non potevamo sapere. Una menzogna nella menzogna oggi improponibile. Da quel lontano 1945 abbiamo inventato tanti altri modi per acquietare le nostre coscienze. Sugli schermi televisivi, tra una pubblicità e un’altra, tra le tante insulsaggini che si dicono, compaiono i numeretti di un recapito telefonico grazie al quale possiamo inviare qualche spicciolo per finanziare aiuti a questa o a quella popolazione. Altre volte si organizzano “corridoi umanitari”: andiamo a prendere le persone dalle zone dei disastri (sempre attenti alla copertura mediatica) e poi quelle stesse persone le abbandoniamo in centri di accoglienza trasformandoli in numeri, voci di spesa nei bilanci degli stati. È successo ultimamente con i profughi afgani, e probabilmente accadrà con i nuovi profughi della guerra in Ucraina.

Rachele Renno ci dice che stiamo diventando meno ipocriti: gli europei, se intervistati in forma anonima, ammettono di volere sì essere solidali, ma non sembrano disponibili ad attivare vere forme di accoglienza. Oggi il mondo è scosso, l’opinione pubblica mobilitata per la guerra in Ucraina. In molti chiedono addirittura di poter partire come volontari e si dicono pronti ad imbracciare un fucile per respingere l’invasore russo. Che strana questa nostra Europa: siamo capaci di unirci e di dividerci con la stessa disinvoltura. Siamo un continente dai confini incredibilmente mobili, costruiti a salvaguardia di alleanze militari ed economiche di volta in volta ridefinite e sempre giustificate in difesa di valori identitari irrinunciabili.

L’Unione Europea, che dovrebbe essere una unione tra pari, non riesce a parlare con una sola voce, ci sono i vertici ristretti, gli incontri bilaterali, in particolare tra Francia e Germania, mentre gli altri son chiamati a far numero. In questi giorni di guerra pare proprio che continui ad avverarsi la terribile maledizione biblica della Torre di Babele, una umanità dispersa e divisa destinata all’incomunicabilità. Una maledizione che si concretizza con sfaccettature ogni volta diverse e che oggi appare come una resistenza estrema alle evidenze della contemporaneità, segnata invece dalla grande mobilità delle persone da un paese, da un continente ad un altro, in molti casi in fuga da guerre e disastri ambientali, altre volte mossi dalla curiosità, dalla voglia di conoscere e sperimentare modelli di vita in contesti anche ambientali diversi.

Una contemporaneità che si nutre degli indiscutibili successi conseguiti dai processi di industrializzazione, dalla sempre più intensa capacità di produrre e diffondere innovazioni tecnologiche. Processi che nei paesi governati con sistemi politici democratici hanno consentito anche una diversa distribuzione della ricchezza tra i diversi strati della popolazione. Se si fosse agito per condividere anche solo una parte della nuova ricchezza disponibile tra paesi appartenenti ad aree geopolitiche diverse con ben diversi gradi di sviluppo, l’umanità intera avrebbe potuto sperimentare un vero e proprio salto di civiltà. Al contrario, proprio da quei paesi sviluppati, ricchi e democratici provengono le maggiori resistenze ad accettare le conseguenze dello sviluppo che essi stessi hanno determinato. Non sono gli abitanti di villaggi sperduti, comunità minoritarie a professare e praticare ideologie identitarie, resistenze al colonialismo/imperialismo dei paesi ricchi, ma sono questi ultimi che rivendicano una impossibile autarchia, un isolazionismo politico, culturale ed economico. Governati e governanti si rincorrono con le loro paure e diffidenze mostrando l’inconsistenza delle loro tante presunte certezze.

Da sempre nella retorica pubblica il nemico è esterno, straniero, estraneo alla propria società. Gli esponenti politici, con la complicità di esperti comunicatori perfettamente allineati, alla prima occasione, in momenti di difficoltà sono pronti ad alzare gli scudi e a chiamare alla mobilitazione in difesa dei valori occidentali, della democrazia. Ma i veri nemici dei sistemi democratici, questi gioielli dell’inventiva politico-istituzionale, non sono a loro estranei ma nascono, crescono, si moltiplicano nelle loro viscere, nutriti da un uso spregiudicato dell’opinione pubblica.

L’invadenza della comunicazione, l’accesso semplificato a tante diverse fonti di informazione da strumento di conoscenza è stato trasformato in strumento di annebbiamento, di occultamento, di falsificazione, di manipolazione individuale e collettiva. Si gioca sulla memoria corta, sulla frammentazione della storia. Gli stranieri diventano o tutti delinquenti o tutti eroi, e nel riportare fatti di cronaca ci si affanna a individuare la nazionalità dei protagonisti: i ladri, i delinquenti sono albanesi, bulgari, kosovari, africani, o eroi come oggi son diventati tutti gli ucraini magari solo perché hanno svolto al meglio il loro lavoro.

Il nodo irrisolto nelle democrazie torna ad essere quello della formazione e della cultura delle classi dirigenti. L’arte di governare risiede nella capacità di coniugare l’amministrazione dell’esistente e la programmazione e gestione del suo cambiamento. Un’arte che non può essere esercitata in modo solitario da un leader e dal suo cerchio magico, ma va costruita e coltivata nel tempo. Uno statista, termine ormai in disuso, non punta solo all’affermazione elettorale del suo gruppo politico ma si preoccupa di lasciare un segno della sua presenza al governo, si preoccupa di costruire, se pur a sua immagine e somiglianza, un apparato tecnico, amministrativo, politico in grado di garantire continuità alle scelte fatte.

La drammatica attualità delle armi che tuonano, le minacce di una escalation da una parte e dall’altra, stanno mostrando invece la volatilità degli apparati politici delle nostre democrazie. Che un oligarca si trasformi in un aggressore è molto più che probabile, ma che i sistemi democratici lo imitino ignorando il dissenso, reprimendolo con la forza dell’opinione pubblica, è forse cosa ancor più grave e da ciò dobbiamo ancora imparare a difenderci. A causa di questi perversi meccanismi molti errori sono stati già commessi e tra questi credere che si possa fermare l’invasore russo fornendo armi a gruppi di resistenza in Ucraina di cui noi cittadini poco sappiamo.

É particolarmente pertinente ricordare che un tale errore è stato già commesso in Afghanistan proprio in occasione di un’altra invasione della Russia, allora ancora Unione Sovietica, trasformatasi in una vera e propria guerra durata 10 anni, dal 1979 al 1989. I resistenti afghani altri non erano che i talebani di oggi e si finanziò Osama bin Laden, diventato poi leader della “guerra santa” contro l’occidente secolarizzato. Altro secolo, altri anni, ma la logica militare delle alleanze sul campo è sempre la stessa.

Oggi l’Ucraina è definita un territorio al centro dell’Europa. La NATO però vuole annetterla ai territori da essa egemonizzati, l’Unione Europea la tiene fuori dalla sua comunità. Prima della pandemia proprio l’Unione Europea per le sue scelte, allora definite affrettate, di aver inglobato nel proprio sistema economico molti paesi dell’est, ha vissuto momenti di grande tensione che hanno rischiato di metterne in discussione la solidità. Si scriveva allora che in fondo la terza guerra mondiale era stata già combattuta. La Germania della Merkel era riuscita dove Hitler aveva fallito: l’annessione dei paesi dell’Europa dell’est.

Si è discusso, ci si è divisi e a volte accordati anche nel considerare i sistemi di quei paesi democratici o non democratici. Oggi però si preferisce dimenticare e si preferisce addebitare tutto alla sola volontà di potenza del despota russo e si fa appello alle coscienze, alla necessità di combattere il male in tutte le forme in cui si manifesta.

Oggi tocca a Putin. Già Putin. Un amico-nemico. Noi continueremo ad interrogarci sul perché un paese immenso, con straordinarie risorse naturali, che nei decenni in cui è stato governato con un sistema monopartitico è riuscito ad accumulare un micidiale apparato militare tenendo testa alla tecnologia di sterminio del suo nemico, gli USA, non sia poi riuscito ad innovarsi e a diventare un grande paese industriale in grado di svolgere un ruolo significativo nel sistema globalizzato.

Diffidenze, pregiudizi e grandi interessi finanziari, volontà di potenza degli Stati Uniti che hanno tentato di piazzare in Ucraina i loro missili nucleari puntati su Mosca, hanno fatto sì che il gigante isolato si sentisse assediato e, come una belva ridotta in cattività, alla prima occasione aggredisce e uccide.

In politica non ci può presentare con ricette preconfezionate come degli chef della TV. La notizia che una centrale nucleare sia stata colpita da colpi di cannone ci mostra ancora di più quanto sia grave e pericolosa la situazione che si sta via via determinando. Si smetta di fomentare l’odio, di annunciare l’invio di armi, di strizzare l’occhio a chi vorrebbe organizzare brigate internazionali per andare a combattere al fianco degli ucraini. Si lavori per far tacere le armi e si ripensi ai propri errori e non solo alla ottusità di Putin. Siamo preoccupati come tutte le persone che hanno a cuore il futuro proprio e dei propri figli e nipoti. Quando il gioco si fa duro, possiamo solo affidarci al buon senso. E oggi il buon senso può manifestarsi con una sola semplice parola: PACE.

5 commenti su “Resistenza alla contemporaneità”

  1. Se posso esprimere la mia opinione:
    Ci sono due cose da considerare:
    1) È vero, non possiamo mentire come fecero i russi quando entrarono nei campi di concentramento; Eppure d’altro canto negli ultimi 30 anni c’è stata una costante desensibilizzazione e spettacolarizzazione nei confronti della violenza che ormai l’opinione pubblica è smossa solo nella testa, ma non più nella pancia. Razionalmente tutti dicono no alla guerra, ma credo che nel profondo nessuno sia veramente più scosso nel vedere morte e sofferenza. Finché la si vede attraverso uno schermo non è poi così diversa dalle varie serie TV netflix (parlo sempre “emotivamente”, non razionalmente). Il nostro subconscio non le distingue.
    2) E a proposito di questo, le democrazie moderne ma in particolare il liberismo economico e il capitalismo hanno sempre spinto nei confronti di un individualismo spietato. Il problema dell’altro non è un problema nostro, ma solo il problema che ci siamo “risparmiati”, quello da cui “IO” se l’è scampata; Che sia per “merito” o per “fortuna” poco importa, basta che non sia successo a noi.

  2. Vito Ferrone

    Ho capito, finalmente, la colpa è degli americani. Come al solito, insomma. Veramente lo avevo intuito anche prima, ma pensavo che per una volta questa semplificazione, direi, e mi vorrai scusare, da “orfano” di un novecento fin troppo ideologico e per molti versi pernicioso assai, mi fosse risparmiata. Almeno da te che di solito scrivi con grande attenzione e complessità e lungimiranza. Ma tant’è. Or dunque niente missili nucleari puntati direttamente contro Mosca. Contro Kiev magari sì, ma contro Mosca giammai. Se fosse questa la causa non ci sarebbe nessun problema, secondo me. Ai negoziati, gli acari del presidente Putin portano una carta con su scritto niente missili, gli ucraini la firmano e la guerra finisce. Così che il signor Putin, si ritira dalla Crimea, molla il DonBass, tutto, rispetta la volontà del popolo ucraino e lascia Zelensky dove sta, in quanto legittimo presidente dell’Ucraina perché eletto.
    A proposito, come inciso, chi abbia eletto il presidente Putin a capo della Federazione russa e per ben ventinove anni, è un mistero. Per me. E dovrebbe sinceramente interessanti, mi permetto dire. Gli ucraini, invece, immagino sobillati dai soliti americani, e con la complicità di un Europa cinica e bara, hanno cacciato un presidente che ritenevano evidentemente un burattino di Mosca e hanno eletto un comico – che guarda che ti combina la storia! – è diventato più dignitoso di chi ha deciso che l’Ucraina fosse Russia (pensa ai cinesi con Taiwan che altro capolavoro sarà; in questa logica io chiederei indietro la Corsica, a verità. Per il turismo sarebbe un bel colpo, ne convieni?) e, quindi, per un’ora, è più, ci ha spiegato con appropriato e dotto piglio che…. insomma Lenin, era un’ignorante e ne aveva combinata una veramente grossa(Putin che dà lezioni di storia a Lenin, è quasi da nemesi). Pertanto, siccome è Russia, l’Ucraina, e perché naturalmente l’orso deve difendersi dall’accerchiamento, tempo fa lo storico del Cremlino si è preso la Crimea, e per evitare guerre, nessuno ha detto più di tanto. Non so perché, forse come Lenin avrò fatto studi mediocri, ma tutto questo spazio vitale mi ricorda i Sudeti… vabbè. Ah, dimenticavo, sempre perché si sentiva soffocato – sto caxxo di orso russo tiene problemi di asma sicuramente – lo studioso si è piazzato in Siria a difesa niente meno di quello splendido esempio di democrazia e di moderazione, e anche in Libia, in combutta con un altro democratico di vaglia. Se uno ha bisogno di aria, la può, anzi la deve, pretendere, non scherziamo proprio. E, ripetiamolo, poi vuoi mettere la Storia? Tanto che la Moldavia, la Lettonia, l’Estonia e la Lituania, non passano notti tranquille, secondo me.
    Ma va bene, la reazione – perché è stata una reazione istintiva, di un orso ferito e accecato, non un attacco pianificato fin nei minimi dettagli, con una strategia militare eccellente e un dispiego enorme di mezzi e armi e soldati – la reazione, dicevo, è stata per così dire imposta dagli americani e dai complici della Nato. Francamente, se me lo permetti, a questo proposito, la Nato, che io ricordi, non ha mai invaso alcunché, né durante la guerra fredda – e vabbè lasciamo perdere Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia, era la guerra fredda e l’orso si incupiva fin troppo di quei tempi – né dopo.
    Caro Peppe, non è che da quelle parti hanno un problema con la parola democrazia? Con la parola libertà? Con la parola elezioni? Ovviamente libere. Con la parola autodeterminazione? Di un popolo. Non sarà l’orso il problema? Affettuosità.

  3. Io continuo ad immaginare un mondo globale, fatto di fratellanza, solidarietà, rispetto delle diversità e dei diritti umani e civili.
    Ma al momento la mia considerazione va verso il significato e interpretazione della parola profugo : “Costretto ad abbandonare la propria terra, il proprio paese, la patria, in seguito a eventi bellici, a persecuzioni, oppure a cataclismi” come si legge in un qualsiasi vocabolario…allora mi chiedo ma la Polonia, e non solo, che ora sta accogliendo in massa i profughi ucraini, è la stessa che ha messo del filo spinato per i profughi afghani?
    E ancora mi chiedo allora nel nome della solidarietà e dell’ accoglienza ci sono profughi di seria A e di serie B?
    Viviamo in un mondo di facciata e di falsità.

  4. Caro Peppe, anch’io come Vito Ferrone mi chiedo perché mai divremmo confondere l’aggressore e laggredito. Mi dicono che Putin sostiene che gli ucraini sono nazisti. Ma il paese dove si picchiano gli omosessuali, si ammazzano i giornalisti, si ammazzano gli oppositori politici, il paese che finanzia i battaglioni Wagner (non Rímský korsakof, ma Wagner) non si chiamasse per caso Russia? E come è che proprio questo paese si propone di denazificare altri, nei quali di queste cose non si ha notizia? Quale e l’ultimo oppositore avvelenato da Želenský, di grazia?

  5. Questo è uno dei momenti più critici, al pari le periodo di Hitler, che l’umanità sta vivendo. L’amore, la solidarietà, l’accoglienza, la fratellanza cui tutti, e dico tutti, si riempiono la bocca, ma purtroppo non il cuore, dove sta? La parola Pace sembrava abbia subito una svalutazione nel tempo, pace e poi si forniscono armi? Pace pace pace si grida ovunque, nessuno sente, ognuno tira l’acqua al proprio mulino senza pensare che la condivisione anche dell’acqua porta vita non solo a chi la offre, ma anche a chi la riceve. Un uomo giusto, un grande uomo disse: “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, nessuno, nessuno la scagliò.
    Mi domando: ” dov’è la verità “, e continuo a sperare in una umanità davvero umana

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