Soldatini di piombo

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Fischia ormai forte il vento di guerra ai confini orientali dell’Europa. Russia e Stati Uniti ricominciano a fronteggiarsi senza nessun riguardo per i territori di mezzo con tutti i loro abitanti e lentamente ma rumorosamente si mettono in fila le truppe, si schierano carri, cannoni e missili. L’Europa ritorna ad essere un disegno, una serie di linee tratteggiate sul tabellone del Risiko dove al tavolo di gioco sono seduti solo in due perché, quando il gioco si fa duro, i duri incominciano a giocare.

Solo fino a pochi giorni fa esperti di geopolitica e dei due grandi paesi, Russia e Stati Uniti, hanno espresso in libertà i loro tanti dubbi e le loro perplessità su quanto stava accadendo ai confini dell’Ucraina. Sembrava davvero che i tempi della guerra fredda o della santa alleanza contro l’impero del male comunista o delle menzogne costruite ad arte per giustificare gli interventi degli Stati Uniti in America Latina, in Africa, in Iraq, Iran e in tanti altri luoghi fossero ormai un retaggio del passato e che i veri interessi economici celati dalla propaganda stessero finalmente emergendo dando la possibilità ai singoli Stati di poter scegliere da che parte stare.

Sulle pagine dei giornali, dal Sole24ore a il manifesto, passando per la Repubblica e Il Corriere della sera, oltre che nelle trasmissioni di approfondimento dei telegiornali nazionali, abbiamo letto ed ascoltato commenti che evidenziavano il valore simbolico delle manovre militari di Putin, al punto che gli stessi russi più che provare a celarli hanno fatto in modo che apparissero molto più consistenti di quanto fossero realmente. Abbiamo addirittura visto ospitare su pagine di giornali tutt’altro che filo russi o vetero comunisti commenti fortemente critici dell’operato del presidente americano Biden, accusato di utilizzare ancora una volta i venti di guerra per sviare l’attenzione, per ricompattare il suo elettorato che si sta mostrando scontento delle sue azioni in politica nazionale. Critiche che sembravano aver ridato credito alla diplomazia dei singoli Stati europei che si sono affaticati per evitare che nuovi conflitti potessero mettere in crisi i tentativi di ripresa economica con i prezzi delle materie prime energetiche saliti alle stelle.

L’Unione Europea stenta ancora a mostrarsi come soggetto politico autonomo nelle relazioni internazionali ma almeno i singoli Stati avevano mostrato volontà e capacità di muoversi tra i due contendenti, offrendo spazi per la ripresa di relazioni diplomatiche significative. Purtroppo questa ci è sembrata una troppo breve stagione e la volontà del leader americano sta avendo di nuovo il sopravvento. Autocensura o censura vera e propria, le ragioni della pace stanno lentamente svanendo dallo sguardo dei cittadini e gli Stati europei tornano ad essere i veri fornitori di soldatini di piombo colorati a stelle e strisce da piazzare sulle linee di confine. La geopolitica è cosa assai complicata, un gioco di grandi interessi economici, politici e militari dove non sempre è chiaro chi vince e chi perde. Una cosa però è certa, in questo gioco chi muore sotto le bombe, chi soffre di stenti, tra fame e malattie, sono sempre le popolazioni inermi, così come a soffrire dell’aumento del costo e della scarsità di beni, effetto collaterale certo di ogni guerra, non sono i più ricchi ma quelli che devono far quadrare i conti ad ogni fine mese per spese essenziali, dalla casa all’energia, al cibo, ai servizi per la salute e l’istruzione dei figli.

Ai giocatori di qualsiasi disciplina sportiva si è sempre richiesta correttezza e dignità. Perché non chiedere lo stesso allora anche ai signori della guerra che oggi hanno le sembianze di Putin e di Biden? Quello della guerra è un gioco che ci ripugna, ma siamo cresciuti tra i racconti di combattenti e di eroi per giuste cause. Crescendo, e non solo anagraficamente, abbiamo capito che non esiste una possibile causa che possa giustificare il lancio di una bomba, il colpo di un mortaio o di un fucile. Quello della guerra rimane però il gioco preferito dai governanti del mondo e più grandi sono più sono affascinati dalla possibilità di praticarlo. A loro però va almeno chiesto di salvarci dalle ipocrisie e dobbiamo chiedere di mostrarsi fino in fondo per quello che sono, sbruffoni armati fino ai denti. C’è un modo semplice oltre che molto economico per far sì che ciò avvenga nell’immediato: riammettere la logica nella politica internazionale. La NATO è nata per “difendere” l’occidente europeo dalla minaccia comunista. I comunisti non esistono più. Si sciolga allora la NATO o quanto meno i singoli stati prendano autonomamente la decisione di non finanziare più le spese militari americane. Due piccioni con una fava: a) togliere a Putin le ragioni di una difesa preventiva, visto che l’Ucraina non avrebbe più un’alleanza cui aderire in un’ottica anti russa; b) Biden non potrebbe più vestire i panni di salvatore del mondo, ma apparirebbe per ciò che è, il difensore estremo dei soli interessi americani. Un terzo piccione sarebbe poi quello che politica e diplomazia potrebbero reinventarsi, provare a cercare le ragioni del proprio essere. La guerra, l’aggressività sono mostruose, a volte geniali semplificazione delle relazioni tra essere viventi soprattutto quando sono solo simulate. Semplificazioni che posseggono una enorme carica distruttrice ma hanno il vantaggio che nell’immediato soddisfano almeno i vincitori, fermo poi la successiva fatica necessaria per rimarginare le ferite provocate. Qualsiasi altra pratica porta a raggiungere risultati migliori in qualsiasi ambito ma richiede impegno, capacità di prefigurazione di un possibile futuro e, per questo, tutto ciò che è non guerra è considerato inutilmente dispendioso. È desolante constatare come dopo migliaia di anni di storia, di straordinari passi in avanti compiuti per emancipare l’umanità dal suo stato primordiale di animale in lotta per la sopravvivenza, si ripropongano sempre gli stessi schemi e proprio in quella società e cultura europea che non perde occasione per proclamare la sua superiorità nei confronti dei tanti altri considerati chiusi e rinchiusi in modelli tribali. “Dov’è la vittoria”, cantiamo nel nostro inno nazionale. Già dov’è la vittoria?

1 commento su “Soldatini di piombo”

  1. MADDALENA MARSELLI

    Sono pienamente in sintonia con l’articolo: la guerra non serve a mettere a posto niente ed è solo un esercizio della cultura del più forte. Bisogna pensare anche che è un grande affare economico per i fabbricanti di armi. Una amica mi raccontava di aver letto dello Stato del Costa Rica che non possiede un esercito; non ho ancora approfondito la notizia ma bello sarebbe utilizzare i soldi di uno Stato per cause più urgenti e non per armare un esercito!

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