Il diario dell’inquietudine: 28 febbraio 2022

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Immagine di www.flickr.com

Da quando stiamo insieme mia moglie ed io non abbiamo mai avuto animali in casa. Anche nei loro momenti peggiori i nostri figli restavano un gradino più in alto (il parallelo figli-animali di compagnia è diventato di stringente attualità). Da bambini avevamo entrambi, separatamente, il nostro cane in casa: altri tempi, altri cani e soprattutto altre risorse economiche. I cani, così come i gatti, condividevano la nostra alimentazione, ricca o frugale che fosse. Non che sedessero al tavolo con noi, ma si aggiravano pazientemente sotto il tavolo o negli immediati paraggi in attesa di eventuali residui da aggiungere alla pietanza già ricevuta nell’apposita scodella. Se la prima somministrazione era stata di loro gradimento, si avvicinavano scodinzolando. In caso contrario non ci degnavano più di alcuna attenzione. Comunque si accontentavano perché non vantavano pedigree altisonanti: erano per lo più dei simpatici bastardini.

Oggi la situazione è totalmente mutata e nelle case ospitiamo in prevalenza cani blasonati che, noblesse oblige, presumiamo molto più esigenti. Forse incide sull’alta considerazione che tributiamo a queste bestie speciali il prezzo a cui le abbiamo acquistate. C’è forse anche la consapevolezza di aver fatto un investimento da tutelare con attenzione. Fatto sta che ormai l’alimentazione dei cani e degli animali domestici è diventata un business mondiale plurimiliardario. Come i neonati umani anche quelli canini partono con gli omogeneizzati e così via fino alla cucina gourmet. Con i gatti è anche peggio. In tv si pubblicizza ultimamente un alimento specifico per gatti “sterilizzati” e ci sembra giusto che queste povere bestie vengano risarcite dell’inumana e definitiva privazione loro inferta dai loro soccorrevoli padroncini. Se poi sei un cane o un gatto nobile, allora ti si riconosce il diritto di proliferare e di arricchire i tuoi astuti possessori sfornando cuccioli a peso d’oro. Non parliamo poi di tutte le spese collaterali che accompagnano la vita di questi esemplari, evidentemente unici agli occhi dei loro padroni che si prodigano per renderli più sani, più belli, più eleganti fino al momento in cui assicureranno loro una degna sepoltura.

Attenzione, qui non si mette in dubbio il piacere, specialmente per un uomo che vive solo o per un bimbo, di avere in casa una bestiolina che ti fa compagnia o con la quale puoi giocare: lo testimonia quella che oggi si chiama pet therapy. Né ci si rifiuta di credere che cani e gatti abbiano, oltre agli impulsi animaleschi, anche la sensibilità, la capacità di emozionarsi e di entrare in sintonia con l’umore dei loro compagni umani, anche se spesso il proprietario di un cane o di un gatto è spinto a riconoscergli la capacità di coltivare veri e propri sentimenti, non diversi da quelli umani. Sono esagerazioni che fanno un po’ sorridere ma che, tutto sommato, sono accettabili: almeno fino a quando fanno del bene ai proprietari che ci credono ma certamente non quando l’inevitabile dipartita di questi animali “umanizzati” provoca un dolore pari alla perdita di un congiunto. Sì, perché capita anche questo.

Ma ciò che in definitiva fa molto male e, diciamolo, un po’ ripugna alla coscienza di chi vuole osservare la cosa con distacco, è l’esagerazione, il paradosso per cui vediamo cani che vivono da nababbi e tanti, ma tanti, uomini donne e bambini, che fanno una vita da cani. È l’ennesimo problema di redistribuzione, non soltanto geopolitico, come può essere quello che si riscontra tra società opulenta e terzo mondo: qui da noi coesistono sullo stesso territorio, nazionale ma anche urbano, tanta povertà e tanti cani e gatti benestanti. Ci sarà una soluzione? Ecco, questo ci sembra il classico tema che può suscitare l’interesse di chi vuole fare politica tenendosene prudentemente ai margini, lontano dai problemi cruciali, come i radicali e gli aderenti a Potere al Popolo, tanto per essere chiari.

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